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| 08/08/2026
No, il nostro lettore non si sbaglia. Non so, e nessuno sa, che cosa farebbe Gesù «davanti a una brutale aggressione a un innocente », ma sicuramente non rimarrebbe lì a guardare la scena, non resterebbe spettatore, ma interverrebbe, in un modo o nell’altro, per fermare l’aggressore. Come è noto, una certa violenza Gesù l’ha esercitata quando, indignato dallo spettacolo del Tempio di Gerusalemme trasformato, da «casa di preghiera per tutte le genti», in casa di mercato («spelonca di ladroni»), «si mise a cacciare coloro che vendevano e coloro che compravano, e rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi» (Marco 11, 15). Non si può dire che qui Gesù sia stato un modello di nonviolenza. Il suo sdegno lo ha spinto a non limitarsi a dire le cose, come sempre faceva, affidandosi unicamente alla forza di persuasione delle sue parole, ma a parlare attraverso un gesto, diciamo pure violento (anche se nel rispetto totale dell’integrità fisica delle persone), comunque un’azione di forza, non di persuasione, ma di imposizione, con la quale Gesù ha obbligato i mercanti e i loro clienti a uscire dal tempio, e ha spazzato via buttandoli a terra gli strumenti del loro commercio (tavoli e sedie). È l’unica volta, nei raccolti evangelici, che Gesù è stato così energico nei modi, ma è importante, credo, che un episodio del genere sia stato tramandato fino a noi, a riprova di due fatti: il primo è che, in determinate situazioni, le parole sono inutili, solo l’azione «parla», e parla meglio di tanti discorsi; il secondo è che Gesù, pur essendo stato dall’inizio alla fine un nonviolento, un profeta disarmato che non ha fatto ricorso ad altra «arma» che quella della parola e dell’amore senza condizioni, in un caso ha cacciato dal Tempio a viva forza (non solo con la forza della parola) coloro che lo avevano trasformato in una bottega. Del resto, anche Dio sa imporsi all’uomo, facendo forza sul suo animo e sulla sua volontà. C’è al riguardo la nota e drammatica testimonianza del profeta Geremia che dice: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi son lasciato sedurre, mi hai fatto violenza e hai prevalso» (Geremia 20, 7). Ma anche l’apostolo Paolo parla della sua vocazione a predicare l’Evangelo come di una «necessità » che gli è «imposta», come di un destino al quale non si può sottrarre perché Dio è più forte di lui (I Corinzi 9, 16). E non è certamente un caso che nella Bibbia la parola di Dio sia paragonata a una «spada a doppio taglio», di cui anzi è «più affilata» (Ebrei 4, 12): essa può dunque anche ferire per poi guarire, può far male prima di fare del bene (si pensi, a esempio, ai ripetuti «Guai a voi!» di Gesù in Matteo 23, 13-33), può anche essere – se così posso dire – spiritualmente violenta «come un martello che spezza il sasso» (Geremia 23, 29). È vero che quando Dio, vincendo le nostre resistenze, si impone finalmente a noi, esercita una sorta di violenza salutare, se così si può dire, sul nostro sistema di difesa nei suoi confronti, fa valere e prevalere la forza del suo «sì» su quella del nostro «no». Allora si fa l’esperienza della verità di ciò che Dio dice di se stesso per bocca di Mosé: «Io faccio morire e faccio rivivere, ferisco e risano» (Deuteronomio 32, 29). Ma torniamo al problema sollevato dal nostro lettore, che è quello della legittima difesa. Tutti sappiamo che sul piano della legge civile la legittima difesa è addirittura un diritto, che ogni cittadino può esercitare, s’intende nei limiti rigorosi fissati dalla legge. Il nostro lettore però si chiede se questo diritto esista anche per il credente, se cioè l’esercizio della legittima difesa sia lecito anche a chi – come lui – professa la fede cristiana. La domanda dunque è: l’autodifesa, legittima civilmente, lo è anche cristianamente? Il fatto che il nostro lettore si ponga questa domanda, gli fa onore. A prima vista infatti siamo tutti inclini a considerare ovvio e fuori discussione il diritto alla legittima difesa. Ma questo diritto, ovvio per noi, non lo è affatto per la Sacra Scrittura che, al riguardo, dice cose molto diverse, per non dire opposte, a quelle che di solito pensiamo. Il nostro lettore s’è accorto di questa differenza e, pur essendo convinto di avere, anche come credente, il diritto alla legittima difesa, si chiede se questa sua convinzione sia cristianamente fondata oppure no. La domanda conclusiva della lettera è: «Mi sbaglio? ». All’inizio della mia risposta, ho già detto che non si sbaglia, ma il discorso è complesso e richiede qualche approfondimento. Ecco alcuni punti e spunti.
1. Occorre anzitutto fare una distinzione fondamentale: una cosa è la legittima difesa quando l’aggressione riguarda la nostra persona o i nostri beni, un’altra cosa è quando sono in gioco i diritti, l’onore, la libertà di altre persone, siano esse parenti oppure no. Mentre il cristiano può rinunciare a un suo diritto – anche a quello della legittima difesa – può cioè «patire qualche torto» (I Corinzi 6, 7), non può invece accettare che vengano lesi i diritti del suo prossimo (vicino o lontano che sia). Il cristiano può rinunciare alla propria autodifesa, ma non può rinunciare a difendere le vittime di una violenza o di un’ingiustizia di qualunque genere. Il cristiano può, come l’apostolo Paolo, «non fare uso dei suoi diritti» (I Corinzi 9, 12.15), ma deve difendere con tutte le sue forze i diritti degli altri... Nel caso citato, a titolo di esempio, dal nostro lettore (la violenza a sua moglie o a sua figlia) non c’è posto per alcun dubbio: egli dovrebbe intervenire proprio come credente, in difesa non già del suo onore ferito di marito o di padre, ma dell’integrità fisica e psichica, della dignità della libertà di sua moglie o di sua figlia.
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