Carmelo Vetro, il doppio volto del potere. La mafia, il boss e la rete massonica in Sicilia - 1
C’è un filo che attraversa l’ultima inchiesta della Procura di Palermo su tangenti e appalti alla Regione Siciliana e che porta dritto al cuore di un sistema di relazioni opache, dove affari, sanità e appartenenze si intrecciano. È il filo che lega Carmelo Vetro, imprenditore di Favara, già condannato per mafia, a una rete che non è solo criminale, ma anche relazionale e – secondo gli inquirenti – massonica.
È da qui che bisogna partire per capire il “doppio ruolo” di Vetro: mafioso e uomo capace di muoversi in ambienti formalmente lontani dalla criminalità organizzata.
Il canale massonico per entrare nella sanità
L’obiettivo era chiaro: ottenere l’accreditamento nella sanità siciliana per una società di riabilitazione dell'imprenditore a lui vicino Giovanni Aveni. Un passaggio che richiedeva autorizzazioni delicate, in particolare da parte dell’Asp di Messina e dell’assessorato regionale alla Sanità.
Per farlo, Vetro non si sarebbe limitato ai rapporti già consolidati – come quelli con il super manager ed ex eurodeputato Salvatore Iacolino – ma avrebbe attivato anche un altro livello di relazioni. Quello massonico.
Viene a sapere che un dirigente apicale dell’Asp di Messina – lo stesso che stava creando ostacoli – sarebbe massone. A quel punto si muove: contatta un architetto di Canicattì, definito “fratello”, per avere conferme.
La risposta arriva: sì, anche quel dirigente appartiene alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori.
È il passaggio chiave. Per gli investigatori, proprio questa comune appartenenza avrebbe sbloccato la situazione.
Secondo quanto emerge dalle intercettazioni della Sisco di Palermo, della Squadra Mobile e della Dia di Trapani, Vetro sarebbe riuscito ad arrivare fino al direttore amministrativo dell’Asp di Messina, Giancarlo Niutta, proprio attraverso contatti interni alle logge.
A raccontare il clima è una intercettazione dell’imprenditore Aveni, che commenta così l’intervento di Vetro:
“È un massone… quello è più importante… ora siccome lui ha parlato con un ‘trentatré’, sarebbe uno che è il più in alto… dice che a questi di Messina li conosco personalmente…”
Il riferimento è al grado 33 del rito scozzese, il livello più alto in uno dei principali riti massonici.
Un dettaglio che, al di là del valore simbolico, restituisce il senso di una gerarchia e di un sistema di relazioni che si muove su livelli diversi, anche molto elevati.
Il 5 novembre scorso, un trojan installato nel cellulare di Vetro registra un dato che per la Procura è tutt’altro che marginale: tra i due c’è confidenza, si danno del “tu”. Un dettaglio che, nell’interpretazione degli investigatori, rafforzerebbe l’ipotesi di una comune appartenenza massonica.
La rete: architetti, contatti e conferme
Il percorso che porta Vetro a Niutta è uno degli snodi più interessanti dell’indagine.
Il boss di Favara, prima di muoversi, cerca conferme. Chiede informazioni a un “fratello” massone di Canicattì, un architetto. Quest’ultimo si attiva subito, contattando una figura femminile con un ruolo rilevante nella massoneria messinese.
Arriva così la risposta che Vetro attendeva: Niutta sarebbe “dei loro”.
È a quel punto che si apre il canale diretto. Un incontro che, per gli investigatori, non è casuale, ma costruito attraverso una rete relazionale ben precisa.
L’improvviso silenzio
Eppure qualcosa si rompe.
Dopo una fase iniziale in cui Niutta si sarebbe mostrato disponibile, a fine novembre il rapporto si interrompe bruscamente. Il direttore amministrativo smette di rispondere a messaggi e telefonate.
Perché?
Le ipotesi restano aperte. Qualcuno potrebbe averlo messo in guardia sulla pericolosità del suo interlocutore. Oppure potrebbe aver scoperto autonomamente il passato di Vetro, facilmente rintracciabile.
Sta di fatto che da quel momento il dialogo si interrompe.
Il ruolo di Iacolino e le pressioni
Parallelamente, si muove un altro livello.
L’inchiesta ricostruisce anche le pressioni esercitate da Salvatore Iacolino, figura chiave della sanità siciliana, per sbloccare la pratica legata alla società “Arcobaleno”.
Dalle intercettazioni emergerebbero toni perentori nei confronti del direttore generale dell’Asp di Messina, Giuseppe Cuccì. Il 24 ottobre 2025 arriva l’autorizzazione sanitaria.
