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Dalle stragi del '92 all'inchiesta sugli assassini di Paolo Borsellino, i documenti, provenienti dall'Aise, l'ex Sismi, il servizio segreto militare, e dall'Aisi, l'ex Sisde, ripercorrono alcune fasi cruciali della storia mafiosa italiana. E per questo sono stati richiesti dalla procura di Caltanissetta e dall'Antimafia che ancora oggi li conserva nel massimo riserbo.
La Repubblica è riuscita però a conoscere alcuni dei contenuti più rilevanti, dopo vent'anni di misteri.
ANALISI OMESSE DOPO CAPACI. Come scrive il quotidiano, «un appunto del 25 maggio '92, due giorni dopo Capaci, riferisce che la Direzione del Sisde di Roma aveva inviato una squadra a Palermo per un sopralluogo. Da un altro appunto si deduce che quell'ispezione aveva l'obiettivo «di fare un prelievo di materiale roccioso, da sottoporre a successivo esame chimico esplosivistico». I risultati di quell'analisi sono però ancora oggi sconosciuti.
BORSELLINO, IL SISDE SAPEVA. E ancora: il 28 maggio 1992 (protocollo 1495/z. 3068) fu spedita una informativa dal centro Sisde di Palermo alla Direzione di Roma. L'oggetto riguardava il progetto di attentato a Paolo Borsellino. A cinque giorni dalla strage di Capaci, gli 007 italiani erano già stati informati da una «fonte confidenziale» che il procuratore era il prossimo obiettivo di Cosa Nostra. Ma anche questa notizia, si presuppone, non fu mai comunicata all'autorità giudiziaria.
Il 24 maggio e il 4 agosto del 1992, il Sisde invia alla magistratura due dettagliate segnalazioni (protocollo 1446/z.3448 e 2214/z.3068) «con le quali s'ipotizzava - su base di mere congetture - il coinvolgimento del clan Madonia nelle stragi Falcone e Borsellino, due note firmate da Bruno Contrada, il coordinatore del gruppo d'indagine dei Servizi sulle stragi che pochi mesi dopo sarà arrestato per concorso in associazione mafiosa».
Ma il documento che viene definito più inquietante è quello in cui il Sisde di Palermo informa la direzione (protocollo 2298/z. 3068), già il 13 agosto 1992, di imminenti novità «circa gli autori del furto della macchina ed il luogo ove la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell'attentato».
LA PISTA DEL FALSO PENTITO. Si tratta della storia di Enzo Scarantino, il falso pentito che si accusò della strage di via D'Amelio. In una nota (protocollo 2929/z. 3068) il 19 ottobre, sempre il Sisde comunica a Roma e alla Questura di Caltanissetta delle parentele mafiose di Scarantino, avvalorando così la costruzione ad arte del finto pentito.
Diversi anni dopo i procuratori di Caltanissetta hanno chiesto al capo centro Sisde di Palermo di quelle comunicazioni.
Il vice capo centro del Sisde di Palermo L. R dice di non ricordare perfettamente quelle segnalazioni, «ma escludo di aver acquisito personalmente le informazioni ivi contenute poiché non vantavo all'interno delle strutture investigative territoriali una forza di penetrazione di siffatta portata». Insomma sorde e cieche furono anche le autorità.
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