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| 08/08/2026
Le ragioni principali dei critici dell’eutanasia sono sostanzialmente di due tipi. La prima è una ragione di tipo filosofico, e riguarda l’effettiva autonomia degli individui che chiedono di morire. La volontà dei malati terminali, dei pazienti affetti da gravi sindromi depressive e dei morenti è spesso soggetta a fluttuazioni e condizionata da fattori ambientali (assistenza inadeguata, mancanza di accompagnamento) e socio-culturali. Faccio tuttavia notare che, se ci si limita a riconoscere che il soggetto che desidera l’eutanasia raramente è autonomo, ci troveremmo di fronte a una forma di paternalismo soft, come definito nel testo sacro della bioetica secolare anglossasone (il celeberrimo Principi di etica biomedica di T. L. Beauchamp e J. F. Childress), che non contesta l’autonomia in via di principio, ma si preoccupa piuttosto che le condizioni dell’autonomia siano soddisfatte e che conduce ad ammettere che, qualora lo fossero, l’atto eutanasico sarebbe lecito.
In realtà, spesso il rifiuto dell’eutanasia avviene sulla base di un argomento di tipo differente, che si radica nella storia e nella cultura di una specifica tradizione morale: l’idea secondo cui la libertà cristiana non va pensata come assoluta autodeterminazione, ma come libertà finita, che si realizza come responsabilità di fronte a Dio e al dono della vita ricevuta. In questo senso, la scelta di porre fine attivamente alla propria vita non può mai essere una scelta etica responsabile, ma equivale in sostanza a un atto intrinsecamente immorale, se non peccaminoso, frutto dell’arbitrio di un soggetto che si autocomprende come padrone assoluto della propria esistenza. Tale argomento va tuttavia incontro a due serie obiezioni. La prima riguarda il carattere particolaristico delle tesi qui proposte e la loro incompatibilità con un principio fondamentale di laicità: non si capisce per quale motivo l’eutanasia andrebbe proibita anche per i non credenti e quali siano le ragioni che ne vietano la legalizzazione in una società pluralista. La seconda obiezione riguarda invece la coerenza interna della tesi: non si capisce per quale motivo sia sempre lecito sospendere o non intraprendere un trattamento atto a prolungare la vita, anche nel caso degli stati vegetativi, mentre sia sempre illecita l’eutanasia. La dimostrazione sembra affetta da una lacuna: l’inadeguata, perché non sufficientemente approfondita, trattazione della (supposta) differenza etica tra uccidere e lasciar morire. Tale distinzione, che molta parte dell’etica secolare rifiuterebbe, è molto problematica, ma è cruciale in una prospettiva protestante, in cui la questione essenziale non è, come nell’etica cattolico-romana, chi agisce (Dio, attraverso la natura, o l’uomo attraverso un atto di arbitrio soggettivo), quanto, piuttosto, come si agisce. Qualora la differenza tra azione e omissione non venga dimostrata convincentemente, ci si contraddice: non è chiaro per quale motivo un’azione omissiva sia moralmente differente da un atto umano, responsabilmente scelto, che procura la morte di un paziente che desidera, altrettanto responsabilmente, di morire. Non esistono forse anche atti omissivi che, in determinati casi, possono essere equiparati a omicidio?
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