In mare, o al veglione. Tutti i morti ci somigliano, ma non tutti fanno notizia
È antipatico quello che sto per scrivere, lo so. Ma qualcuno, ogni tanto, deve pur farlo.
È un discorso cinico, certo. Me lo posso permettere perché scrivo da una periferia lontana e poco mondana, dove Svizzera e Cina, per molti di noi, sono più o meno la stessa cosa: nomi lontani, cartoline astratte, latitudini che non abitano la nostra quotidianità.
La cosa che devo raccontare è questa. Me l’ha detta un amico, un giornalista, durante la telefonata rituale per scambiarci gli auguri di Capodanno. Come sempre succede, dopo i convenevoli il discorso è scivolato sull’attualità. Su quella strage terribile. Tutti quei morti in Svizzera.
Ovunque, in quelle ore, c’erano cronache, speciali, dirette, analisi sulla tragedia di Crans-Montana. Dei morti in mare — poveri, sporchi, neri, disperati — chi se ne frega più?
Ho rilanciato con un’osservazione ancora più cinica. «Che poi», gli ho detto, «a pensarci bene, anche diverse vittime della strage di Capodanno sono extracomunitarie, essendo svizzere».
Ci siamo limitati a un “già”. Poi il silenzio.
Ho immaginato che il mio amico stesse facendo la stessa cosa che stavo facendo io in quel momento: guardare nel vuoto.
***
Quando spiego cos'è il giornalismo, le prime cose che dico sono anche le più false. Parto dalle basi, da ciò che dovrebbe essere ovvio: che cos’è una notizia. E per spiegarlo cito sempre due frasi bellissime, di quelle che scaldano l’anima. Frasi in cui nessuno però crede davvero.
La prima è attribuita a John Donne: «Quando muore un uomo, muore una parte di te, perché tu fai parte dell’umanità». La seconda è di Che Guevara: «Sii sempre capace di sentire nel profondo di te stesso ogni ingiustizia commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo».
Belle. Nobilissime. E profondamente false.
Perché quando muore un uomo, nella maggior parte dei casi, a noi importa poco. Ci interessa solo se quella morte ci riguarda, se ci somiglia, se possiamo riconoscerci in quella storia. Se parla la nostra lingua, se ha il nostro colore della pelle, se frequenta i nostri stessi luoghi.
E lo stesso vale per le ingiustizie. Quelle che sentiamo davvero non sono “tutte”, ma solo quelle che toccano noi. Quelle che disturbano la nostra quotidianità, il nostro perimetro emotivo, il nostro piccolo mondo.
È così che funziona. È così che funzionano le notizie. Ed è così che funziona l’empatia: selettiva, interessata, profondamente ingiusta.
Ed è per questo che alcune stragi diventano tragedie universali, mentre altre scivolano via come rumore di fondo. Perché non tutte le vittime sono uguali. Non tutte meritano lo stesso lutto. Non tutte hanno diritto allo stesso spazio, allo stesso dolore condiviso, alla stessa indignazione pubblica.
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Ma si, lo sappiamo: ci sono morti di serie A e morti di serie B, quante volte lo abbiamo scritto? Il problema è che poi esiste una serie C, una D, e via via fino alla Z. Ognuno di noi ha una personalissima classifica delle vittime. Una graduatoria intima, spesso inconfessabile, che stabilisce chi merita il lutto pubblico, l’apertura dei telegiornali, le candele virtuali, e chi invece può essere archiviato in poche righe, magari senza neppure una fotografia.
Snowpiercer è un film del regista sudcoreano Bong Joon-ho, lo stesso di Parasite. Racconta un mondo post-apocalittico, distrutto da una nuova era glaciale provocata da esperimenti falliti per fermare il riscaldamento globale. I pochi sopravvissuti vivono su un treno che gira senza sosta intorno alla Terra, lo Snowpiercer, alimentato da un motore che sembra perpetuo.
