Giuffrè conferma: "Le carte del covo di Riina ce le ha Messina Denaro"
"Credo che parte dei documenti presi a casa di Totò Riina siano finiti a Messina Denaro". Lo ha rivelato, deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia, il pentito Nino Giuffrè. Il collaboratore di giustizia rispondendo alle domande dell'avvocato Basilio Milio, legale degli ufficiali dell'Arma, Mario Mori e Antonio Subranni, ha deto: "Provenzano mi disse che a casa di Riina c'erano documenti, tra cui lettere che i due si erano scritti", ha aggiunto. L'ultimo covo di Riina non venne mai perquisito dai carabinieri del Ros di Mori e fu poi ripulito da una squadra di mafiosi. Secondo l'accusa, la mancata perquisizione avrebbe fatto parte dell'accordo che i militari del Ros avrebbero stretto con Provenzano. Il padrino di Corleone, per la ricostruzione della procura, consegno' ai carabinieri Riina in nome della trattativa avviata con pezzi dello Stato ottenendo in cambio l'impunità.
Giuffrè è uno dei collaboratori di giustizia più importanti sul fronte della lotta alla mafia. Ha fatto rivelazioni importanti su Andreotti, Calvi, sui legami tra la mafia e Forza Italia. Il 7 ottobre 2009, nel corso del processo Mori per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, Giuffrè ebbe modo di dichiarare: «Quando Dc e Psi si avviarono al tramonto, in Cosa nostra nacque un nuovo discorso politico. Un nuovo soggetto politico andava appoggiato: era Forza Italia».
Quelle di Giuffrè non sono parole nuove. Le aveva già dette nel 2010. "Le carte portate via dai mafiosi nel 1993 dalla villa-covo di Palermo dove si nascondeva il capo mafia corleonese Totò Riina sono tra le mani del boss latitante Matteo Messina Denaro" disse il pentito di Caccamo.Secondo Giuffrè fu Leoluca Bagarella ad affidare a Matteo Messina Denaro il più importante «archivio» della mafia siciliana, quello che fu portato in tutta fretta dalla casa covo di Totò Riina: «Messina Denaro era il “gioiello di Riina”, è per questo che lui il depositario del suo archivio». Giuffrè pone Messina Denaro al centro della «trattativa» con lo Stato, nel 1993, a suon di bombe, ma non solo: «Voleva destabilizzare lo Stato cercando di costringere le istituzioni a scendere a patti».
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