Non sono violati i diritti umani di Salvatore Riina, il capo dei capi di Cosa nostra detenuto nel carcere di Opera dove sta scontando una dozzina di ergastoli. Così hanno deciso i giudici della Corte europea di Strasburgo, rigettando il ricorso presentato tramite il difensore, l'avvocato Luca Cianferoni del Foro di Firenze. "Totò u curtu" denunciava la violazione dei suoi diritti dalle condizioni di detenzione a cui è sottoposto, sostanzialmente dal giorno della sua cattura, il 15 gennaio del 1993 dopo una latitanza ultratrentennale.
Nel ricorso aveva sostenuto di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti nell'ambito dell'applicazione del 41 bis, incompatibile con le proprie condizioni di salute. Da tempo, infatti, soffre di disturbi cardiaci e nel 2011 gli è stato applicato un pacemaker.
Il 4 marzo scorso è stato ricoverato d'urgenza in ospedale per un sospetto infarto, ma poi i medici hanno accertato che si trattava di una semplice indigestione.
Nel ricorso Riina, che ha 84 anni, aveva elencato le proprie rimostranze, chiedendo alla Corte la condanna dell'Italia, contestando il controllo 24 ore su 24 a cui è sottoposto in cella attraverso un sistema di telecamere nel carcere di Opera, dove è stato trasferito da Ascoli Piceno nel 2003. I giudici di Strasburgo hanno rigettato il ricorso, sostenendo, tra l'altro, che per quanto riguarda il 41 bis Riina non ha presentato alcun elemento che possa fare ritenere ingiustificato il carcere duro. Anzi. Le limitazioni a cui è sottoposto, secondo la Corte, non violano i diritti umani del ricorrente, ma sono tuttavia ammissibili alla luce dei suoi trascorsi criminali di capo di Cosa nostra e della necessità, da parte dello Stato, di garantire la propria sicurezza.
I giudici hanno sottolineato che Riina non ha ancora esaurito le possibilità di ricorso offerte dal sistema giudiziario italiano e confermano la sentenza del marzo dello scorso anno in cui tutte le altre istanze presentate erano state già respinte dalla stessa Corte di Strasburgo.
La decisione della Corte dei diritti umani conferma ancora una volta che lo stato di salute di Riina è compatibile con il regime carcerario. Un anno fa la Cassazione aveva negato il differimento della pena con ricovero in ospedale, accogliendo le conclusioni del Tribunale di Sorveglianza di Milano che nel 2011 aveva stabilito che il detenuto poteva restare in carcere dopo l'applicazione del pacemaker. E questo perché le sue condizioni di salute erano adeguatamente e costantemente monitorate nello stesso carcere di Opera, «con ricorso, in caso di necessità, alla struttura oepedaliera» come è accaduto, appunto, lo scorso 4 marzo.