×
 
 
22/04/2026 06:00:00

Aste truccate, frodi bancarie e settore immobiliare: la nuova frontiera degli affari di Cosa nostra

Non è più soltanto una mafia che impone il pizzo o traffica droga. È una mafia che studia i mercati, individua i punti deboli del sistema economico e li trasforma in occasioni di profitto. L’inchiesta che ha colpito i mandamenti di Brancaccio e Corso dei Mille, che ha portato all'arresto di 32 persone, racconta proprio questo salto di qualità: una Cosa nostra capace di infiltrarsi nelle aste giudiziarie, manipolare il settore immobiliare e costruire sofisticati meccanismi di riciclaggio.

Un’evoluzione che non cancella il passato, ma lo integra. La violenza resta, il controllo del territorio pure. Ma accanto a questi strumenti tradizionali si affianca una strategia economico-finanziaria sempre più raffinata.

 

Il ritorno dei boss e la continuità del potere

Il primo dato che emerge con forza dall’indagine è la continuità del comando. Figure storiche, tornate in libertà dopo anni di carcere, riprendono immediatamente il controllo delle attività criminali. Tra queste c’è Nino Sacco, scarcerato nel 2024 e rapidamente tornato al vertice del mandamento di Brancaccio. Attorno a lui si ricostruisce una struttura gerarchica ben definita, fatta di uomini fidati, spesso parenti, incaricati di gestire le attività operative e mantenere i contatti con il territorio.

Non si tratta di una mafia in crisi, ma di un’organizzazione che conserva memoria, regole e rispetto per i vertici. Una mafia che cambia pelle senza perdere identità.

 

Il “sistema aste”: come si conquista il mercato legale

Il cuore dell’inchiesta è però il sistema costruito attorno alle aste giudiziarie. Un meccanismo che dimostra la capacità dei clan di infiltrarsi in ambiti apparentemente lontani dalla criminalità organizzata.

Secondo gli inquirenti, il metodo era tanto semplice quanto efficace: intimidire i potenziali partecipanti alle aste per ridurre la concorrenza, far andare deserte le gare e acquistare immobili a prezzi stracciati attraverso prestanome.

In questo modo, beni provenienti da fallimenti o pignoramenti diventavano un’occasione per reinvestire capitali illeciti e consolidare la presenza nel tessuto economico cittadino.

Ma il sistema non si fermava qui. L’organizzazione avrebbe messo in piedi anche una rete per appropriarsi di patrimoni di persone decedute senza eredi, falsificando testamenti e atti notarili. Un livello di sofisticazione che segna un ulteriore salto di qualità.

 

Giuseppe Vulcano, il “tecnico” dei clan

A rendere possibile questa trasformazione è stata anche la figura di Giuseppe Vulcano, considerato dagli investigatori una sorta di regista finanziario.

Trentasette anni, diploma di ragioneria, Vulcano si presentava come consulente esperto in materia tributaria e bancaria, pur senza alcuna iscrizione ad albi professionali. Il suo ruolo, secondo l’accusa, era centrale: costruiva documenti falsi, individuava prestanome, creava identità finanziarie credibili per soggetti nullatenenti e facilitava l’accesso al credito. Era lui a muovere i capitali, a schermarli, a reinvestirli. Un profilo che incarna perfettamente la nuova mafia: meno visibile, più tecnica, capace di operare dentro i meccanismi dell’economia legale. Non solo. Vulcano si sarebbe occupato anche degli investimenti in attività commerciali – dalle tabaccherie alle sale gioco, fino ai distributori di carburante – contribuendo a radicare ulteriormente la presenza mafiosa nel tessuto economico.

 

 

 

Ecco i nomi degli altri arrestati: Pietro Asaro, 55 anni, Antonino Borgognone, 63 anni, Salvatore Borgognone, 31 anni, Filippo Bruno, 36 anni, Francesco Capizzi, 35 anni, Giuseppe Caserta 51 anni, Sebastiano Castanetta, 28 anni, Ignazio Cinà, 37 anni, Maurizio Costa, 61 anni, Salvatore di Pasquale, 48 anni, Angelo Faraone, 32 anni, Paolo Filippone, 34 anni, Antonino Giuliano, 54 anni, Antonino Graviano, 49 anni, Mohamed Labidi, 33 anni, Cosimo Lo Nigro, 51 anni, Saverio Marchese, 61 anni, Antonino Marino, 48 anni, Pietro Mendola, 54 anni, Antonino Randazzo, 33 anni, Carmelo Sacco, 37 anni, Francesco Salerno, 56 anni, Luciano Scrima, 37 anni, Matteo Scrima, 66 anni, Antonino Spadaro, 70 anni, Gaetano Spadaro, 48 anni, Pietro Tagliavia, 58 anni, Giacomo Teresi, 80 anni, Ignazio Testa, 39 anni e Filippo Marcello Tutino 65 anni.

