24/08/2015 16:35:00

Mafia. Confiscato l'impero di Vito Tarantolo, imprenditore vicino a Messina Denaro

L'impero di Vito Tarantolo, imprenditore ritenuto contiguo a Cosa Nostra,  è stato confiscato dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Una confisca di beni per circa 20 milioni di euro che termina il procedimento avviato nel 2012 con il sequestro preventivo.

L'indagine patrimoniale è stata condotta dalla divisione anticrimine della questura di Trapani e dalla Guardia di finanza, e ha riguardato l'attivita' dell'imprenditore che, nonostante il suo arrestao nel 1998 nell'ambito dell'operazione "Rino 2", sarebbe rimasto "in contatto con i diversi capisaldi dell'organizzazione mafiosa trapanese e palermitana, da Francesco Pace, capo mafia trapanese succeduto a Virga, a Matteo Messina Denaro sino ai Lo Piccolo".

A Gennaio di quest'anno il sostituto Andrea Tarondo aveva chiesto l'applicazione della sorveglianza speciale. Sono stati confiscati beni immobili, conti correnti, società che operavano nel campo dell'edilizia. Come la Cogeta, in cui Tarantolo ufficialmente non rivestiva alcun ruolo ma era comunque a lui riconducibile. La Cogeta era una delle società più attive dell'impero Tarantolo. Si era aggiudicata diversi appalti pubblici, dal rifacimento del porto di Castellammare del Golfo, alla riqualificazione urbana di Montemaggiore Belsito, aveva ottenuto anche un appalto per la tangenziale di Parma. Il provvedimento di confisca riguarda anche alcuni immobili, come una villa a Favignana.

Negli ultimi dieci anni le imprese di Tarantolo si sarebbero aggiudicate appalti per una cifra stimata di 50 milioni di euro.

Tarantolo inizia dal basso la sua scalata, negli anni ottanta. Sono gli stessi anni cui ha i primi contatti con uomini di cosa nostra, come Vincenzo Funari, killer al servizio di Matteo Messina Denaro. Piccoli lavori privati, come palazzine e manutenzione delle strade.

Uno dei primi appalti pubblici di prestigio Tarantolo lo prende a Marsala. Ed è quella che passerà alla storia come l’opera incompiuta per eccellenza del territorio: il Monumento ai Mille. Un’opera faraonica, progettata dall’architetto Mongiovì negli anni sessanta. Due poppe che si uniscono in unica prua e una vela alta 47 metri. Nel marzo dell’85 l’impresa di Vito Tarantolo si aggiudica l’appalto per il primo stralcio dell’opera per una cifra di quasi 800 milioni di vecchie lire. L’impresa dopo la posa della prima pietra effettuata in pompa magna da Bettino Craxi, inizia i lavori nel luglio ’86. Deve costruire la base, piantare i piloni e realizzare la “forma” delle navi in cemento armato. I lavori si fermano nel luglio del 1988, con proroghe e ritardi. E l’ingiunzione della capitaneria di porto che dichiara che il monumento è abusivo. Nella relazione finale del primo lotto Mongiovì non manca di criticare il lavoro della ditta, sia per come sono stati svolti sia per il non rispetto del contratto.

In quegli anni Tarantolo inizia l’escalation ed entra in società con Giovanni Gentile. Da lì si stringono i rapporti con i boss locali, fino a costruire un vero e proprio impero affidato a prestanome. Tarantolo che in quegli anni è stato arrestato e poi condannato per favoreggiamento a cosa nostra, ha poi reso dichiarazioni ai magistrati. Ma sono stati gli stessi magistrati ad appurare che l’imprenditore non era uscito dal cerchio dei professionisti legati alle cosche. Lo stesso dirigente della divisione anticrimine di Trapani Giuseppe Linares ha parlato di Tarantolo come il “volto nuovo della mafia borghese, invisibile che si insinua nella stanze dei liberi professionisti e del sistema bancario”. Ha saputo aggirare i cavilli delle certificazioni antimafia con imprese all’apparenza pulite, ma con contratti tra le stesse che non sono sfuggiti agli inquirenti. Come il noleggio di un macchinario, per i lavori all’aeroporto Punta Raisi, della ditta Tarantolo Vito alla Co.ge.ta, nel quale però le due presentavano lo stesso indirizzo come sede legale. Quelli del “Falcone e Borsellino” sono lavori sponsorizzati da Matteo Messina Denaro, lo rivelano i pizzini scoperti nel covo dei Lo Piccolo. Per quei lavori la cosca di San Lorenzo chiese alla Co.ge.ta il pizzo, e fu lo stesso Messina Denaro a intervenire.

 

 



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