Valerio Valenti, il prefetto che prova a conquistare Trapani
Valerio Valenti si è candidato a sindaco di Trapani ed immediatamente la percezione delle prossime amministrative è già cambiata.
Le elezioni comunali sembravano ancora lontane e ufficialmente lo sono ancora, ma da quando Valerio Valenti ha pronunciato quel "sì" alla candidatura a sindaco, le amministrative hanno smesso di appartenere al 2028 per scivolare, nei fatti, dentro il 2027. La campagna elettorale è cominciata con largo anticipo e, soprattutto, è cambiato il baricentro della discussione.
Non perché esista già una coalizione nè un programma definito della “candidatura Valenti”.
E nemmeno perché siano stati chiusi accordi politici. Ma perché, improvvisamente, tutti hanno iniziato a ragionare partendo da lui.
È il destino di alcune candidature: prima ancora di raccogliere voti, modificano i comportamenti degli altri.
L'annuncio ufficiale è arrivato durante il podcast In Vino Veritas e nella trasmissione West Sicily, ma nei corridoi della politica il nome dell'ex prefetto circolava da mesi, come il classico segreto di Pulcinella. Da tempo si vocifera di incontri con professionisti e semplici cittadini, confronti con associazioni, club service, dialoghi con il mondo del volontariato. Chiacchierate nei bar, per strada, perché Valerio Valenti non ha una “segreteria” e non intende nemmeno averla.
Ed è forse proprio questa normalità il primo tratto che colpisce.
Valerio Valenti non si presenta come l'uomo della provvidenza. Anzi, respinge apertamente quell'immagine.
Ripete spesso una frase di Bertolt Brecht: "Sventurata la terra che ha bisogno di eroi". Una citazione che racconta anche il metodo con cui sembra voler costruire la sua candidatura: niente uomo solo al comando, niente investiture salvifiche, ma una comunità chiamata a recuperare fiducia nelle proprie capacità.
Un'impostazione che, almeno nelle intenzioni, prova a distinguersi dalla personalizzazione estrema che negli ultimi anni ha caratterizzato molta della politica locale.
Il curriculum, però, pesa.
Valerio Valenti, classe 1958, è uno dei più alti dirigenti dello Stato originari della provincia di Trapani. Laureato in Scienze politiche all'Università di Palermo, entra nell'Amministrazione civile dell'Interno nel 1986. Da allora attraversa quasi quarant'anni di carriera nei gangli più delicati dello Stato: commissario prefettizio a Campobello di Mazara, presidente della Commissione d'accesso al Comune di Reggio Calabria per verificare eventuali infiltrazioni mafiose, Commissario del Governo nella Provincia autonoma di Bolzano.
Tra il 2001 e il 2006 è anche capo della segreteria particolare del sottosegretario all'Interno Antonio D'Alì, uno dei protagonisti della politica trapanese degli ultimi decenni. Diventa prefetto nel 2012 e guida le Prefetture di Bolzano, Brindisi, Brescia, Trieste e Firenze, fino alla nomina, nel dicembre 2022, a Capo del Dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione del Ministero dell'Interno, il vertice amministrativo che coordina le politiche nazionali su immigrazione, asilo, cittadinanza e diritti civili. Nel 2023 arriva anche l'incarico di commissario straordinario del Governo per l'emergenza migratoria. Oggi è Consigliere di Stato.
È difficile immaginare, nella recente storia politica trapanese, un curriculum istituzionale di pari livello.
Ma Valenti conosce bene un rischio: quello di apparire come "il prefetto che arriva da Roma".
Per questo, nei suoi interventi pubblici, ricuce continuamente il filo con la città.
Lo fa ricordando le origini familiari, la casa in corso Vittorio Emanuele, una famiglia di impiegati, gli anni della giovinezza. Lo fa soprattutto attraverso una passione che a Trapani parla un linguaggio universale: la pallacanestro.
Prima giocatore, poi allenatore, Valenti torna alla fine degli anni Ottanta nella Pallacanestro Trapani, segue il settore giovanile, diventa vice della prima squadra, allena formazioni di Serie C e perfino l'Alcamo femminile in A2, conseguendo la qualifica di allenatore nazionale. Più volte ha raccontato come il basket sia stato la sua vera scuola di leadership: disciplina, responsabilità, spirito di squadra. Un racconto che oggi diventa inevitabilmente anche una metafora politica.
Non è un caso che molti trapanesi, ancora prima di conoscerlo come prefetto, lo ricordino come allenatore.
