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11/11/2014 06:50:00

"Ciao Ousmane". Il mio viaggio a Campobello di Mazara nel campo per i migranti lavoratori

 Io e Salvatore, amico e coordinatore provinciale di Libera, siamo in auto, in viaggio verso il campo di accoglienza per i lavoratori stagionali di Campobello di Mazara.
Mentre fuori dal finestrino corre una bellissima campagna coltivata ad olivi mi faccio raccontare cosa succede annualmente a Campobello tra settembre e novembre.
In questo periodo c'è la raccolta delle olive, prima di quelle da tavola, qualità Nocellara del Belice, e poi di quelle da spremitura. La richiesta di manodopera è alta, il lavoro duro e la paga non è un granchè, 25-30 euro per una giornata di lavoro.
Arrivano un pò da tutta l'Africa, sono senegalesi, sudanesi, ghanesi e magrebini, tunisini e marocchini. Sono centinaia. Nella stagione della raccolta, quando le annate sono buone, possono sfiorare i 900-1000.
Questo accade da anni; seguono i raccolti lungo tutto lo stivale con la speranza di lavorare e di riuscire a mandare qualcosa a casa. Sono a Caserta e a Foggia per i pomodori, a Rosarno per le arance, a Pachino per i ciliegini e qui a Campobello per le olive.
Di solito si accampano nelle periferie dei centri abitati. A Campobello si sistemavano a sud del paese, poco oltre le case popolari, dove negli anni si sono arrangiati costruendo capanne con legna, cartone e tanto eternit. Vivono senza luce, senza acqua corrente e senza servizi igienici;ed è così ovunque, che si parli di Campobello o Caserta.
Alla fine l'anno scorso qui c'è scappato il morto, Ousmane, un ragazzo senegalese di 25 anni: rimasto ucciso dalle ustioni riportate nell'esplosione di una bombola che usava per cucinare.
Come spesso accade non è lo Stato il primo a reagire, ma la società civile, un collettivo di Campobello: LibertARIA.
Ragazzi spinti solo dalla solidarietà umana hanno fatto il primo passo, ed ecco allora cibo, vestiti, coperte e persino una piccola fontanella di acqua corrente. Un miracolo.
Poi l'incontro con Libera, con Salvo, e da qui si sviluppa l'ambiziosa idea: perché non utilizzare un bene confiscato alla mafia per accogliere meglio queste persone, dandogli acqua corrente, servizi igienici e un posto più decorso dove stare?
Salvo contatta subito il Prefetto di Trapani, il Dott.Falco, un uomo che ha il coraggio di ascoltare, e il giudice del tribunale di Trapani per l'affidamento del bene confiscato. Si attiva una sinergia virtuosa e tutti insieme, stato e associazioni, società civile e singoli contadini, pezzo dopo pezzo, mettono in piedi il progetto.
A settembre nasce così, in un vecchio oleificio confiscato alla mafia un centro di accoglienza temporanea che viene affidato alla Croce Rossa. Con soli 5 mila euro messi a disposizione dai commissari prefettizi del comune di Campobello (il comune è sciolto per infiltrazione mafiosa) viene costituito un presidio sanitario, con 15 bagni chimici, 8 docce, una cucina sicura e con un piazzale dove sistemare le tende. Inoltre la prefettura con l'Asp e la società che gestisce lo smaltimento dei rifiuti hanno risposto anche all'emergenza sanitaria, più volte segnalata dalla cittadinanza, sorta dalla presenza di eternit nel vecchio campo, con una bonifica dell'intera area.
Nasce così "ciao Ousmane".