Quel treno è un microcosmo perfetto della società umana. Nelle ultime carrozze stanno i poveri, ammassati, nutriti con disgustose barrette “proteiche” di origine ignota. Davanti, nei vagoni di testa, vivono i ricchi: luce, cibo vero, musica, ordine. Anche alla fine del mondo, anche quando l’umanità è ridotta a un filo che corre sui binari del ghiaccio, esistono la prima classe, la seconda, la terza.
Non siamo uguali da vivi. E non siamo uguali neppure da morti.
Non sono uguali tra loro gli “extracomunitari”, non è uguale il valore di una vita spezzata.
***
Si vive e si muore cercando salvezza su un barcone. Si vive e si muore brindando all’anno nuovo in una località esclusiva. Si vive e si muore aspettando soccorsi che non arrivano. Si vive e si muore filmando con il telefono l’incendio che ti ucciderà, senza che nessuno chiami aiuto.
Il mondo non è diviso solo in classi sociali. È diviso in lutti legittimi e lutti invisibili. E noi, ogni giorno, saliamo su quel treno, scegliamo il vagone da cui guardare fuori, e decidiamo — quasi sempre senza accorgercene — chi vale la pena piangere.
***
Un’ultima cosa, che riguarda proprio le immagini che abbiamo visto tutti. Il video dell’incendio sul tetto del locale. Le fiamme che crescono. La musica che continua. I ragazzi che ballano e riprendono, invece di correre fuori, chiedere aiuto, tentare di spegnere il fuoco.
In questi giorni si sono sprecate le analisi. Psicologi, sociologi, opinionisti. Si è parlato di incoscienza, di superficialità, di generazioni perdute. Ma quei ragazzi hanno fatto esattamente quello che avremmo fatto tutti.
Non sono un’eccezione. Sono la regola.
In questo senso, anche loro — come i migranti morti in mare — sono le vittime che raccontano perfettamente il nostro tempo, questo scorcio di storia che attraversiamo. Perché così come chi annega nel Mediterraneo racconta la disperazione di chi cerca una vita migliore e viene inghiottito dalle onde, lì dove non c’è campo, non puoi chiamare nessuno, e nella notte puoi solo gridare il tuo nome sperando che qualcuno lo ricordi, allo stesso modo quei ragazzi che filmano il fuoco che poi li divorerà mettono in scena il nostro sabba collettivo.
Il mondo è in fiamme, noi lo inquadriamo. . Riduciamo tutto in verticale, dentro uno schermo. Trasformiamo l’emergenza in contenuto, la paura in story, la morte in diretta. Prima si registra, poi — forse — si reagisce. E spesso non c’è più tempo.
Quel gesto non è stupidità. È abitudine. È il riflesso condizionato di una civiltà che ha scambiato la sopravvivenza con la documentazione, la vita con la sua riproducibilità tecnica, per citare Benjamin.
Viviamo in un mondo in cui chiedere aiuto è diventato secondario rispetto al lasciare traccia. In cui esistere significa essere visti, anche solo per pochi secondi. Anche mentre si muore. Anche mentre la propria casa è in fiamme.
E allora, forse, non ci resta che una cosa sola.
Non l’indignazione selettiva, non la rabbia a consumo, non la classifica delle vittime. Ma la pietas: quel sentimento antico e fragile che ci rende umani, che ci mette sullo stesso piano, che non distingue tra morti belli e morti brutti, tra chi annega nel mare e chi brucia sotto un tetto che crolla.
Che mi fa piangere i ragazzi di Capodanno come i 116 morti nel Mediterraneo. Che mi impedisce di scegliere chi meritava di più di essere salvato. Che mi costringe a riconoscere, in tutti loro, qualcosa di me.
Forse è poco. Forse non salva nessuno. Ma è l’unico antidoto che ci resta contro un mondo che guarda, filma, archivia e passa oltre.
E se non sappiamo più salvare, almeno impariamo a piangere tutti allo stesso modo.
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