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| 08/08/2026
Questo, in definitiva, è l’unico autentico miracolo di cui narra l’episodio riportato all’inizio del libro degli Atti: lasciando alle spalle la paura si dispiegano gli orizzonti e si diventa così cassa di risonanza per un messaggio che è dato a tutti e a ciascuna di poter comprendere.
Questo Spirito che, inizialmente, si dona liberamente, al punto che investe coloro che, ignari, non lo stavano in alcun modo attendendo o invocando, ha anche Lui una storia che, in tutta onestà, non saprei se definire evolutiva o involutiva. Si tratta di una storia narrata nel corso dello stesso libro degli Atti e che approda, nel diciannovesimo capitolo, al racconto che abbiamo ascoltato. Protagonista, come del resto avviene per tutta la seconda metà del libro, non è uno dei dodici, bensì un uomo che amò definirsi anch’egli apostolo, « non [però] a motivo dell’uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha resuscitato dai morti» (Galati 1:1): Paolo di Tarso. I suoi rapporti con i dodici, inizialmente, non sono dei migliori: finché predica nell’area palestinese, Paolo entra sovente in conflitto con l’impostazione autoritaria propria di Pietro e di Giacomo, anche se il libro degli Atti cerca di attenuare un contrasto che, con ogni probabilità, fu acuto e profondo. Possedendo una visione meno legalistica della fede, Paolo decise di dirigersi progressivamente verso quei territori della Grecia e dell’Asia Minore che, per «contaminazione culturale» e per distanza dal tempio come centro della religiosità giudaica, potevano dimostrarsi più propensi ad accogliere una visone religiosa meno rigida e più aperta ad elementi di rinnovamento. Dopo una permanenza nel carcere della città macedone di Filippi, Paolo, attraversate le città di Tessalonica, Atene e Corinto ed avendo persino fatto ritorno ad Antiochia, in Siria, giunge infine ad Efeso, nell’attuale Turchia.
Arrivato in città, il testo ci dice che Paolo vi trova alcuni discepoli: segno del fatto che, in un modo che nello specifico ignoriamo, l’annuncio del cristianesimo nascente era già giunto sin in quella regione lontana.
Del resto, non dobbiamo stupircene troppo: a quel tempo, infatti, Efeso era un porto commerciale molto importante, dove lo scambio di idee e l’incontro tra religioni e culture diverse doveva essere tutt’altro che inconsueto. Ciò che in qualcuno desta sorpresa e che altri, incomprensibilmente, tacciono, è il fatto che questo annuncio non coincide in tutto e per tutto con quello di cui si fa portavoce Paolo. La preoccupazione dell’apostolo viene presentata dal narratore in modo estremamente interessante: «Avete ricevuto lo Spirito santo» - chiede Paolo ai discepoli presenti nella città di Efeso, non appena ai suoi abitanti - «avendo creduto?». Paolo sta parlando con persone che si dichiaravano, diremmo oggi, credenti; e proprio qui risiede l’aspetto interessante: in che cosa consisteva questa loro fede? Provare a rispondere in modo preciso a questa domanda è estremamente difficile: non disponiamo, infatti, di elementi sufficienti per stabilire quale fosse, per così dire, la «confessione di fede» dei primi cristiani di Efeso. Ma il nostro racconto riporta comunque un aspetto interessantissimo: questi discepoli dell’Asia Minore non avevano mai sentito nemmeno parlare di uno Spirito santo. Curioso: soprattutto se pensiamo al fatto che questo, sin nei credo ecclesiastici più antichi come quello apostolico o quello niceno, è un elemento centrale.
Alcuni dei primi cristiani, invece, a quanto sembra, lo ignoravano. Dunque? Erano cristiani anche loro? Oppure dobbiamo concludere che non lo fossero, che forse credevano di esserlo ma, in verità, non lo erano?
Tutto dipende, naturalmente, dal significato che attribuiamo al termine fede: se con ciò, infatti, intendiamo una dottrina codificata che si compone di elementi stabiliti in maniera univoca e definitiva, allora saremmo costretti a concludere che molti dei primi cristiani, in verità, non erano tali. Ma se con il termine fede intendiamo un fenomeno più sfuggente ed articolato, che prende forma, anzitutto, in una dimensione pratica, di vita vissuta, allora la prospettiva cambia sensibilmente. Ed è proprio in quest’ultimo modo che sembrano intendere la fede i discepoli di Efeso in cui Paolo si imbatte. Sorpreso da quanto ha udito dalle loro voci, Paolo domanda loro: «Quale battesimo avete ricevuto?». La risposta non si fa attendere: «Quello di Giovanni», che, specifica immediatamente Paolo, «è un battesimo di conversione» o, per meglio dire, di cambiamento nella comprensione delle cose, come indica il termine greco metánoia.
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