Leggo i commenti di odio sulle bacheche social della nostra provincia. La storia non è delle più originali: un tizio di colore che ruba qua e là, viene beccato da una telecamera di sorveglianza. Qualcuno pubblica l’immagine con la sua faccia e scrive di fare attenzione a “questo merdaccia”, che si è infilato nelle case della gente a rubare. Poi scrive anche che dato che la polizia non fa niente, è meglio “che lo cerchiamo noi, che siamo sicuri che lo prenderemo”. Infine il suggerimento di condividerne la foto e fare girare.
La valanga dei commenti è violentissima. C’è chi vorrebbe “darlo in pasto ai maiali”, chi vorrebbe farne “concime per piante”, chi vorrebbe spaccargli “le gambe e le braccia”. E poi ci sono quelli che comunicano candidamente che si stanno organizzando per le ronde, che lo troveranno e gli faranno capire “che qui comandiamo noi e non lui”.
Mi colpisce molto la sproporzione delle reazioni. E soprattutto i diversi commenti che richiamano il caso Roggero, quel gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver inseguito e ucciso due persone che avevano rapinato il suo negozio. “E magari, se gli facciamo qualcosa – aveva commentato qualcuno - va a finire che in galera ci andiamo noi”. È un fenomeno nuovo, figlio della modernità digitale? È una distorsione, appannaggio di pochi?
Purtroppo no. Ne ho scritto qui e i commenti, ignorando la gravità delle minacce di morte, si sono focalizzati quasi esclusivamente sulla sfiducia nella giustizia (e quindi meglio fare da soli). Oltre all’origine straniera del presunto ladro, definito in termini deumanizzanti come “selvaggio” che “dovrebbe vivere solo nella giungla”. Immancabile poi il sarcasmo politico sulle “risorse” che arrivano nel nostro Paese. E l’inflazionatissima considerazione del tipo, “Facile scrivere da un computer, vorrei vedere se venisse a rubare a casa tua”.
Ecco, succede sempre più spesso che l’attenzione si sposti dalla realtà a chi quella realtà la racconta. Soprattutto se la chiave di lettura non è condivisa.
Un tizio ha infatti scritto: “Egidio se te lo trovi a casa poi che fai piangi? ... Ah per te che sei Giornalista sei una brava persona perché devi andare con la legge, io che mi difendo perché la legge non fa niente sarei una cattiva persona... Certi post non li fate!”.
“Sig. Morici – ha commentato un altro - voi comunisti parlate bene ma razzolate male, siete degli ipocriti che vivete con gli occhi bendati, e cercate di dare lezioni a chi vive nella realtà”. Oppure: “Caro uomo Nero, puoi entrare a casa di Egidio Morici o di altri buonisti... Tanto come loro dicono non farebbero nulla chiamerebbero la polizia e comunque hai il tempo di scappare”.
Addirittura uno ha scritto: “Speriamo venga a rubare a casa sua, egregio direttore”. E va beh, l’articolo l’ho scritto io, ma è sempre “colpa” del direttore.
Ciò che accomuna questo tipo di messaggi è la paura. Non solo quella di essere derubati. Ma quella di dover difendere la propria identità. E anche la propria appartenenza ad una comunità. Infatti, non si può fare a meno di notare che se il presunto ladro appartiene alla comunità dei paesani, le reazioni sono più blande. Uno per tutti, il caso di un tizio che a Castelvetrano rubava i motorini dell’acqua, forzando lo sportellino nel muro delle abitazioni. Ricordo che nessuno suggerì di darlo in pasto ai maiali o di farne concime per piante. Senza contare l’ammirazione di qualcuno per certi capimafia, come Messina Denaro, Totò Riina o Bernardo Provenzano.
La tendenza a farsi giustizia da soli non è però una novità. Le radici sono antiche quanto l’uomo. Il fenomeno del “vigilantismo” (detto anche “digilantismo” nella sua versione digitale), nasce già prima del 1200, quando in Sicilia, operavano i “Vendicatori”, una società segreta nata per punire i torti subiti dal popolo a causa di nobili corrotti. O ancora i “Beati Paoli”, giustizieri che agivano nell’ombra per proteggere i deboli dove lo Stato era assente. Ecco, ieri si usavano i forconi, oggi si usano gli smartphone, ma la spinta è la stessa: la sfiducia radicale nelle istituzioni e l’illusione che la violenza privata sia l’unica risposta possibile.
E che possiamo fare oggi noi giornalisti? Siamo diventati, spesso nostro malgrado, schiavi dei social media. Sono loro il mezzo principale attraverso cui i nostri contenuti viaggiano, ma sono anche nemici dell’approfondimento e amici della semplificazione estrema.
Sulle piattaforme non c’è spazio per le sfumature. Il mondo viene diviso brutalmente in bianco e nero: da una parte i “cittadini onesti” (spesso descritti come vittime di uno Stato assente), dall’altra il degrado incarnato dal diverso, dallo straniero, o dal tossicodipendente. In questa deumanizzazione il sospettato non è più una persona, ma diventa una “merdaccia” da dare in pasto ai maiali.
A normalizzare la barbarie ci pensano gli algoritmi, che tendono a moltiplicare like e condivisioni dei post violenti, alimentando la spirale dell’aggressività. Il caso del gioielliere Roggero, per esempio, da fatto di sangue rischia di trasformarsi in contenuto polarizzante: più “traffico” social, più business.
Lo so, noi giornalisti dovremmo rompere questa divisione manichea, spiegando che quando il cittadino grida al presunto ladro di colore ti facciamo vedere noi qua, se comandiamo noi o comandi tu, sta rinnegando lo Stato di diritto per tornare alla “legge della giungla”.
Ma non è un’operazione facile. Nella polarizzazione social non ci sono spazi per le alternative: o lo dai in pasto ai maiali, o gli offri il caffè perché sei buonista.
Egidio Morici