 

Il caso politico e la replica di Lagalla

Il nome di Vulcano apre anche uno squarcio sul rapporto tra criminalità e sfera pubblica. Nel 2022, infatti, si era candidato al Consiglio comunale di Palermo nella lista “Lavoriamo per Palermo”, a sostegno dell’attuale sindaco Roberto Lagalla, ottenendo 283 preferenze. Una circostanza che ha sollevato inevitabili interrogativi. Lo stesso Lagalla, interpellato sulla vicenda, ha chiarito di non avere mai avuto rapporti diretti con Vulcano: «Ho visto la sua fotografia, ma non ricordo chi lo abbia portato in lista. Durante la campagna elettorale si incontrano centinaia di persone». Il sindaco ha inoltre sottolineato come le indagini siano partite nel 2023, quindi successivamente alla competizione elettorale.

Una risposta che, pur respingendo ogni coinvolgimento, evidenzia quanto sia complesso individuare e filtrare presenze opache in contesti politici ampi e articolati.

 

Estorsioni e intimidazioni: il volto che non cambia

Se da un lato la mafia investe e innova, dall’altro continua a esercitare il proprio controllo con metodi tradizionali.

Le indagini hanno documentato almeno 18 episodi di estorsione. Il “pizzo” resta uno strumento centrale: richieste periodiche, imposizione di assunzioni, tentativi di infiltrazione nelle aziende.

Le storie raccolte raccontano un clima di pressione costante: imprenditori picchiati, mezzi incendiati, cantieri bloccati. In un caso, dopo il rifiuto di pagare, sono stati bruciati quattro furgoni. In un altro, un escavatore è stato dato alle fiamme per lanciare un messaggio inequivocabile.

Eppure, nonostante tutto, qualcuno denuncia. Un segnale importante, anche se ancora troppo isolato.

 

Il ruolo delle vittime e delle associazioni

Le denunce, seppur poche, hanno avuto un peso determinante nell’inchiesta. Un contributo riconosciuto da realtà come Addiopizzo, che parla di “storie di resistenza” fondamentali per rendere efficace l’azione dello Stato. Anche la CISL sottolinea il valore dell’operazione, evidenziando però la necessità di mantenere alta l’attenzione: la recrudescenza degli episodi intimidatori dimostra che la pressione mafiosa è tutt’altro che superata.

 

La metamorfosi di Cosa nostra

A sintetizzare il senso dell’indagine è il procuratore Maurizio de Lucia, che parla di una vera e propria “metamorfosi strategica”. Cosa nostra continua a controllare il territorio e a utilizzare la forza intimidatoria, ma ha compreso che il vero salto di qualità passa dal controllo dell’economia legale. Un ambito che garantisce profitti più elevati e minori rischi rispetto alle attività tradizionali. È la conferma di un’intuizione storica di Giovanni Falcone: per capire la mafia bisogna seguire i soldi. E oggi quei soldi passano sempre più spesso attraverso canali apparentemente leciti.

 

Una sfida ancora aperta

L’operazione rappresenta un colpo importante, ma non definitivo. Il quadro che emerge è quello di una mafia dinamica, capace di adattarsi e di sfruttare ogni spazio disponibile.La vera sfida resta quella di spezzare il legame tra criminalità ed economia, rafforzando al tempo stesso il tessuto sociale. Perché senza il coraggio di denunciare e senza un contesto economico sano, ogni intervento repressivo rischia di essere solo temporaneo. La mafia cambia. E lo Stato, insieme alla società civile, è chiamato a cambiare con essa.

 



Native | 21/04/2026
https://www.tp24.it/immagini_articoli/20-04-2026/1776697110-0-occupazione-e-nuove-professioni-in-sicilia.jpg

Occupazione e nuove professioni in Sicilia

Il mercato del lavoro nell'isola sta attraversando una fase di ridefinizione che scardina i vecchi stereotipi legati a un'economia statica o puramente assistenziale. Sebbene le sfide strutturali rimangano un tema centrale del...