Il ragazzo con il casco. Viaggio nell'abisso digitale che ha armato il dodicenne di San Vito Lo Capo / 1
San Vito Lo Capo, l'aggressione al professore, le chat, i social e il mondo nascosto della radicalizzazione adolescenziale. Un'inchiesta a puntate di Tp24.
La porta dell'aula si apre durante una normale mattinata di lezione. Dall'altra parte non c'è un alunno in ritardo o un collaboratore scolastico. C'è un ragazzino di dodici anni con un casco in testa, una mascherina sul volto, due coltelli in mano e un cellulare fissato con lo scotch sul casco.
È da questa immagine, surreale e inquietante, che bisogna partire per raccontare quanto accaduto il 29 maggio scorso in una scuola media di San Vito Lo Capo. Un episodio che ha scosso l'intera provincia di Trapani e che, a distanza di giorni, continua a porre interrogativi ben più ampi della semplice cronaca.
A ricostruire quei momenti è stato lo stesso professore di tecnologia, Sergio Falbo, che si è trovato davanti il proprio alunno trasformato improvvisamente in aggressore.
«Si è aperta la porta e ho visto il ragazzo che aveva un casco su cui era attaccato con lo scotch il cellulare», racconta il docente. «Aveva una mascherina e due coltelli. Si è scaraventato verso di me cercando di colpirmi».
L'aggressione avviene davanti agli altri studenti della classe. Il ragazzo si lancia contro l'insegnante brandendo le due lame. I colpi vengono sferrati più volte, ma non raggiungono l'obiettivo. Il professore reagisce d'istinto, riesce a bloccarlo e ad evitare conseguenze che avrebbero potuto essere drammatiche.
«Sono riuscito a prenderlo di spalle e a bloccare le braccia», racconta ancora Falbo.
Alla fine il docente riporterà soltanto alcuni graffi e non sarà necessario il ricovero in ospedale. Ma questo dettaglio non riduce la gravità di quanto accaduto. Perché quello che emerge dalle indagini non è il gesto improvviso di un ragazzo che perde il controllo. Al contrario, gli elementi raccolti dagli investigatori sembrano delineare un'azione preparata.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il dodicenne ha portato da casa due coltelli di piccole dimensioni. Ha inoltre predisposto il telefono cellulare in modo da riprendere l'azione e, secondo una delle ipotesi investigative, trasmetterla in diretta all'interno di un gruppo Telegram. Un dettaglio che cambia profondamente la natura dell'episodio.
Non soltanto un'aggressione, dunque, ma un'aggressione pensata per essere registrata e vista.
Nei giorni successivi il ragazzo è stato ascoltato a lungo dalla Procura per i minorenni di Palermo. I carabinieri, coordinati dai magistrati e supportati da psicologi e specialisti, stanno cercando di comprendere le motivazioni che hanno portato a quel gesto e soprattutto il contesto nel quale è maturato.
Secondo quanto emerso nelle prime fasi dell'indagine, il dodicenne non ha mai manifestato in precedenza particolari atteggiamenti aggressivi. Lo stesso lo ha descritto come un ragazzo taciturno, che non aveva mai dato segnali tali da far prevedere un'escalation di violenza.
Anche il contesto familiare è finito al centro degli approfondimenti investigativi. Si parla di una situazione personale complessa, ma al momento nessuna spiegazione appare sufficiente a giustificare da sola ciò che è accaduto.
Tra le ipotesi emerse nelle prime ore vi sarebbe anche il risentimento per un brutto voto ricevuto a scuola. Un possibile quattro in un'interrogazione. Una spiegazione che però, da sola, appare incapace di spiegare la preparazione dell'azione, la presenza dei coltelli, il casco, il cellulare e la possibile diretta video.
Gli investigatori stanno quindi guardando altrove.
Uno degli elementi più significativi riguarda l'attività online del ragazzo nelle ore precedenti all'aggressione. E' infatti comparso sul suo profilo TikTok un messaggio inquietante: «Don't blame me for what I will do in 4 hrs», ovvero «Non datemi la colpa per quello che farò tra quattro ore». Una frase pubblicata poche ore prima dei fatti.
Sotto quel messaggio sonno comparsi centinaia di commenti, numerosi like e incoraggiamenti di varia natura. Frasi come «Buona fortuna» oppure «Ci hai provato», che oggi vengono analizzate dagli investigatori per comprendere quale fosse la rete di relazioni digitali attorno al ragazzo.
Ed è proprio qui che l'inchiesta giudiziaria sembra assumere una dimensione diversa.
I carabinieri stanno infatti verificando possibili collegamenti con un altro episodio che ha sconvolto il Paese pochi mesi prima. Il 25 marzo scorso, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, un tredicenne aveva accoltellato la propria insegnante di francese, Chiara Mocchi. Anche in quel caso l'aggressione sarebbe stata trasmessa attraverso Telegram. Anche in quel caso il giovane aveva successivamente pubblicato una lunga e delirante spiegazione delle proprie motivazioni.
Gli investigatori stanno cercando di capire se i due ragazzi frequentassero gli stessi ambienti digitali, gli stessi gruppi Telegram o le stesse comunità online.
È una pista ancora tutta da verificare. Ma è una pista che potrebbe aiutare a comprendere perché un ragazzino di dodici anni abbia deciso non soltanto di aggredire un insegnante, ma di trasformare quell'aggressione in un evento da filmare e condividere.
Ed è proprio da qui che bisogna partire per comprendere il fenomeno più ampio che si nasconde dietro la vicenda di San Vito Lo Capo. Perché la domanda non è soltanto cosa sia accaduto dentro quell'aula. La domanda è cosa accada, ogni giorno, fuori da quell'aula, nei luoghi virtuali frequentati da migliaia di adolescenti. Una domanda che porta inevitabilmente dentro il mondo delle chat private, delle comunità online e delle nuove forme di violenza digitale che sempre più spesso coinvolgono ragazzi giovanissimi.
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