Marsala. Processo mafia operazione Eden, investigatore su intestazioni fittizie beni
E’ stato il capitolo relativo alle accuse di intestazione fittizia di beni a tenere banco nell’ultima udienza del processo, in corso al Tribunale di Marsala, relativo al ‘’troncone giudiziario’’ dell’operazione antimafia ‘’Eden’’ che alla sbarra degli imputati vede Anna Patrizia Messina Denaro, Francesco Guttadauro (rispettivamente sorella e nipote del boss latitante Matteo Messina Denaro), e Antonino Lo Sciuto, nonché Vincenzo Torino (accusato di intestazione fittizia) e Girolama La Cascia (false dichiarazioni al pm). A rispondere alle domande del pm Paolo Guido e di legali della difesa è stato il maggiore Andrea Manti, dal 2010 al 2013 al Ros di Roma, ma distaccato a Palermo per seguire le indagini sulla famiglia mafiosa capeggiata da Matteo Messina Denaro. ‘’La fittizia intestazione della società olivicola Fontane d’oro di Campobello di Mazara, formalmente dei fratelli Indelicato – ha detto l’ufficiale, adesso a capo del Ros di Napoli - era riconducibile a Francesco Luppino, poi condannato per omicidio. Furono poi sequestrati i beni della società e il frantoio. I fratelli Indelicato furono condannati’’. Coinvolta nelle indagini anche la moglie di Luppino, Lea Cataldo, già condannata (3 anni e mezzo) con rito abbreviato, come il marito, in un altro ‘’troncone’’ del procedimento Eden. ‘’Le indagini – ha continuato Manti - furono avviate quando Luppino era detenuto. All’indomani dal sequestro di Fontane d’oro, percepimmo che una serie di soggetti intendevano reimpossessarsi dell’azienda per suddividere i guadagni ai proprietari reali Luppino e moglie. Formalmente la ditta lavorava in amministrazione giudiziaria (Fresina). Con accertamenti alla Camera di commercio scoprimmo che l’amministrazione giudiziaria cedeva in affitto parte della ditta a un’azienda il cui rappresentante era Peruzza Vincenzo, poi un altro ramo fu ceduto in affitto a Torino Ciro, ma lo gestiva il padre Vincenzo, che risultava già condannato per furto ed estorsione avvenuti in Campania. Vincenzo tecnicamente era pregiudicato. Ciro era incensurato all’epoca. Poi fu arrestato per droga a Salerno. Ciro si occupava di coltivazione di ortaggi, mentre Vincenzo commerciava in prodotti alimentari. Tentarono di adottare misure volte a evitare che Fontane d’oro chiudesse e mantenere alti i guadagni per ricavare redditi per la famiglia mafiosa di Campobello di Mazara. Da alcune conversazioni si capiva che le preoccupazioni per capire come andava la trattativa erano legate alla scarcerazione di Aldo Luppino, fratello di Francesco, arrestato nella stessa operazione del sequestro di Fontane d’oro’’. In un’intercettazione, si sente Vincenzo Torino che dice: ‘’Quello che dicono loro (i coniugi Luppino) per noi va bene’’. Oggi l'oleificio, come racconta la foto a corredo di questo articolo, ospita un centro per i migranti che lavorano nella raccolta stagionale delle olive (clicca qui per leggere l'articolo).
Alla prossima udienza, il 13 novembre, sarà chiamato a testimoniare il maresciallo dei carabinieri Michele Granato, che ha svolto indagini sui tre imputati accusati di associazione mafiosa: Messina Denaro, Guttadauro e Lo Sciuto. Si prevede ‘’un’udienza fiume’’.
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