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09/04/2026 06:00:00

Vetro e l'asse Agrigento - Castelvetrano. La massoneria come ponte tra territori e potere

Ieri abbiamo raccontato su Tp24 delle indagini che riguardano Carmelo Vetro, imprenditore della provincia di Agrigento, i suoi rapporti con pezzi da novanta della politica siciliana, come Salvatore Iacolino, e il suo essere al contempo un condannato per mafia e un massone. 

 

Ma c’è un livello ulteriore, più sfuggente, che attraversa l’inchiesta su Carmelo Vetro e i suoi rapporti con pezzi della burocrazia e della politica. È quello che potremmo definire  il “fattore Castelvetrano”: un sistema di relazioni costruito nel tempo, che avrebbe nella massoneria il suo punto di contatto.

 

Non è una ricostruzione giudiziaria consolidata, ma una chiave di lettura investigativa che prova a tenere insieme elementi dispersi. E che sposta lo sguardo oltre i singoli episodi corruttivi, per raccontare il contesto. 

 

L’anomalia dell’affiliazione

 

Un dato emerge dalle vecchie indagini: Vetro, imprenditore di Favara, era affiliato alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori non nel suo territorio naturale, Agrigento, ma a Castelvetrano.

Una scelta che, per chi conosce le dinamiche interne alle logge, appare tutt’altro che ordinaria.

Castelvetrano, infatti, non è un luogo neutro. È uno dei centri simbolo della geografia mafiosa siciliana, storicamente legato al sistema riconducibile a Matteo Messina Denaro. Ed è proprio qui che si è sviluppato un nodo relazionale capace di collegare Agrigento e Trapani.

 

Facciamo un passo indietro. Un elemento rimasto finora quasi sullo sfondo riguarda proprio le conseguenze interne al mondo massonico dopo l’arresto di Carmelo Vetro nell’operazione “Nuova Cupola”. E' il Giugno del 2012. Vetro, infatti, risultava iscritto alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori nella sede di Castelvetrano, un dato che nel fermo viene appena accennato, quasi marginalmente, perché alla Dda di Palermo interessava soprattutto il profilo "mafioso" dell’indagine. Vetro appariva quasi come un comprimario, rispetto ad altri arrestati eccellenti. Eppure la sua vicenda ha avuto effetti rilevanti:  il Gran Maestro dell’epoca revocò la cosiddetta “bolla”, cioè il riconoscimento ufficiale, insieme al timbro tondo e alla legittimazione dell’articolazione provinciale della GLDI che aveva sede proprio in quell’immobile e che ospitava sei logge. In sostanza, l’arresto di Vetro ha travolto non solo il singolo affiliato, lui, ma l’intero assetto provinciale, poi confluito in altri circuiti, fino a trovare approdo nel Grande Oriente di Francia. Come accertato dagli investigatori, infatti, i  massoni castelvetranesi aderenti all’obbedienza della Sicilia vennero “messi in sonno” e dalla stessa nasceva la loggia massonica Hipsas, aderente all’obbedienza del Grande Oriente di Francia. La gran parte dei fratelli iscritti alla nuova loggia,  proveniva dalle precedenti logge esistenti nel territorio castelvetranese. Anche un altro dettaglio colpisce: durante le perquisizioni la polizia non sequestrò i tesserini massonici, limitandosi a verbalizzarne il ritrovamento. Un particolare che allora passò quasi inosservato, ma che oggi, riletto alla luce delle nuove inchieste, contribuisce a dare peso a quel nodo castelvetranese rimasto per anni ai margini del racconto giudiziario.

 

 

 

 

 

Vetro andava spesso a Castelvetrano. Durante ogni viaggio verso la città, lasciava il cellulare in auto. Secondo gli investigatori «poteva contare su una cintura ‘invisibile’ da parte dei complici, a protezione del giovane capofamiglia, realisticamente, non solo per tenerlo lontano dalla giustizia ma anche perché incarnava la loro propaggine, ovverosia di Cosa Nostra agrigentina, con certi ambienti  - anche castelvetranesi – non necessariamente mafiosi tout court ma potenzialmente legati al noto latitante Matteo Messina Denaro".

 

Il peso di  Vetro all’interno della loggia,  proviene da un’intercettazione ambientale registrata nel 2016 (Vetro è già stato condannato a nove anni per mafia) presso l’ufficio del Centro Sociologico Italiano, in occasione di una tornata finalizzata all’iniziazione di due novizi, Serafina Savaglio e Francesco La Croce, alla loggia Hipsas, di obbedienza francese. I due, nel corso della conversazione intercettata, analizzavano le differenze tra l’obbedienza italiana e quella francese. In particolare, Savaglio riferiva circa i suoi esordi massonici raccontando di essere stato iniziato a Castelvetrano con lui, Vetro. 
 

 

Il “ponte sul Belice”

 

Da qui nasce l’ipotesi investigativa più suggestiva: quella di un vero e proprio “ponte sul Belice”. Due territori distinti – Agrigento e Trapani – uniti da interessi criminali e attraversati da relazioni comuni. La massoneria, in questo schema, funziona come spazio di mediazione. Un luogo “neutro”, almeno formalmente, dove professionisti, imprenditori e soggetti legati alla criminalità organizzata possono incontrarsi, riconoscersi e costruire relazioni.

Non una struttura alternativa a Cosa nostra, ma un livello parallelo. Più discreto, meno visibile, ma potenzialmente decisivo per facilitare contatti e affari.

 

La “zona grigia”

 

Dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro nel gennaio 2023, uno dei filoni più discussi delle indagini ha riguardato proprio i rapporti tra mafia e ambienti massonici.

Secondo l’ex procuratrice aggiunta di Palermo, Teresa Principato, durante la lunga latitanza il boss avrebbe potuto contare su una rete relazionale riconducibile anche a contesti massonici.

È la cosiddetta “zona grigia”: professionisti, faccendieri, intermediari capaci di garantire protezione, coperture e collegamenti.

In questo contesto, le logge – o almeno alcune di esse – vengono lette dagli investigatori come possibili luoghi di intermediazione tra mondi diversi: criminale, politico e istituzionale. Senza generalizzazioni, ma con un dato di fondo: la permeabilità.

 

Il gruppo e le relazioni

 

Secondo questa chiave di lettura, attorno a Vetro si muoverebbe un nucleo di professionisti e figure di riferimento in grado di operare su più livelli. Un sistema che, in ambienti investigativi, viene descritto come una sorta di “stato maggiore” relazionale: capace di incidere nei rapporti tra politica, amministrazione e affari.

Le indagini che portarono all’operazione “Nuova Cupola” e, successivamente, al filone “Artemisia”, si incrocerebbero proprio su questo terreno. Non solo reati, dunque, ma relazioni.

 

 

Una chiave di lettura

 

La vicenda Vetro-Iacolino, letta in questa prospettiva, non sarebbe solo un caso di corruzione o di pressioni sulla pubblica amministrazione. Sarebbe il riflesso di un modello più complesso: un sistema relazionale che non sostituisce Cosa nostra, ma ne facilita l’interazione con il mondo istituzionale e imprenditoriale.

È una lettura che resta distinta dalle responsabilità penali individuali, ancora tutte da accertare. Ma che indica una direzione precisa: non guardare solo ai fatti, ma ai legami che li rendono possibili.

E forse è proprio in quell’asse invisibile tra Favara e Castelvetrano – più che nei singoli episodi – che si nasconde la parte meno esplorata di questa inchiesta.