Quantcast
×
 
 
25/02/2014 21:41:00

Davide Orecchio, "Stati di grazia", Il Saggiatore

  Nella Sicilia viscerale degli anni cinquanta il maestro di scuola trentenne Paride Sanchis vive una quotidianità grigia, ordinaria, soffocante: una moglie ormai distante, una fi glia impaurita dai continui sbalzi d’umore del padre, l’ennesimo allievo che abbandona la classe per lavorare al fi anco dei genitori, nei campi o in miniera. Quando Bartolo, il suo alunno silenzioso che amava studiare, muore schiacciato da una roccia in una zolfara, Paride crolla e disperato acquista un biglietto per Buenos Aires facendo perdere le sue tracce. Ma non sarà lui a partire: con i documenti e il biglietto di Sanchis un altro uomo prende il mare, anche lui in cerca di salvezza e di una nuova vita. In Argentina, l’altro Paride trova la violenza della dittatura e la contestazione, si innamora di una donna, Ximena, poi la perde, trascinata in un centro di detenzione e torturata.Alle tragedie di queste vite rispondono altre voci, in movimento sulla tratta opposta: Matilde che fugge dal marito violento, sceglie la guerriglia, assalta una banca dopo essersi rifugiata da Arturo; Arturo, tipografo in Argentina e poi a Roma con Johnny, la protegge e non la dimentica anche quando l’abbandona per salvare la compagna Aurora; Aurora, nome di battaglia Sylvia Plath, che ha amato un medico, ha scelto l’esilio e ora ama Rosa; Johnny, giovane esule argentino con una moglie tedesca e un segreto vergognoso da nascondere. Le vite di Paride, Leonardo, Ximena, Rosa, Arturo, Diego, Aurora, Johnny, Matilde, dei loro amici, parenti, aguzzini si incardinano le une nelle altre e si snodano tra la Sicilia di metà Novecento, l’Argentina di Videla, la Roma degli anni settanta per poi concludersi, circolari, là dove tutto è cominciato. Sono storie fragili, di fughe, abbandoni, dispatri, incontri e rinunce.

L'AUTORE - Davide Orecchio ha pubblicato Città distrutte. Sei biografi e infedeli (2012), premio Mondello e SuperMondello, premio Volponi e finalista al premio Napoli. È uno degli autori del blog letterario Nazione Indiana. Ha pubblicato racconti su Nuovi Argomenti, watt, il manifesto, The American Reader. Il suo sito èdavideorecchio.it.

ECCO UN ESTRATTO:

