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12/12/2012 05:50:56

Doppie vite/1. Santo Sacco, arrestato per mafia, "difendeva" i presidi di legalità

Caravà docet, dicevamo. Di giorno, l’ex sindaco di Campobello di Mazara, faceva le marcette della legalità, all’imbrunire si scusava con i parenti dei mafiosi per la “dovuta” messinscena. È successo lo scorso anno, Ciro Caravà finisce in carcere perché organico al clan di Matteo Messina Denaro. Ed è successo di nuovo. Con la stessa accusa è stato arrestato Santo Sacco, consigliere provinciale del Pdl e sindacalista Uil fino lo scorso anno. È finito dentro il calderone dell’operazione Mandamento, coordinata dalla Dda di Palermo e messa a segno dal comando provinciale dei Carabinieri, che ha scoperchiato l’ennesimo intreccio tra mafia politica e imprenditoria. Di mezzo c’erano affari, grossi affari. Quelli riguardanti le energie rinnovabili. Ancora una volta la mafia si fa beffa dell’ecologia per fare quattrini.

Appartiene alla corrente di Cristaldi all’interno del Pdl provinciale, Santo Sacco. Dal 2001 al 2010 è stato consigliere comunale nella sua città, Castelvetrano, passando dalla Dc a Forza Italia, e poi per naturale transizione al Pdl. È stato rieletto nel 2007 a Palazzo Pignatelli, poi tre anni più tardi prende il posto di Duilio Pecorella (un altro cristaldiano), andato a fare l’assessore nella giunta Turano, in consiglio provinciale. Al pari di Cristaldi, Sacco è fautore della doppia poltrona. Si chiedeva, quando divenne consigliere provinciale, se avesse potuto mantenere anche il posto da consigliere comunale. Niente.

E da consigliere provinciale il politico castelvetranese dà prova di quanto sia possibile “difendere i baluardi della legalità” con un passato pesante e sospettoso. Ad agosto fa un accorato appello contro la chiusura della sezione distaccata di Castelvetrano del Tribunale di Marsala. Scrive al Presidente della Repubblica, a quelli del Senato e della Camera, e al Ministro della Giustizia. Il suo è un appello quasi strappalacrime.

«Il mantenimento del tribunale di Castelvetrano rappresenta un forte segnale di presenza di legalità nel territorio e di lotta alla mafia, motivo per il quale è stato salvato il Tribunale di Sciacca. La soppressione di questo importante presidio di legalità lancia alla criminalità organizzata un segnale di debolezza da parte dello Stato e potrebbe favorire il potere mafioso da tempo consolidato a Castelvetrano».

Non c’è che dire. Oggi invece Sacco si presenta davanti ai magistrati al carcere Pagliarelli. E chissà se avrà lo stesso atteggiamento sprezzante che ebbe molti anni fa, quando ad interrogarlo era Giovanni Falcone. Lo dice il collaboratore Vincenzo Ferro: «mi confidò di essere stato in passato interrogato dal dr. Falcone, commentando il fatto con tono sprezzante e con giudizi assai pesanti sul Magistrato, dicendo tra l’altro che “gli aveva raccontato solo quello che aveva ritenuto opportuno riferire”. Anche da tale comportamento dedussi che egli era chiaramente persona vicina a cosa nostra». Molte cose dovrà raccontare, lui che non è nuovo a inchieste pesanti sempre filate lisce. Nel 2000 finisce sotto inchiesta per un giro di evasioni fiscali da 40 miliardi di vecchie lire legato alle imprese di cablaggio. Venne arrestato in quell’occasione anche il nipote di Carmelo Patti, che oggi si difende da una richiesta di sequestro per 5 miliardi di euro. Qualche anno prima, Sacco, era stato anche tirato in ballo dal pentito Santino Di Matteo, padre del piccolo Giuseppe ucciso per vendetta da cosa nostra. “E’ lui”, disse Di Matteo davanti a una sua foto. Aveva dichiarato di aver visto Sacco accompagnare Matteo Messina Denaro ad Alcamo a casa dei Ferro per organizzare un attentato nella guerra di mafia contro i clan “ribelli” della città. Poi, in sostanza, Ferro smentì le dichiarazioni di Di Matteo.

Tutto liscio, fino ai giorni nostri. Sacco viene arrestato, e le accuse sono pesanti. Il politico e altri cinque tra imprenditori e mafiosi avevano messo in moto un sistema collaudato nella realizzazione di impianti per le energie rinnovabili. Numerosi gli episodi intimidatori e le estorsioni ai danni di imprese concorrenti. L'indagine ha scoperto che l'imprenditore Melchiorre Saladino era stato esautorato dal progetto di un parco eolico da realizzare in provincia di Catania, concordato da Sacco con l'esponente mafioso di Castelvetrano, Paolo Forte, figlioccio di cresima di Messina Denaro, tanto da aver fornito al boss, nella fase iniziale della latitanza, la propria carta d'identità. Ma questa è un’altra storia, un’altra doppia vita. Tra Sacco e Saladino il rapporto non si è interrotto con un semplice “ti faremo sapere”. Sacco voleva dall’imprenditore di Salemi 100 mila euro per convincere i colleghi consiglieri comunali di Castelvetrano a votare una delibera relativa ad un insediamento di impianto eolico al quale Saladino era interessato. Però Saladino non voleva pagare. «Questa presa in giro ve la faccio finire subito… a te, all'ingegnere, a tuo figlio e tutti quanto cazzo siete ci siamo capiti? stai attento Melchiorre!» gli disse Sacco. E’ furioso. Viene intercettato mentre assieme a Girolamo Murania mette nell’auto di Saladino una bottiglia piena di benzina. «Si, si, si, ora ci penso io, tieni stu pezzo di carta, non la toccare con le mani,stu cantaru docu …una testa di un vitello gliela devo far trovare la davanti, pezzo di merda, gli devo far ricordare … Gli ho detto Il mio nome te lo faccio ricordare ogni minuto, gli ho detto finché campi, stai attento…iniziamo a dare qualche segnale giusto perché qua non ci capiamo più…accussì niavutri subito subito cominciamu, ci cominciu a fare capire chela minchia un mi l ‘ava a rumpiri».

Le indagini hanno anche accertato l’esistenza di un progetto - sostenuto da Sacco e da Forte - per realizzare un distributore di carburanti sul terreno di Rosalia Messina Denaro, moglie del mafioso Filippo Guttadauro e sorella del ricercato trapanese. Ed è a Francesco Guttadauro, figlio di Filippo, che Santo Sacco si rivolge per lamentarsi di Saladino. Poi c’è il pizzo, e che pizzo. Dall’indagine emerge che a chiederlo è direttamente Matteo Messina Denaro. Il contatto è l’allora consigliere comunale di Castelvetrano, Sacco. Il 10% è quanto chiede il boss latitante Matteo Messina Denaro, attraverso il politico Pdl, alla multinazionale danese “Baltic Wind”per autorizzare la realizzazione di un mega parco eolico in provincia di Catania, un progetto da 60milioni di euro. L’azienda straniera allibisce davanti a tale richiesta. Vai a spiegare il pizzo ai danesi… E pensare che Sacco qualche mese fa si era interessato, in consiglio provinciale, di altri popoli. Aveva anche fatto approvare un ordine del giorno a difesa dei diritti umani e di solidarietà nei confronti della minoranza religiosa di fede Bahà’i perseguitata in Iran. Doppie vite, in un unico sacco.