Quando si spegne il motore la prima cosa che noto è il cancello volutamente aperto, qui nessuno è trattenuto contro la sua volontà, questo non è un altro centro d'identificazione ed espulsione. Si apre un panorama di centinaia di tende, rafforzate con coperte e teloni di plastica, sento il vociare di tante lingue lontane, vedo gente che gioca con i tappi di bottiglia, si alzano odori africani dai tre raffinati ristoranti itineranti che si spostano insieme ai braccianti per tutta Italia, uno senegalese, uno sudanese e uno magrebino. Ci sono anche anche un barbiere, due spacci, due bar e una moschea. Il campo viene pressoché autogestito, con la presenza di alcuni volontari di associazioni come LibertAria, Libera, Libero Futuro, Arci e Addio Pizzo, che cercano di andare incontro ai bisogni di questa gente venuta da lontano: a chi serve una coperta calda, a chi cibo, a chi solo un paio di scarpe. Inoltre vengo a sapere di una sorta di consiglio di campo, che si riunirà anche stasera, costituito dai portavoce dei vari gruppi etnici, quasi sempre anziani o figure religiose come l’imam, che si riunisce per risolvere le problematiche che insorgono.
Faccio subito un giro con Salvo e Ismael, un ragazzo nigeriano che vive a Palermo da sette anni e lavora con Addio Pizzo. Un giovane ci ferma per chiedere una coperta, la notte è davvero fredda. Se ne andrà a breve, è riuscito a lavorare solo un giorno in un mese; quest’anno l’acqua è stata poca, e il raccolto scarso. Un altro ci indica quello che rimane delle sue suole, ha bisogno di un paio di scarpe.
Chiedo a Ismael di fare una piccola intervista , di raccontarmi la sua storia. Viene dal nord della Nigeria, scappato dai massacri di Boko Haram con un viaggio di 8 mesi. Niger, Algeria, Libia, poi il mediterraneo, la paura, lo sbarco alla porta d’Europa: Lampedusa, e infine l’arrivo a Palermo e l’incontro con Addio Pizzo. Ismael ora è la colonna portante di questo campo.

 


 

 
Mentre aspetto Peppe Di Stefano, del collettivo LibertAria, lo sguardo mi cade oltre il campo, tra le abitazioni, da cui vedo salire un pesante fumo nero. Bruciano materiale, sicuramente rifiuti, magari di quelli speciali che costa troppo smaltire. Vengo a sapere dai residenti che è normale anche in pieno giorno (sono solo le quattro del pomeriggio). Mi avvisano: è inutile chiamare, non verrà nessuno. Penso subito a Napoli, alla terra dei fuochi.
Quando incontro Peppe,capelli lunghi e maglietta con simbolo della pace, chiedo cosa pensano proprio i campobellesi del progetto.
Tanti sono i cittadini che hanno apprezzato e sostenuto il lavoro, tante le dimostrazioni di solidarietà e di tolleranza e non pochi gli aiuti arrivati al campo.
A Campobello si avvicinano però le elezioni amministrative e il rischio di speculazione e strumentalizzazione è alto. ”Difendiamo Campobello , mandiamoli a casa” è una pagina Facebook apparsa poco dopo l’istituzione del campo. Suggerisce ai cittadini la riappropriazione della terra inneggiando alla violenza e all’intolleranza.
Ma non è forse proprio “Ciao Ousmane” un esempio di riconquista della propria terra?Un bene sotto confisca, strappato alla mafia e riconsegnato alla comunità, simbolo di uno stato forte, che alza la testa grazie anche ad un “prefetto del popolo” e a tante persone coraggiose. Impegnare se stessi e la propria terra nella difesa dei diritti e della dignità umane non è forse una riconquista?
La destinazione definitiva del bene confiscato, quando in dicembre sarà riconsegnato all’amministrazione comunale, non è ancora stabilita. La preoccupazione per il futuro rimane. Cosa accadrà quando il prossimo anno torneranno i 400-600 lavoratori stagionali?
Probabilmente è in questa realtà appena descritta un grande e lungimirante esempio di antimafia sociale, di impegno e responsabilità compartecipata. Qui tutti hanno teso ad un obiettivo comune, quello della “giustizia sociale”. La mentalità mafiosa gode e si nutre della nostra incapacità di collaborare e sostenerci. Si arricchisce con la nostra povertà culturale, istigandoci all’intolleranza.
“Ciao Ousmane” non è solo il tentativo di tener viva la storia dei tanti ragazzi come Ousmane, ma anche un monito e uno stimolo ad uscire dall’ignoranza e il sospetto.

Michele Rallo