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29/08/2026 10:50:00

35 anni fa veniva ucciso Libero Grassi

Trentacinque anni dopo, quella macchia rossa è ancora lì. Questa mattina, come ogni 29 agosto, i figli Alice e Davide Grassi hanno ridipinto di rosso il marciapiede di via Vittorio Alfieri, a Palermo, nel punto in cui Libero Grassi venne assassinato dalla mafia il 29 agosto 1991. Aveva avuto il coraggio di fare una cosa che allora, nella Palermo del pizzo, era tutt'altro che scontata: dire pubblicamente no agli estorsori.

 

Alle 7.30, nell'ora dell'agguato, Palermo ha ricordato l'imprenditore che pagò con la vita il suo rifiuto di piegarsi a Cosa nostra. La famiglia non ha mai voluto una targa. Al suo posto, ogni anno, viene affisso un manifesto scritto a mano: «Il 29 agosto 1991 è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omertà dell'associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato».

 

Il no al «caro estorsore»

Libero Grassi era un imprenditore tessile. Quando Cosa nostra cominciò a chiedergli il pizzo, decise di non pagare. Ma soprattutto decise di non farlo in silenzio.

Il 10 gennaio 1991 affidò al Giornale di Sicilia una lettera aperta diventata uno dei documenti simbolo della ribellione civile alla mafia. Si rivolgeva direttamente al suo «caro estorsore», rendendo pubblico ciò che molti imprenditori preferivano tacere.

Grassi denunciò le richieste estorsive e rivendicò il diritto di gestire liberamente la propria azienda. La sua scelta, però, lo lasciò drammaticamente isolato. Una solitudine che ancora oggi rappresenta uno degli aspetti più amari della sua storia.

La mattina del 29 agosto 1991, mentre usciva di casa, il killer di Cosa nostra Salvino Madonia lo raggiunse in via Alfieri e gli sparò quattro colpi di pistola.

 

Il ricordo 35 anni dopo

Questa mattina, nel luogo dell'omicidio, insieme ai figli Alice e Davide erano presenti rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, delle forze dell'ordine e del movimento antiracket.

Tra gli altri il prefetto di Palermo Massimo Mariani, il presidente della Corte d'Appello Antonio Balsamo, il procuratore aggiunto Vito Di Giorgio, l'assessore regionale Nuccia Albano, l'assessore comunale Maurizio Carta, il presidente della commissione regionale Antimafia Antonello Cracolici, Piero Grasso, Leoluca Orlando e Tano Grasso.

Ma il rito più significativo resta quello della famiglia: la vernice rossa sul marciapiede, a ricordare il sangue versato, e quel foglio scritto a mano che, dopo 35 anni, continua a chiamare in causa non soltanto la mafia, ma anche le responsabilità di chi lasciò solo Libero Grassi.

 

Alice Grassi: «Ancora poche le vittime che denunciano»

Ed è proprio il tema della solitudine di chi si ribella al racket a rendere la memoria di Grassi ancora attuale.

La figlia Alice ha sottolineato come a Palermo il fenomeno delle intimidazioni continui a essere pesante, in particolare nelle zone di San Lorenzo, Tommaso Natale e Sferracavallo.

 

«C'è chi inizia a denunciare il racket delle estorsioni. È ovvio che sono sempre poche persone rispetto al fenomeno», ha detto. E qualcosa, secondo Alice Grassi, il sacrificio del padre ha comunque prodotto: «La testimonianza di mio padre un po' è servita».

Ci sono imprenditori che oggi si rivolgono alle associazioni antiracket e ad Addiopizzo. Ma, avverte, «molti di più dovrebbero seguire il suo esempio», mentre serve anche un controllo del territorio adeguato ai nuovi episodi intimidatori.

 

Piantedosi: «Il debito di riconoscenza resta immutato»

Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha ricordato Grassi sottolineando che, a 35 anni dall'omicidio, «il nostro debito di riconoscenza verso Libero Grassi resta immutato».

Per il ministro, il rifiuto dell'imprenditore di sottomettersi alla criminalità organizzata rimane un esempio per chi difende legalità e giustizia e il suo coraggio deve essere uno stimolo a non abbassare la guardia nella lotta alle mafie.

Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato la scelta di Grassi, tornando alla lettera pubblicata pochi mesi prima dell'assassinio: «Libero Grassi disse no. Denunciò gli estorsori e rese pubblico il ricatto mafioso». E lo fece, ha sottolineato Crosetto, pagando anche il prezzo dell'isolamento e dell'indifferenza.

 

«Gli imprenditori non devono essere lasciati soli»

Sul tema è intervenuta anche Patrizia Di Dio, presidente di Confcommercio Palermo e vicepresidente nazionale con delega alla legalità.

«Denunciare richiede coraggio ma non possiamo chiedere a un imprenditore di essere coraggioso e poi lasciarlo solo con il proprio coraggio», afferma Di Dio. Per questo, sostiene, la lotta al racket non può essere affidata agli «eroi solitari», ma deve coinvolgere istituzioni, associazioni, imprese e società civile.

È forse questa la parte più attuale della storia di Libero Grassi. Non soltanto il coraggio di un uomo che disse no alla mafia, ma la solitudine nella quale quel no venne pronunciato.

Sono trascorsi 35 anni. Il pizzo non è scomparso e, come ricorda sua figlia Alice, sono ancora troppo pochi quelli che denunciano. Per questo ogni 29 agosto quella macchia rossa sul marciapiede di via Alfieri non è soltanto memoria. È ancora una domanda rivolta alla Sicilia: quanto è cambiato davvero da allora?



Antimafia | 2026-08-29 10:50:00
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35 anni fa veniva ucciso Libero Grassi

Trentacinque anni dopo, quella macchia rossa è ancora lì. Questa mattina, come ogni 29 agosto, i figli Alice e Davide Grassi hanno ridipinto di rosso il marciapiede di via Vittorio Alfieri, a Palermo, nel punto in cui Libero Grassi...