Danio Migliore, cavaliere errante, da Marsala all’Istituto Italiano di Cultura a Zurigo
Esiste un vecchio contenzioso, formale, benevolo, di natura artistica fra Svizzera e Italia e riguarda la nascita del noto artista Francesco Borromini, rappresentato già nella antica banconota di dieci franchi di conio elvetico.
La querelle non si è mai conclusa: l’artista infatti, grande voce dell’architettura barocca, è rivendicato da entrambi i paesi che ne vantano la presenza, Italia e Svizzera, ora per la sua formazione fra la Lombardia e Roma, ora per i suoi natali, avvenuti a Bissone.
La sequenza di voci dell’arte che hanno fatto incontrare Svizzera e Italia potrebbe continuare: anche Maderno, ad esempio, nato a Capolago, autore della facciata di San Pietro, era nato in un cantone elevetico.
Il ruolo e la relazione feconda che hanno intrecciato i destini di Svizzera e Italia, dunque, non sono stati pochi nel tempo, così come parimenti intenso è lo spessore che il paese elvetico ha giocato nella cultura figurativa antica e contemporanea del pianeta tanto da spingere, nel 2014, gli organizzatori del Festival de l’histoire de l’art , che ha luogo a Fointainebleau, giunto alla sua terza edizione, a dedicargli un’intera sezione della manifestazione.
L’intersecazione delle linee di convergenza fra i due paesi, Italia e Svizzera, si ripete oggi a Zurigo, presso l’Istituto di cultura italiana, dove avrà luogo da giovedì 3 aprile e fino al 3 maggio, l’esposizione di Danio Migliore, voce emergente delle arti figurative della penisola.
Migliore, siciliano di Marsala, diplomato all’Accademia di Brera, inaugura a Zurigo un interessante esperimento espositivo dal titolo: Logosmania II, Der Fahrende Ritter, ovvero il cavaliere errante.
Vi è in questo titolo, nella sua vocazione nomade, un riferimento alla storia figurativa densa di connessioni emotive e sociali, fatta di flussi di migrazioni, ascendenti e discendenti, che connette Italia a Svizzera?
Vi è un sottile richiamo ai sei viaggi di Paul Klee nel nostro paese? Vi è la polvere delle pietre tagliate dai grandi Maestri Comacini che hanno nutrito i grandi nomi dell’architettura italiana?
Probabile, perché di radici, di flussi, di riti primigeni sembra parlarci Migliore.
La mostra segue una prima personale avvenuta a Luino, nel 2013, Logosmania e amplifica l’emergenza figurativa già qui espressa dal pittore marsalese che raccoglie stimoli e spunti dall’alfabeto primordiale, dionisiaco, dell’espressione creativa del tempo più recente: Clemente, Haring, Penk.
I colori, densi e coprenti, le forme archetipe di Migliore, rimandano ad un immaginario essenziale e iconico, urbano e tribale allo stesso tempo.
Fra le geometrie scarne esposte a Zurigo sembra riemergere la solidità primigenia del ricordo delle forme paleolitiche della grotta del Genovese di Levanzo, isola speculare alla città natia dell’artista.
Migliore ha dunque prelevato i segni più riconoscibili nell’antro primitivo: i nudi elementi di un’umanità ricondotta ad algoritmi essenziali, spoglia, eppure vitale e feconda.
Migliore tiene a mente, evidentemente, il significato della grotta da cui ha rubato i segni ancestrali dell’uomo: questi sono stati composti prima ancora che l’isola si staccasse dalla terraferma, ai tempi della Pangea.
E’ forse questo il segreto di questo connubio magico che brilla oggi a Zurigo?
E’ forse a Zurigo in un terreno di incontro fra mondi lontani eppure vicini che si ricongiunge la terra? È forse questo il segreto dell’arte odierna? Riunire le terre, accomunare i destini, fondere le espressioni dell’arte?
A Zurigo in Aprile, probabilmente, una nuova Pangea.
Francesca Pellegrino
Per maggiori informazioni: http://www.iiczurigo.esteri.it/IIC_Zurigo/webform/SchedaEvento.aspx?id=247. La mostra è curata da Teresa Luisa Cicciarella.
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