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28/07/2026 06:00:00

Mafia a Petrosino, la catena di comando: gli ordini dal carcere, il pizzo e la cassa del clan

L’ordinanza dell’operazione antimafia del 23 luglio ricostruisce la presunta organizzazione della famiglia di Cosa nostra operante nel territorio. Al vertice, secondo il Gip, ci sarebbe stato Marco Buffa, capace di continuare a impartire direttive anche durante la detenzione. Intorno a lui una rete incaricata di riscuotere denaro, assistere i familiari dei detenuti e controllare attività economiche e giochi.

 

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"Lo Stato non controlla più le carceri" ha detto di recente il procuratore di Palermo, De Lucia. Affermazione che può sembrare un po' esagerata, certo, che ha fatto anche arrabbiare il Ministro della Giustizia Nordio e sollevato un vespaio di polemiche.  Ma un fondo di verità la frase di De Lucia ce l'ha. E la prova arriva pure da Petrosino, dove p Marco Buffa, reggente della famiglia mafiosa locale (e nome  noto alle cronache per chi segue Tp24) era in grado di gestire, appunto, dal carcere, affari ed estorsioni. Il tutto, indisturbato, dal 2022. Si, avete letto bene. Buffa impartiva ordini dal carcere. E non era il solo. 

 

Non soltanto droga, armi e incendi intimidatori. Al centro dell’operazione antimafia scattata il 23 luglio a Petrosino c’è soprattutto la ricostruzione di una struttura che, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo e il giudice per le indagini preliminari, ha continuato a esercitare sul territorio le funzioni tradizionali di una famiglia di Cosa nostra.

 

Una struttura con un  vertice, uomini incaricati di eseguire le disposizioni, una cassa alimentata dalle estorsioni, il sostegno economico ai detenuti e alle loro famiglie e una particolare attenzione per il controllo delle attività commerciali, delle slot machine e delle scommesse.

 

 

Buffa, il reggente

 

La figura centrale, dicevamo,  è quella di Marco Buffa, al quale viene attribuito il ruolo di promotore, direttore e organizzatore della famiglia mafiosa operante a Petrosino.

Le indagini lo indicano come il presunto reggente della struttura locale. Non un semplice partecipe, dunque, ma l’uomo che ha stabilito le linee d’azione, coordinato le attività illecite e deciso la destinazione del denaro ottenuto attraverso le estorsioni.

Buffa ha selezionato le imprese e i privati da sottoporre al pagamento del pizzo, organizzato incontri con gli altri associati, mantenuto i collegamenti con differenti articolazioni territoriali di Cosa nostra e seguito gli affari illeciti del gruppo.

Un ruolo che, secondo gli investigatori, non si sarebbe interrotto neppure con la sua detenzione.

La Procura sostiene infatti che Buffa ha continuato a impartire direttive dal carcere, utilizzando familiari e persone di fiducia per trasmettere messaggi all’esterno. Le disposizioni avrebbero riguardato, tra l’altro, la riscossione delle somme, la gestione della cassa comune e l’organizzazione di incontri con altri soggetti.

È uno degli aspetti più rilevanti dell’indagine: la capacità che l’accusa attribuisce al presunto capo di conservare la propria autorità anche dietro le sbarre.

 

Chi è Marco Buffa

 

Marco Buffa, nato a Mazara del Vallo il 4 gennaio 1973 e da anni indicato dagli investigatori come figura di riferimento della criminalità organizzata a Petrosino, ha alle spalle una lunga storia giudiziaria. Cìè una prima condanna definitiva del 2009 per avere favorito la latitanza di Andrea Mangiaracina e Natale Bonafede, storici esponenti del mandamento mafioso di Mazara del Vallo; in quel procedimento, tuttavia, non gli fu riconosciuta l’aggravante mafiosa. Buffa fu poi coinvolto nell’operazione “Annozero”, nella quale gli investigatori lo collocavano tra i partecipi della famiglia mafiosa di Mazara. Nel dicembre 2022 il Tribunale di Marsala lo condannò in primo grado a 16 anni per associazione mafiosa, assolvendolo invece dalle contestazioni di estorsione e danneggiamento.

 

Nel settembre 2022 era stato nuovamente arrestato nell’operazione “Hesperia”, dalla quale è successivamente scaturita una condanna definitiva a 11 anni e quattro mesi. In quelle indagini Buffa veniva indicato come il presunto capo decina di Petrosino, territorio considerato una cerniera tra Marsala e Mazara del Vallo. Dagli atti di Hesperia emerse anche il singolare richiamo ricevuto dopo avere messo in giro la voce che Matteo Messina Denaro fosse morto: una notizia che, secondo le intercettazioni, sarebbe arrivata fino alla rete del latitante. 