L’altro Paride


A trent’anni saluta i suoi morti, il nero della valle di Enna, il lezzo dell’antimonio e spreme i ricordi sul labbro ed è già buio, si getta dal buco dov’è cresciuto verso il passaggio della vecchia vita che guida alla nuova col nome nuovo, sente la spinta, il travaglio, nasce e niente più argano, calcherone, fiato della discenderia, ustioni sul corrimano, punte di trapano, scoppi della dinamite, nudità sotto terra perché lascia l’isola, raggiunge Napoli, prende il piroscafo per Buenos Aires dove s’impiega in brutti lavori, Anche in quest’emisfero la gente sta al mondo per farmi soffrire? si chiede e resta sgualcito, settimino della nuova esistenza, operaio denutrito e rachitico. Un giorno smette, decide che farà il vino, parte per Mendoza che sta nel mezzo del deserto e s’allunga e s’allarga e arrivando pensa che sia una città sdraiata, le sue case posate dalla mano di un bimbo e trova impiego presso i Vacante nella Valle dell’Uco, dove nell’ombra delle montagne la vendemmia del cinquantasei è già nel suo pieno. Ora prende ordini, racimola i graspi, affonda il raccolto sulla schiena delle cestone (sommersi dalle còfine piene di grappoli, i muli s’incamminano verso la tenuta), pulisce i locali, spazza i resti delle vinacce, abbonisce le botti, sgromma i tini e il parmentu, disinfetta le damigiane, impara a infiascare e spillare, a zaffare e zipolare i barili. Mangia il mestiere, che sedimenta. È un ladro di gesti e parole. S’incanta davanti ai filari. Nel lavoro dimentica i morti ma s’illude e la notte quelli vengono a trovarlo nella foresteria dove dorme con altri quattro. La resurrezione dei rimossi lo costringe all’ascolto. Il colpo e il taglio quando il vivo si distrae nel bisogno di riposo. Lui slaccia la guardia ed ecco le creature non più di carne: di strazio, di colpa, d’ingiusto, di quel che è stato è stato e tutto si dimentica e invece no, loro sono qui, consistono, tornano, scrutano, pretendono attenzione, inventano episodi, recitano trame, lievitano il passato con la sofferenza della malattia iperreale, dell’incidente, del farewell subdolo. E Sanchis nel sonno s’affatica.
Gli ordinano di montare le reti che proteggeranno la vigna e Vacante, il padrone, viene a spiegargli l’inverno di Mendoza mite e favorevole al vino, freddo solo la notte, che poi aiuta la vite a farsi succosa e dolce il giusto. Gl’insegna il polar che soffia da sud e anche quello aiuta la vite, che grazie al vento raccoglie linfa per i nuovi germogli. Gli mostra come si pota, l’ispezione degli acini, l’innesto, l’estirpazione di ceppi infetti, come riconoscere i parassiti, il mal bianco, le macchie d’olio e la muffa grigia, osservare le foglie adulte, i racemi maturi, distinguere la giusta invaiatura e gli indica i cultivar che usano per il Malbec; quando Sanchis chiede: «Perché non fare anche un bianco?», quello risponde che non gl’interessa. Spesso s’aggira tra le mastre ai bordi della tenuta. Sulle scoline dove sgronda l’acqua lui fa ombra come un tronco per osservare i meccanismi e impara l’irrigazione sotterranea del Cuyo e apprende il zonda, vento caldo che nasce dal Pacifico, sale fino alle Ande dove scarica umido e neve e scende fino a Mendoza, e Sanchis si chiede se soffi anche sulla Precordigliera che avvista dalla tenuta.
È solo sguardo, lavoro, memoria del lavoro, vuole vivere, imparare, non essere straniero ed ecco una nuova primavera e s’aprono i germogli, cola linfa dai tagli nel legno, matura la vigna e Paride l’aiuta con le cimature. Le giornate s’allungano. Le bestie sono più rumorose. I risvegli al mattino più benvoluti. Il prurito della malinconia più fastidioso. La stagione si lascia accarezzare quando arriva l’estate. Comincia dicembre e le viti fioriscono. Il sole riscalda le foglie. Piramidi di grappoli ingrassano nella posa del frutto, s’arrossano e poi anneriscono. I tralci si fanno di legno. Vacante e suo figlio escono dal letargo. Portano gli uomini al campo. Tra i sarmenti urlano come cinghiali. Vacante intima che neanche un acino sia sprecato e minaccia: ogni rachide perduto un pane in meno, e si torna indietro a raccogliere. Inizia la nuova vendemmia dall’alba al tramonto e fianco a fianco nella coglitura e nell’ammassare sui cesti. Nel frustare i muli. Nell’obbedire. Serrando le labbra. Graffiando le mani. Sudando sotto ai calzoni e nelle scarpe. Nella pausa sotto al melo. Nel pranzo e nel supatavola. In cantina diraspano gli acini. Pigiano i grappoli nei tini dolcemente. Li spolpano. Ne liberano lieviti e succhi. Portano il mosto all’aria. Le vinacce si macerano. Per giorni il mosto fermenta, il suo vapore ubriaca. Vacante e il figlio praticano magie da alchimisti sulle tinozze e follano il cappello, poi sfecciano le vinacce, raschiano i sedimenti, stinano e travasano nelle botti, quindi le colmano su dal cocchiume. Ogni gesto come la cura di un parto e carezze a un neonato. Uomini trasformati in mucche e il vino il loro vitello. I più teneri degli uomini. Ora la vita per Sanchis sembra avere un senso mentre di notte sogna il sapore dell’uva e l’interrompe solo il rimprovero degli estinti che è costretto a implorare: Tornate nell’isola, lasciatemi in pace, vedete forse sono felice, fatemi sognare, scivolare nel risveglio, rimettermi in piedi e magari un giorno trovare una nuova compagna per dimenticare. Volete? Potete?