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02/12/2013 15:45:00

Quella Sicilia che non vuole cambiare epoca

 Da alcuni mesi la Sicilia è teatro di attacchi concentrici alla Confindustria regionale e anche, personalmente, ad alcuni suoi esponenti di rilievo. Un fenomeno apparentemente bislacco, ma che è meglio non liquidare come beghe locali senza capo né coda. Intanto per il tipo di accuse lanciate e poi perché mentre alcuni imprenditori isolani sono platealmente indicati come i destinatari delle feroci critiche, non sempre è altrettanto chiaro chi ne siano i veri mittenti. Con il risultato di una sostanziale delegittimazione di persone che da molti anni mettono sul piatto energie, coraggio, reputazione. Quanto meno agli occhi dei meno avvertiti a opera di indefessi manipolatori. Manovre già viste dispiegarsi in altri momenti ai danni di quanti mettevano i bastoni tra le ruote a rentier, grassatori e malviventi di varie specie.
Così, ecco che dopo gli applausi dei primi anni in cui l'impresa siciliana è venuta alla ribalta decidendo l'espulsione degli associati che si assoggettano al pizzo, sono iniziate le manovre per indebolire i protagonisti, neutralizzarne lo slancio, offuscarne credibilità e leadership. Finché si trattava di elogiare pubblicamente chi aveva preso l'iniziativa, nessun problema (si è mai sentito qualcuno esaltare illegalità e parassitismo?); ma quando l'azione innovatrice, piano piano ma inesorabilmente, è entrata in profondità, il fronte dello statu quo ha cominciato a riorganizzarsi, a trovare nella Rete i suoi sferzanti portavoce, anonimi e no.

Chiedere trasparenza ed efficienza alle amministrazioni, chiarezza negli appalti, denunciare gli sprechi della formazione, l'inutilità (se non per gli amici e gli amici degli amici) delle Asi e dei tentativi di occupazione dei gangli della burocrazia per controllarli, fino alla polemica scatenata sulla gestione dei rifiuti, ha portato la polemica a surriscaldarsi e un cinismo malevolo a disprezzare pubblicamente - tacciandola di opportunismo - la denuncia di un imprenditore che ha fatto arrestare i suoi presunti estorsori. Senza risparmiare insulti veri e propri quali «professionisti dell'antimafia» o «nuovi occupanti del potere con la scusa del contrasto alla criminalità». Fino a mettere in rete, nascosti dietro il paravento del dovere di cronaca, lettere anonime che aggiungono ingiurie contro chi - intanto - diffonde protocolli di legalità, stringe alleanza con la Federazione antiracket, si autolimita nel passaggio dall'associazionismo alla politica.

Tra i tanti buoni motivi per non girare la testa, anzi, per mantenere ben alta la guardia, ne citiamo solo due. Il primo è che le scelte compiute nel 2007 da questa pattuglia di imprenditori siciliani sono state la molla per un balzo in avanti della cultura economica nazionale; hanno indicato un percorso a quanti vogliono prendendo le distanze da vecchie e malsane abitudini, molto diffuse; in secondo luogo, perché in alcune parti del Paese - tra queste Sicilia, Campania, Calabria - le soffocanti incrostazioni di clientelismo, corruzione, zero-mercato si sono potute formare solo in stretto connubio con la criminalità organizzata, che qui affonda le radici per infestare ogni altro angolo del Paese.

Lionello Mancini, Il sole 24 Ore

ext.lmancini@ilsole24ore.com