 

Buffa è stato inoltre protagonista dell’inchiesta sul presunto voto di scambio alle amministrative di Petrosino del 2022: condannato in primo grado a 15 anni insieme all’allora consigliere comunale Michele Buffa, con il quale non ha rapporti di parentela, è stato assolto in appello; nel febbraio 2026 la Cassazione ha reso definitiva l’assoluzione.

 

Gli uomini sul territorio

 

Attorno a Buffa, l’ordinanza colloca innanzitutto Antonino Maltese, Kevin Favara e Vito Salvatore Licari.

A Maltese e Favara viene attribuito un ruolo operativo nella famiglia. Secondo la contestazione, avrebbero partecipato alle attività illecite, eseguito le indicazioni del presunto reggente, preso parte alle riunioni e contribuito al controllo del territorio.

Favara, in particolare, viene descritto come un soggetto impegnato anche nella gestione del racket degli alloggi popolari e nelle intimidazioni contro commercianti e privati. A Maltese vengono invece attribuiti compiti di collegamento, riscossione e gestione di una parte delle attività criminali.

Licari ha avuto una funzione particolarmente delicata. Essendo genero di Buffa, secondo l’accusa ha fatto da tramite tra il detenuto e gli uomini rimasti liberi.

L’ordinanza gli contesta di aver portato all’esterno messaggi ricevuti da Buffa nel carcere Pagliarelli di Palermo. Le comunicazioni haro riguardato la riscossione di denaro, la gestione della cassa comune e la fissazione di incontri.

Licari ha inoltre partecipato direttamente a episodi estorsivi e alla consegna di denaro destinato al mantenimento di Buffa durante la detenzione.

La catena descritta dagli inquirenti sarebbe stata quindi relativamente semplice: Buffa ha impartito le disposizioni, Licari ha contribuito a trasmetterle e Maltese e Favara avrebbero seguito una parte delle attività sul territorio.

 

 

La mafia delle slot

 

Uno dei capitoli più significativi dell'operazione riguarda il settore delle macchine da gioco.

La famiglia mafiosa di Petrosino ha esercitato un controllo sulle slot collocate in numerosi esercizi commerciali. Il sistema ha previsto il pagamento di una somma mensile per ottenere l’autorizzazione a installare e mantenere gli apparecchi sul territorio.

Al centro della vicenda c’è la società Alicos Giochi e il suo titolare Vincenzo Corvitto. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Corvitto e alcuni suoi dipendenti avrebbero versato per anni denaro agli esponenti mafiosi operanti nella zona.

La somma indicata nell’ordinanza è precisa: 850 euro al mese, da consegnare entro il giorno 15.

Il denaro, secondo l’accusa, sarebbe finito direttamente nelle mani di Buffa e Maltese. Non sarebbe servito soltanto a garantire la presenza delle slot negli esercizi commerciali di Petrosino, ma anche a sostenere economicamente gli uomini del gruppo e le loro famiglie.

Il meccanismo ricostruito dagli inquirenti non riguardava, quindi, soltanto una richiesta estorsiva. La famiglia mafiosa ha stabilito chi potesse operare nel settore, impedito l’ingresso di concorrenti e risolto eventuali controversie tra gli operatori.

Un vero e proprio sistema di autorizzazioni parallele: non bastava rispettare la legge e ottenere i permessi amministrativi. Per operare tranquillamente, secondo l’accusa, bisognava anche ottenere il consenso di chi controllava il territorio.

 

«Protezione» e assenza di danni

 

Il linguaggio delle estorsioni emerge con chiarezza dagli atti. La minaccia non avrebbe avuto necessariamente la forma di una richiesta esplicita accompagnata da violenza immediata.

Il pagamento veniva prospettato, secondo l’accusa, come il prezzo necessario per ottenere la “protezione” e per assicurarsi l’assenza di danneggiamenti.

È il modello classico dell’imposizione mafiosa: non si vende una protezione reale, ma la promessa che il danno non verrà provocato proprio da chi pretende il denaro.

Le somme riscosse avrebbero contribuito ad alimentare la cassa del gruppo. Una parte del denaro sarebbe stata destinata al mantenimento dei detenuti e dei loro familiari, consolidando il vincolo interno all’organizzazione.

La capacità di assistere economicamente chi finisce in carcere è da sempre una componente essenziale della forza delle organizzazioni mafiose. Serve a garantire il silenzio, a mantenere la lealtà e a dimostrare che l’appartenenza al gruppo continua a produrre protezione anche durante la detenzione.

 

Una struttura locale, collegata a Marsala e Mazara

 

L’ordinanza colloca la famiglia mafiosa di Petrosino all’interno del più ampio mandamento di Mazara del Vallo.

Petrosino non viene quindi descritto come un territorio criminalmente autonomo, ma come una componente inserita nella geografia di Cosa nostra trapanese e in costante rapporto con Marsala e Mazara.

