Liquidi che fuoriescono da una bara, polemiche in Aula e, sullo sfondo, una diffida annunciata contro la Giunta per le continue assenze. A Trapani il caso del cimitero comunale diventa l’ennesimo terreno di scontro politico duro, con toni che salgono e accuse incrociate.
A portare la vicenda in Consiglio è il consigliere Nicola Lamia, che parla senza mezzi termini di criticità igienico-sanitarie e di un sistema che non regge più. Il punto di partenza è un video, poi rimosso, che mostra una bara nel deposito da cui fuoriescono liquidi. Una cittadina segnala subito al personale e alla direzione, ma – secondo quanto denunciato – senza un intervento immediato.
Un episodio che si inserisce in un quadro già noto: salme che restano a lungo nei depositi, difficoltà nelle tumulazioni, ascensori e montacarichi spesso fuori uso, fontanelle senz’acqua, servizi igienici chiusi o inutilizzabili, manutenzione carente. Segnali diversi, ma una stessa percezione: un servizio fragile in un luogo dove il margine di tolleranza è zero.
Per Lamia non è un caso isolato ma “l’ennesimo segnale” di una gestione in affanno. Nell’interrogazione si parla di dignità dei defunti, sicurezza sanitaria e responsabilità politiche. Parole pesanti, che trovano una risposta altrettanto netta da parte dell’assessore ai servizi cimiteriali Peppe La Porta.
La Porta prova a spegnere il caso e lo riporta su un piano tecnico: “È una cosa naturale che nei periodi di caldo le salme perdano liquido”. Spiega che può dipendere anche da bare non perfettamente sigillate e assicura che l’intervento è stato tempestivo: chiamata la ditta, la situazione sarebbe stata tamponata e la salma poi tumulata.
E aggiunge: “Non c’è nessun problema di igiene pubblica”.
Ma il passaggio che fa esplodere lo scontro è un altro: la normalizzazione. Perché mentre l’assessore parla di routine, l’opposizione parla di deriva.
Lamia non ci sta e ribalta il piano: “Lei mi sta dicendo che è normale che una bara perda liquidi? Qui non è politica, è civiltà”. E insiste sul punto più delicato: il rispetto dei defunti e delle famiglie.
I numeri, però, raccontano una pressione reale: circa 26 salme in deposito e tra 5 e 8 ingressi al giorno. Una macchina sotto stress, soprattutto con il caldo, che rende evidente il problema degli spazi e dei tempi di tumulazione.
Ma la seduta non si ferma al cimitero. Il clima si surriscalda ulteriormente quando interviene il consigliere Maurizio Miceli di Fratelli d’Italia. E qui il bersaglio si sposta: non più solo la gestione del servizio, ma il funzionamento stesso della macchina amministrativa.
Miceli attacca frontalmente l’assenza della Giunta in Aula e annuncia una mossa precisa: una diffida formale.
“Dalla prossima seduta manderò una diffida a tutti gli assessori e ai dirigenti. Li voglio qui” dice, denunciando quello che definisce un atteggiamento “inaccettabile”. E affonda: “Chi governa non può fare Aventino”, ovvero non può disertare l’Aula. Il riferimento storico preciso è alla Secessione dell'Aventino, quando l’opposizione abbandonò il Parlamento per protesta. Ed è proprio questo il punto dell’attacco politico: chi governa, secondo Miceli, non può sottrarsi al confronto e lasciare il Consiglio senza risposte.
Dai banchi dell'opposizione, le sedute con interrogazioni, basata per lo più su segnalazioni dei cittadini, da tempo, avvengono senza assessori. Consiglieri che pongono problemi e amministratori che non ci sono. Una dinamica che, secondo Miceli, svuota il ruolo del Consiglio e manca di rispetto non solo all’opposizione ma all’intera città.
Il tono è quello dello scontro totale: “È un atteggiamento supino, succube. Noi veicoliamo le domande dei cittadini, non ce le inventiamo”. E il caso del cimitero diventa così il simbolo di qualcosa di più grande: servizi sotto pressione, problemi strutturali irrisolti e un cortocircuito politico sempre più evidente tra Aula e amministrazione.