E non finisce lì: pressioni si registrano anche all’assessorato regionale alla Sanità, dove – secondo gli inquirenti – un dirigente avrebbe cambiato posizione dopo l’ennesimo intervento.
Il rapporto tra Salvatore Iacolino e Carmelo Vetro, per come emerge dagli atti, non sarebbe stato occasionale ma strutturato e continuativo. Secondo il gip, si tratterebbe di un vero e proprio rapporto fiduciario, attraverso il quale Iacolino avrebbe fornito indicazioni, suggerimenti e supporto su procedure amministrative, favorendo gli interessi economici riconducibili a Vetro e ai soggetti a lui collegati . Non solo: quel legame avrebbe consentito all’imprenditore favarese di entrare in contatto con altri funzionari dell’amministrazione regionale, ampliando così la propria rete di relazioni dentro la sanità e i lavori pubblici. Le intercettazioni citate negli atti raccontano anche un livello di interlocuzione diretta e operativa: Vetro si rivolge a Iacolino per segnalare persone da inserire in contesti lavorativi o per sbloccare pratiche, ricevendo in cambio disponibilità o comunque attenzione. Un rapporto che, per gli inquirenti, rappresenta uno degli snodi centrali dell’inchiesta, perché mostra come il sistema non si reggesse solo su pressioni esterne, ma su relazioni consolidate capaci di incidere concretamente sulle dinamiche amministrative.
Il nodo massonico
Resta una domanda centrale: a quale loggia appartiene Carmelo Vetro?
Le vecchie indagini lo collocavano vicino alla Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori. Oggi non è chiaro se quell’appartenenza sia ancora attuale.
Ma un dato emerge con forza: Vetro continuava a muoversi dentro ambienti massonici, frequentando soggetti anche di livello e utilizzando queste relazioni come leva per i suoi affari.
Lui stesso si vantava di essere spesso a Palermo, “due volte a settimana”, e di essere di casa negli assessorati, tra Infrastrutture e Sanità.
L'appartenenza di Carmelo Vetro alla massoneria non è un sospetto recente, ma un dato che emerge già nel 2012, quando viene arrestato nell’operazione “Nuova Cupola”.
L'allora ventisettenne imprenditore di Favara è arrestato il 26 giugno 2012 nello stesso blitz in cui è stato arrestato il boss Leo Sutera. Il giovane Carmelo Vetro era iscritto a una loggia aderente alla Gran Loggia d’Italia, nonostante fosse figlio di Giuseppe, vecchio boss per un certo periodo anche capo provincia di Agrigento, anche lui vicino alla massoneria. Di Carmelo Vetro aveva parlato persino il boss pentito Maurizio Di Gati, che dopo il suo arresto ha riferito di un alloggio dove trascorreva la latitanza da lui trovato, aggiungendo che «eravamo soci in un impianto di calcestruzzo».
Durante le perquisizioni, nella sua abitazione, gli investigatori trovano due tessere della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori. Un dettaglio che allora rimane sullo sfondo, ma che oggi torna centrale.
Perché, secondo l’ultima inchiesta della Procura di Palermo, quel legame non si sarebbe mai interrotto. Anzi, sarebbe diventato uno degli strumenti principali con cui Vetro continuava a muoversi tra affari, sanità e pubblica amministrazione.

L’ipotesi degli inquirenti è netta: non si tratta solo di episodi corruttivi isolati, ma di un sistema.
Un sistema in cui la massoneria rappresenterebbe un vero e proprio “collante” tra mondi diversi: criminalità organizzata, burocrazia e politica.
Nelle informative di Sisco, Squadra Mobile e Dia si legge che la comune appartenenza massonica costituirebbe un elemento di riconoscimento reciproco e garanzia, capace di aprire canali riservati e facilitare rapporti di favore.
In altre parole, non un semplice network, ma una sorta di codice condiviso: chi ne fa parte si riconosce, si fida, si parla.
La Procura di Palermo sta cercando di capire quanto questo schema sia stato diffuso e quanto abbia inciso realmente sulle decisioni pubbliche.
La tesi investigativa è chiara: la massoneria, in questo contesto, non sarebbe solo un elemento identitario, ma uno strumento operativo.
Un luogo di incontro tra interessi diversi, capace di facilitare relazioni altrimenti difficili, se non impossibili.
E il caso Vetro diventa, così, una chiave di lettura più ampia: non solo la storia di un uomo, ma quella di un sistema di relazioni che – almeno secondo gli inquirenti – ha provato a mettere in comunicazione mondi che dovrebbero restare separati.
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