Il giudice ricorda inoltre che l’esistenza di una “decina” mafiosa operante a Petrosino era già emersa nelle precedenti indagini denominate “Visir”.

La struttura locale sarebbe stata storicamente riconducibile alla famiglia mafiosa di Marsala, pur mantenendo una propria autonomia operativa nel territorio compreso tra Petrosino e Strasatti.

Secondo il Gip, l’attuale indagine mostrerebbe una continuità rispetto al passato. Non una nuova organizzazione nata improvvisamente, ma la prosecuzione di un sistema già individuato in precedenti procedimenti.

Buffa era già stato coinvolto e condannato in primo grado in altre vicende giudiziarie. Il giudice interpreta gli elementi raccolti nella nuova indagine come la dimostrazione che ha continuato a esercitare il proprio ruolo senza una reale interruzione, anche durante i periodi di detenzione.

 

Mafia ed economia quotidiana

 

Il quadro descritto nell’ordinanza mostra una mafia lontana dall’immagine esclusivamente militare e spettacolare.

Il controllo avverrebbe attraverso somme non sempre enormi, incontri nei bar, messaggi portati dai colloqui in carcere, verifiche sugli incassi delle macchine da gioco, sostegno ai detenuti e intimidazioni rivolte a chi tenta di sottrarsi alle regole imposte.

È una presenza che, se le accuse saranno confermate, si sarebbe inserita nella vita economica quotidiana di Petrosino: supermercati, bar, distributori di carburante, centri scommesse e altre attività frequentate ogni giorno dai cittadini.

Negli atti compare anche un lungo elenco di esercizi commerciali che sarebbero stati individuati come possibili obiettivi di danneggiamenti incendiari. La contestazione riguarda due notti del gennaio 2023, quando, secondo l’accusa, alcuni uomini avrebbero dovuto collocare bottiglie contenenti liquido infiammabile davanti a numerose attività commerciali.

Non tutti gli attentati sarebbero stati realizzati. Ma il progetto, per gli inquirenti, dimostrerebbe la capacità del gruppo di lanciare un messaggio generale al tessuto economico locale: nessuno avrebbe dovuto ritenersi completamente libero dal controllo esercitato sul territorio.

 

I due livelli dell’inchiesta

 

Il Gip distingue chiaramente due strutture.

Da una parte, la presunta famiglia mafiosa facente capo a Buffa, attiva prevalentemente nelle estorsioni, nel controllo delle slot, nel sostegno ai detenuti e nella gestione dei rapporti con altri gruppi criminali.

Dall’altra, un’associazione armata finalizzata al traffico di droga, che avrebbe avuto in Maltese e Kevin Favara i principali organizzatori.

I due livelli si intersecano, ma non coincidono completamente.

È lo stesso giudice a sottolineare che le vicende non possono essere automaticamente unificate. La famiglia mafiosa ha avuto come riferimento Buffa e come settore principale quello delle estorsioni. Il gruppo della droga, invece, avrebbe gestito cocaina, crack e hashish, cercando di controllare le piazze di spaccio e di contrastare i gruppi concorrenti.

Maltese sarebbe stato l’elemento di raccordo tra le due realtà: accusato di partecipare alla famiglia mafiosa e, contemporaneamente, di svolgere un ruolo centrale nell’organizzazione del narcotraffico.

 

 

Il potere esercitato anche dal carcere

 

Il dato che attraversa l’intera ordinanza è la presunta capacità della struttura di sopravvivere agli arresti.

Kevin Favara ha continuato, secondo l’accusa, a ricevere informazioni e introiti legati allo spaccio anche durante il periodo trascorso nel carcere di Trapani. Buffa avrebbe mantenuto la direzione della famiglia facendo uscire messaggi dal Pagliarelli. Altri detenuti avrebbero utilizzato illegalmente telefoni cellulari all’interno dell’Ucciardone.

Il carcere, nella ricostruzione degli investigatori, non avrebbe sempre spezzato i rapporti criminali. In alcuni casi ne avrebbe modificato soltanto le modalità.

Da qui l’importanza attribuita ai familiari, ai colloqui, ai telefoni e ai soggetti incaricati di fare da intermediari. Senza una rete esterna affidabile, un detenuto non potrebbe continuare a esercitare alcun potere. L’accusa sostiene invece di avere individuato proprio questa rete.

È questo, in definitiva, il cuore del primo livello dell’inchiesta di Petrosino: una presunta famiglia mafiosa che avrebbe continuato a raccogliere denaro, impartire ordini, intimidire commercianti e assistere i propri uomini anche quando il soggetto indicato come capo si trovava in carcere.

Una struttura apparentemente piccola, radicata in un territorio di poco più di ottomila abitanti, ma inserita — secondo la ricostruzione giudiziaria — negli equilibri più ampi di Cosa nostra della provincia di Trapani.

 

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