07/05/2015 06:15:00

Va in pensione Rino Germanà. Nel 1992 si salvò da un agguato di Matteo Messina Denaro

 Va in pensione il questore Rino Germanà. Catanese, 63 anni,  nel 1992 si salvò da un agguato perché il kalashnikov di Messina Denaro s’inceppò. Tra i più stretti collaboratori di Paolo Borsellino,  era dirigente del commissariato di Mazara del Vallo. Il 14 settembre di ventitré anni addietro, all’ora di pranzo, sulla strada che costeggia la spiaggia mazarese di Tonnarella, fu inseguito e fatto segno di colpi di kalashnikov da parte di un commando di super killer di Cosa nostra. Ecco il racconto di quella giornata tratto dal Corriere della Sera del giorno successivo:

L' agguato e' scattato poco dopo le 14. I sicari hanno fatto fuoco con mitra, lupara e una pistola di grosso calibro. Il loro compito era relativamente semplice: per uccidere un poliziotto che ritorna a casa sulla sua utilitaria non occorrono certo il tritolo e le autobombe. Tre killer piu' un autista dovevano essere sufficienti. Ma una volta tanto i "ragionieri della morte" hanno fatto male i conti. Dalla parte della vittima non hanno messo la destrezza, il sangue freddo e la necessaria buona sorte. Ieri, dopo aver lasciato l' ufficio, Germana' , sposato e padre di due figli, si avvia verso casa alla guida della sua Fiat Panda. Lungo la litoranea che da Mazara porta sino alla contrada marinara di Tonnarella si accorge che qualcosa non va. Una Fiat Tipo con a bordo quattro tipi strani lo segue a poca distanza. Germana' pensa che e' meglio rallentare e dare strada, ma a quel punto intravede le armi. Con grande freddezza abbandona la vettura e si butta in mare rispondendo al fuoco dei killer. Sembra di assistere alla sequenza di un film d' azione. Nella sparatoria Germana' resta appena ferito di striscio alla testa, ma riesce a scampare alla morte. Ricoverato all' ospedale di Mazara viene medicato e subito dimesso con una prognosi di sette giorni. Passa appena qualche ora e il poliziotto e' di nuovo sul luogo dell' agguato. Con i colleghi e il questore di Trapani, Antonio Pitea, collabora alle prime indagini. Anche se nessuno vuole confermarlo Germana' avrebbe gia' fornito una serie di indicazioni che potrebbero portare alla cattura dei sicari o comunque all' individuazione dei clan sui quali puntare. "Abbiamo avviato un massiccio rastrellamento . dice sibillino il questore ., stiamo lavorando, ci sono buoni elementi per le indagini che comunque non sono facili. Speriamo bene". Germana' intanto e' stato trasferito con tutta la famiglia in una localita' segreta vicino a Roma. Le forze dell' ordine non nascondono la preoccupazione: "Lo capirebbe chiunque . dice il questore . che non e' stato un semplice avvertimento. L' intenzione dei killer era quella di sopprimere Germana' , il quale e' scampato alla morte grazie al temperamento e alla preparazione". Dunque la mafia ha fallito scoprendo in qualche modo le proprie carte. E chiaro, infatti, che indagare sul perche' di un agguato con l' aiuto della vittima designata non e' la stessa cosa che andare a rovistare nelle sue carte. In tal senso questo omicidio mancato potrebbe essere d' aiuto per capire la strategia che sta dietro alcuni delitti eccellenti degli ultimi mesi. Il commissario Germana' e' una di quelle "memorie storiche" che fanno paura alla mafia, per la loro capacita' di mettere in collegamento fatti e persone rendendo chiara la ragnatela degli interessi in Sicilia e all' estero. In proposito il questore di Trapani non ha dubbi: "Non c' era bisogno di questo episodio per fare una valutazione che viene fuori semplicemente guardando il suo curriculum". Il poliziotto aveva diretto il commissariato di Mazara gia' tre anni fa, quindi era stato trasferito alla Mobile di Trapani, dove aveva lavorato a fianco di Borsellino. In quel periodo vengono messe a frutto le dichiarazioni di pentiti come Rosario Spatola e Giacoma Filippello che portano a una serie di arresti tra Mazara, Trapani e Castelvetrano. Due anni fa Germana' lascia Trapani per un contrasto col giudice Taurisano. Ma in quella circostanza viene fuori tutto il suo carisma: con lui chiedono il trasferimento altri 18 poliziotti. Passato alla criminalpol di Caltagirone collabora col giudice Anna Canepa all' arresto di sessanta affiliati alle cosche di Niscemi, alcuni dei quali agivano in Germania. Era tornato a Mazara in giugno, proprio mentre la procura distrettuale spiccava sessanta ordini di cattura per un traffico di droga col Marocco.

Poliziotto di razza, classe 1950, a trentaquattro anni era stato nominato dirigente del commissariato di Mazara del Vallo. Germanà era diventato capo della Squadra Mobile di Trapani nel 1987 proprio nel periodo in cui Borsellino aveva assunto l’incarico di procuratore di Marsala. Magistrato e poliziotto si erano quindi ritrovati a lavorare accanto in alcune indagini. Successivamente era stato proprio Paolo Borsellino a chiedere la sua applicazione alla Criminalpol di Palermo per effettuare indagini sulla mafia del Trapanese. “A raccontarla – ricorda Germanà – può sembrare una scena da film: il lungomare Fata Morgana di Tonnarella, io che torno verso casa, una macchina mi affianca e dal finestrino spunta un fucile. Arriva il primo sparo”. “Dopo il primo colpo ho guadagnato qualche metro verso la spiaggia, con una ferita alla testa. I miei aguzzini sono scappati, ma ci hanno ripensato e sono tornati indietro per sparare di nuovo. Quando ti sparano non è come nei film: tu ti muovi per schivare i colpi, ma questi arrivano e non capisci nulla. A quel punto, aiutato dai bagnanti, mi sono buttato in acqua. La macchina è tornata per la terza volta, sparando verso di me e le persone che avevo intorno: non riescono a colpire e fuggono via per l'ultima volta”. Quello stesso giorno a Germanà era arrivata la chiamata dell’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino, che gli aveva preannunciato il suo immediato trasferimento a Roma.

I particolari dell' agguato ed i motivi che spinsero Riina a emettere quella sentenza di morte contro il poliziotto, sono stati svelati da un  pentito di mafia, Gioacchino La Barbera, uno degli autori della strage di Capaci e che partecipò con Bagarella all' attentato contro il commissario Germanà. Ma quel giorno, il 13 settembre del 1992, Germanà si salvò per due ragioni, ha raccontato il pentito, perché nonostante fosse ferito "rispose al nostro fuoco" e perché Bagarella mancò il bersaglio: "Non sapeva usare - ha detto La Barbera - il kalashnikov". Il pentito ha rivelato anche i "retroscena" della decisione di Riina. Il commissario Germanà aveva scoperto il ruolo del notaio Pietro Ferraro, "massone deviato" dicono i giudici, arrestato nell' operazione "Ghibli". E Cosa Nostra "sapeva" perché "le talpe" dentro il commissariato informavano il boss Mariano Agate e Totò Riina. Lo informavano che Germanà "insisteva" su quella pista, sugli intrecci mafia-massoneria-politica. Con il commando c’era anche il palermitano Giuseppe Graviano, a far da «palo» erano stati i mazaresi Diego Burzotta e Vincenzo Sinacori, mentre a distanza attendeva i sicari in fuga il castelvetranese Francesco Geraci.