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20/10/2026 06:00:00

Trapani, persi 300mila euro per il “Dopo di Noi”. Anffas: "Uno scandalo"

Trecentomila euro che avrebbero dovuto trasformarsi in percorsi di autonomia, assistenza e opportunità per le persone con disabilità e per le loro famiglie. Risorse assegnate nel 2017, rimaste inutilizzate per quasi otto anni e infine revocate dalla Regione Siciliana nell’agosto del 2025.

 

È il risultato di una vicenda amministrativa che riguarda il Distretto sociosanitario D50, di cui Trapani è Comune capofila, e che oggi provoca la durissima reazione di Anffas, a livello territoriale, regionale e nazionale.

Il finanziamento, pari esattamente a 300.073,44 euro, era destinato agli interventi previsti dalla legge 112 del 2016, conosciuta come legge sul “Dopo di Noi”. Una normativa pensata per garantire alle persone con disabilità grave percorsi di vita indipendente, anche in previsione del momento in cui non potranno più contare sul sostegno dei propri familiari.

Quegli interventi, secondo quanto denuncia Anffas, non sono mai stati avviati. E adesso, dopo anni di attesa, è arrivata anche la perdita delle risorse.

 

Otto anni per arrivare alla revoca del finanziamento

La storia comincia nell’ottobre del 2017, quando al Distretto sociosanitario D50 vengono assegnati oltre 300mila euro per realizzare progetti rivolti alle persone con disabilità e alle loro famiglie.

L’obiettivo era finanziare percorsi di autonomia fuori dal nucleo familiare e interventi di accoglienza temporanea, strumenti fondamentali per accompagnare le persone con disabilità verso una maggiore indipendenza e offrire risposte concrete alle preoccupazioni delle famiglie.

Da allora, secondo quanto ricostruito nel comunicato congiunto di Anffas Trapani, Anffas Sicilia e Anffas Nazionale, si sono susseguite revisioni della progettazione e difficoltà contabili dichiarate dal Comune. Un percorso amministrativo che non ha prodotto l’avvio degli interventi programmati.

Nell’agosto del 2025 è arrivato l’epilogo: la revoca dell’assegnazione delle somme, che le associazioni riconducono a quanto attestato nel decreto regionale.

Un provvedimento che chiude sul piano finanziario una vicenda durata quasi otto anni, ma lascia aperta una questione ben più importante: perché non si è riusciti a utilizzare un finanziamento destinato a persone e famiglie che avevano bisogno di quei servizi?

 

La denuncia di Anffas: «Uno scandalo istituzionale»

Le tre articolazioni di Anffas non utilizzano mezzi termini. Nel comunicato congiunto esprimono «profondo sdegno per una vicenda che giudicano uno scandalo istituzionale».

Una presa di posizione che supera la semplice contestazione di un ritardo burocratico. Al centro della denuncia c’è il mancato raggiungimento degli obiettivi per i quali le risorse pubbliche erano state assegnate.

Le associazioni sottolineano che gli interventi programmati avrebbero dovuto sostenere i percorsi del “durante e dopo di noi”, contribuendo a rendere concreto il diritto delle persone con disabilità a una vita indipendente e all’inclusione nella comunità.

Nonostante i ripetuti solleciti, sostengono, nulla di quanto programmato sarebbe stato concretamente avviato.

La questione, dunque, non riguarda soltanto la perdita di un finanziamento. Riguarda soprattutto le opportunità che quelle risorse avrebbero potuto offrire a persone e famiglie del territorio.

Il Comune capofila e le responsabilità da chiarire

La vicenda chiama inevitabilmente in causa il funzionamento del Distretto sociosanitario D50 e il ruolo del Comune di Trapani, che ne è capofila.

È necessario distinguere, naturalmente, tra le difficoltà amministrative che possono verificarsi nella gestione di programmi complessi e le eventuali responsabilità per il mancato utilizzo delle risorse. Queste ultime devono essere accertate attraverso una ricostruzione puntuale degli atti, delle decisioni assunte e delle scadenze non rispettate.

Ma resta un dato politico e amministrativo che non può essere ignorato: tra l’assegnazione del finanziamento e la sua revoca sono trascorsi quasi otto anni.

Un periodo sufficientemente lungo da rendere indispensabile una spiegazione pubblica su ciò che è accaduto, sugli ostacoli incontrati e sulle ragioni per le quali non sia stato possibile superarli.

Anffas chiede espressamente che venga fatta chiarezza sulle responsabilità del mancato avvio degli interventi e della conseguente perdita del finanziamento.

 

Il “Dopo di Noi” non può rimanere soltanto sulla carta

Dietro la denominazione tecnica del programma c’è una delle questioni più delicate delle politiche sociali: il futuro delle persone con disabilità quando viene meno il sostegno quotidiano dei genitori o dei familiari.

Il “Dopo di Noi” nasce proprio per evitare che l’assenza di una rete familiare si traduca automaticamente nella perdita di autonomia o nell’impossibilità di scegliere dove e come vivere.

Per questo la legge prevede strumenti e interventi finalizzati a costruire condizioni di vita il più possibile autonome, anche attraverso soluzioni abitative e progetti individualizzati.

Non si tratta, quindi, di risorse accessorie o di iniziative che possono essere rinviate senza conseguenze. Si tratta di finanziamenti che dovrebbero tradursi in servizi, assistenza e opportunità concrete.

Quando un progetto non parte, il danno non può essere misurato soltanto attraverso l’importo del finanziamento perduto. Deve essere valutato anche rispetto a ciò che non è stato realizzato e ai bisogni rimasti senza risposta.

 

La politica deve rispondere: chi paga per otto anni di immobilismo?

C’è infine una questione che investe direttamente la responsabilità della politica e delle istituzioni. Perché una vicenda di questa portata non può essere archiviata come un semplice incidente amministrativo.

Trecentomila euro destinati alle persone con disabilità non sono stati utilizzati. Il finanziamento è stato revocato. Le associazioni denunciano di avere sollecitato ripetutamente l’attivazione degli interventi. E, dopo quasi otto anni, il territorio si ritrova senza quei progetti e senza le risorse originariamente assegnate.

Chi avrebbe dovuto vigilare sull’attuazione del programma? Quali decisioni sono state assunte nel corso degli anni? Quando è emerso concretamente il rischio di perdere il finanziamento? E quali iniziative sono state intraprese per scongiurare la revoca?

Sono domande alle quali il Comune capofila e gli organismi competenti del Distretto dovrebbero fornire risposte documentate.

Non si tratta di individuare preventivamente dei colpevoli, ma di stabilire responsabilità amministrative e politiche e, soprattutto, di comprendere se esistano strumenti per recuperare almeno in parte le opportunità perdute.

Perché il punto più grave di questa storia è proprio questo: mentre le istituzioni erano impegnate tra progettazioni, revisioni e difficoltà contabili, il tempo continuava a trascorrere per le famiglie.

E per chi vive quotidianamente la disabilità, otto anni non rappresentano soltanto una lunga attesa burocratica. Sono otto anni di vita, di bisogni, di aspettative e di possibilità che non possono essere restituiti con una nuova delibera.

La revoca dei 300mila euro è un fatto amministrativo. Il mancato avvio degli interventi è una questione sociale. Ma spiegare come sia stato possibile arrivare a questo punto è, inevitabilmente, una responsabilità politica.