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22/07/2026 22:00:00

A Trapani presentato il libro "Rita Atria, la settima vittima di via D'Amelio"

Nel giorno della commemorazione del 34° anniversario della strage di via D'Amelio, il Chiostro di San Domenico ha ospitato la presentazione del libro Rita Atria, la settima vittima di via D'Amelio, scritto da Giovanna Cucè e Nadia Furnari. Un incontro intenso, che ha riportato al centro il coraggio della giovane testimone di giustizia e gli interrogativi che, a distanza di oltre trent'anni, continuano ad accompagnare la sua morte. A colpire è stata anche la partecipazione contenuta del pubblico, un dato che ha fatto riflettere considerata l'importanza dei temi affrontati e il valore della testimonianza di Rita Atria.

 

Via d'Amelio e il dovere di raccontare

L'iniziativa, promossa dal Comune di Trapani insieme all'Associazione Nazionale Magistrati – Sezione di Trapani, si è inserita nel programma delle commemorazioni dedicate alle vittime della strage del 19 luglio 1992.
In apertura, il sindaco Giacomo Tranchida ha sottolineato l'importanza di valorizzare il Chiostro di San Domenico come luogo di crescita culturale e civile, rilanciando l'idea di renderlo sempre più uno spazio educativo aperto alle scuole e alle nuove generazioni, affinché la cultura della legalità diventi patrimonio condiviso.

 

La ragazza che scelse lo Stato

A ripercorrere la vicenda di Rita Atria è stata la presidente del Tribunale di Trapani, Alessandra Camassa.
Rita nasce e cresce a Partanna, in una famiglia profondamente immersa nella cultura mafiosa. La morte del padre Vito e, successivamente, quella del fratello Nicola segnano la sua vita e la portano a una scelta destinata a cambiarne il destino: collaborare con la magistratura, affidando a Paolo Borsellino tutto ciò che sapeva sugli equilibri mafiosi del suo territorio.
Una decisione maturata in un contesto familiare difficilissimo e accompagnata da un rapporto complesso con la madre, che inizialmente non comprese la sua scelta di affidarsi allo Stato.
La dottoressa Camassa ha ricordato anche il carattere forte e tormentato della giovane, riportando una frase che Rita le rivolse e che racchiude il peso della sua esperienza: «Lei non mi può capire, è troppo per bene».
Parole che raccontano il disagio di una ragazza cresciuta in un ambiente dominato dalla mafia e il difficile percorso di chi aveva deciso di prendere definitivamente le distanze da quel mondo.

 

Un libro nato dallo studio dei documenti

Nel corso della presentazione, Nadia Furnari ha illustrato il lungo lavoro di ricerca svolto insieme a Giovanna Cucè per la realizzazione del volume.
«Abbiamo fatto un grande lavoro di onestà intellettuale. Abbiamo letto documenti, studiato gli atti e tutto va contestualizzato al 1992», ha spiegato.
Il libro, ricco di riferimenti documentali e note, nasce con l'obiettivo di offrire una ricostruzione accurata dei fatti, senza imporre una verità precostituita.
«Abbiamo cercato di ricostruire tutto quello che è stato possibile trovare, lasciando poi a ciascuno la possibilità di farsi la propria idea, sempre nel rispetto delle vite degli altri», ha aggiunto l'autrice.

 

Le ombre che restano
Uno dei momenti più significativi dell'incontro ha riguardato gli aspetti ancora irrisolti della morte di Rita Atria, affrontati dalle autrici e nel dibattito con i relatori.
Pur ricordando che la versione ufficiale parla di suicidio, durante la presentazione sono stati richiamati alcuni elementi che continuano ad alimentare il dibattito: la mancanza di alcuni rilievi ritenuti fondamentali sulla scena della morte, l'assenza di impronte digitali repertate e la presenza di un poliziotto che sarebbe entrato nell'appartamento senza comparire nei verbali dell'epoca.
Nel corso dell'incontro è intervenuto anche l'avvocato Goffredo D'Antona, che ha posto l'attenzione sugli aspetti giuridici della vicenda, sulle criticità emerse nel percorso investigativo e sulla necessità di continuare ad approfondire una storia che presenta ancora numerosi interrogativi. 
Questioni che si inseriscono in una vicenda sulla quale, nel 2022, sono state riaperte le indagini anche per verificare l'ipotesi di istigazione al suicidio, senza che finora sia stata raggiunta una risposta definitiva.

 

Una ragazza lasciata troppo sola

Nel corso della serata è stato affrontato anche il tema della gestione dei collaboratori di giustizia nei primi anni Novanta.
Dalle riflessioni emerse è affiorata l'immagine di una ragazza di appena diciassette anni, cresciuta in un contesto mafioso, travolta dalla perdita del padre e del fratello e rimasta senza il sostegno di Paolo Borsellino dopo la strage di via D'Amelio.
Una vicenda che continua a interrogare non solo sul coraggio di Rita Atria, ma anche sulle responsabilità di un sistema che, secondo quanto emerso durante l'incontro, non fu sempre in grado di proteggere chi aveva scelto di rompere definitivamente con la mafia.
A chiudere idealmente l'incontro è stato uno dei pensieri attribuiti a Rita Atria, ricordato nel corso della serata: «Dopo aver sconfitto la mafia che hai dentro puoi sconfiggere quella che c'è fuori».
Un messaggio che continua a parlare soprattutto ai più giovani, ricordando che la lotta alla criminalità organizzata passa anche dalle scelte individuali, dalla responsabilità e dalla cultura della legalità.
E resta una frase che riassume il peso di una vicenda ancora aperta: «Di sicuro c'è solo che Rita è morta. E non è una bella pagina della storia italiana».

 

Beatrice Progni



Antimafia | 2026-07-21 17:00:00
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