Anche il suo stile contribuisce a costruire un'immagine diversa da quella del politico tradizionale. Gira in moto, vive a Custonaci, incontra persone senza filtri e senza apparati. Una scelta che qualcuno, soprattutto sui social, gli rimprovera già: quella di non risiedere nel capoluogo. Una critica che ricorda, per certi versi, le polemiche rivolte negli anni a Giacomo Tranchida per le sue origini di Fico. È il riflesso di una città che continua a domandarsi su cosa significhi davvero appartenere a Trapani e non sa darsi una risposta convincente.
Valenti, però, sembra voler spostare il terreno della discussione e la parola che ripete più spesso è "civismo".
Non come semplice etichetta elettorale, ma come metodo. Dice di non voler partire dai partiti, di non collocarsi ideologicamente, di voler costruire una piattaforma aperta alle migliori energie del territorio. È una formula che, inevitabilmente, richiama altre esperienze.
E Trapani il civismo lo conosce bene. Dal laboratorio politico costruito da Giacomo Tranchida a Valderice, fino alle sette liste civiche che nel 2018 lo portarono a Palazzo D'Alì, capaci di aggregare pezzi di centrosinistra e centrodestra.
Da allora il termine "civico" è diventato quasi una categoria obbligatoria della politica locale, dietro le cui insegne però continuavano a muoversi gli stessi gruppi dirigenti.
Ed è qui che nasce il primo interrogativo attorno a Valenti.
Il civismo sarà davvero un contenitore nuovo o finirà per raccogliere, ancora una volta, vecchie appartenenze con un nome diverso?
La domanda è tutt'altro che teorica perché, mentre Valenti continua a ripetere di non cercare apparati, gli apparati hanno già iniziato ad avvicinarsi a lui.
Attorno all'ex prefetto vengono indicati nomi che raccontano molto della geografia politica trapanese: Pietro Savona, storico dirigente del Partito Democratico ed ex candidato sindaco nel 2017; Francesco Brillante, anch'egli ex segretario del PD ed ex candidato nel 2023; l'ex sindaco della storica “Margherita” Mario Buscaino, oggi su lidi più conservatori; Franco Palermo; Salvatore Castiglione, già assessore comunale e provinciale; Nino Oddo e Peppe Bologna. Si parla di contatti con Diego Di Discordia, storico uomo vicino a Mimmo Fazio. E c'è chi racconta di una simpatia manifestata anche dall’assessore regionale della Lega ed ex UDC, Mimmo Turano.
Nulla di formalizzato, è troppo presto. Ma nella politica locale le frequentazioni precedono quasi sempre le alleanze.
Nel frattempo continuano gli incontri con associazioni di categoria, realtà industriali, volontariato, servizi sociali, terzo settore e mondo sportivo. Una rete che sembra voler costruire prima un consenso civico e solo dopo una coalizione politica. Un consenso civico di cui Valenti è molto orgoglioso e che cerca di costruire tassello per tassello, a costo di andare porta a porta.
È una strategia che ricorda, per molti aspetti, l’ “effetto Patti” di Marsala.
Anche Andreana Patti non proveniva da una lunga carriera elettiva. Era conosciuta soprattutto per il suo profilo tecnico e amministrativo e, ttorno al suo nome, si è progressivamente costruita la convinzione che fosse la candidata destinata a vincere. E quella convinzione, come spesso accade nelle dinamiche locali, ha finito per attrarre consiglieri, amministratori e gruppi politici, in una sorta di effetto calamita.
Ma la candidatura di Valenti presenta anche un altro precedente, molto più trapanese, quello di Vito Damiano.
Anche Vito Damiano arrivava dalle istituzioni e venne percepito come l'uomo chiamato a ricomporre una politica frammentata. Un precedente che oggi divide: per alcuni rappresenta una garanzia, per altri il simbolo di una stagione che ha alimentato diffidenza verso le candidature provenienti dagli apparati dello Stato.
Valenti conosce questa obiezione e sembra volerla disinnescare con un registro completamente diverso.
Valenti evita promesse e programmi preconfezionati. Ripete che il progetto dovrà nascere dall'ascolto dei cittadini. Delinea una visione di città.
Tra queste “visioni” c'è il celebre discorso di Pericle agli Ateniesi, riletto in chiave trapanese. È lì che prova a spiegare quale idea di comunità abbia in mente: una città che ritrovi fiducia in se stessa, investendo sul senso civico e sulla responsabilità collettiva.
Accanto ai richiami classici compare il manifesto culturale della sua candidatura:
“La bellezza è diventata un alibi, un narcotico e alla fine un'assoluzione. Vorrei che la comunità trapanese fosse culturalmente capace di affrancarsi dalla schiavitù della bellezza e di cominciare a guardare oltre la cartolina, guardare ciò che la cartolina non inquadra.”
Da qui nasce anche un'altra idea che Valenti sembra condividere con convinzione: il superamento della storica separazione tra Trapani ed Erice, attraverso una diversa organizzazione di servizi e funzioni.
Ma se il programma è ancora tutto da costruire, la politica non aspetta.
Nel centrodestra la situazione resta estremamente frammentata.
Maurizio Miceli non ha mai nascosto l'intenzione di riprovarci, legittimamente, dopo la sconfitta del 2023 maturata per poche centinaia di voti.
Resta però da capire quale sarà la scelta dell’assessore regionale leghista Mimmo Turano, ancora decisivo negli equilibri della coalizione di centro destra e, in parte, anche nel centrosinistra.
Peppe Guaiana, nel frattempo, che ha progressivamente assunto una posizione sempre più autonoma, matura anche lui ambizioni. Formalmente all'opposizione dell'amministrazione Tranchida, negli ultimi mesi si dice abbia costruito un dialogo interlocutorio con il sindaco sul futuro della cttà, prendendo spesso le distanze dagli altri gruppi consiliari.
E poi esiste la variabile più imprevedibile di tutte: Mimmo Fazio.
Nell'immaginario collettivo di molti trapanesi continua a rappresentare “il sindaco” per eccellenza. Il 30 giugno affronterà un passaggio decisivo del processo d'appello nell'inchiesta Mare Monstrum. Secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti politici, un eventuale esito favorevole potrebbe convincerlo a tornare direttamente in campo. Si racconta che alcune liste sarebbero già sostanzialmente pronte.
È una prospettiva che, sempre secondo le stesse indiscrezioni, non entusiasma tutto il centrodestra.
Ed è proprio qui che la candidatura di Valenti potrebbe assumere un significato diverso.
Per alcuni potrebbe rappresentare la figura capace di evitare una guerra interna tra leadership storiche, offrendo un punto di caduta autorevole e difficilmente contestabile.
Anche il centrosinistra è attendista, avendo il suo bel da fare con la costruzione del campo largo ed un M5S territoriale molto critico.
Ufficialmente continua a parlare di primarie, panacea di tutti i candidati. Ma il vero nodo è un altro.
Anche il centrosinistra guarda soprattutto alle Regionali, passaggio destinato a ridisegnare gli equilibri interni e, di riflesso, la successione a Palazzo D'Alì, dove continua a circolare il nome dell'assessora Rosalia D'Alì .
È dentro questo quadro estremamente mobile che si inserisce Valerio Valenti.
Ma c'è un'altra figura che continua a incombere sullo sfondo, una specie di convitato di pietra che tutti fingono di ignorare: Valerio Antonini.
Fu proprio il presidente di Trapani Shark e Trapani Calcio, quasi un anno fa, a pronunciare per primo il nome di Valenti come possibile candidato sindaco, salvo poi annunciare una propria disponibilità personale alla corsa. Oggi qualcuno immagina che Antonini possa fare un passo indietro e sostenere l'ex prefetto. Altri ritengono invece che le due strade siano destinate a restare autonome. Di certo, almeno finora, l'ipotesi di una candidatura diretta dell'imprenditore non sembra avere raccolto particolari entusiasmi negli apparati politici tradizionali.
Valenti, almeno in questa fase, non appartiene realmente a nessuno: raccoglie attenzione in settori del centrosinistra, del centrodestra, del civismo e del mondo professionale.
Soprattutto sembra piacere ai cittadini.
Ma proprio questa trasversalità rappresenta anche il suo rischio maggiore perché, prima o poi, dovrà scegliere. E, scegliendo, inevitabilmente perderà una parte di quel consenso indistinto che oggi lo accompagna.
Per il momento, Valerio Valenti continua a rivendicare una motivazione quasi personale.
Racconta la candidatura come un gesto di riconoscenza verso la città nella quale è nato e alla quale sente di dovere qualcosa dopo una vita trascorsa ai vertici dello Stato, richiamando Don Milani: «Che senso ha avere le mani pulite se poi si lasciano in tasca?».
Trapani, negli ultimi vent'anni, ha dimostrato una straordinaria capacità di innamorarsi dei candidati nuovi e una altrettanto straordinaria rapidità nel trasformare l'entusiasmo in disincanto.
Di una cosa, però, si può essere certi: difficilmente Valenti farà passi indietro, anche quando potrebbe dover fare i conti con Fazio.
La candidatura di Valerio Valenti ha già prodotto un primo risultato politico: nessuno potrà più progettare la propria corsa a Palazzo D'Alì senza fare i conti con lui.
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