08/11/2016 06:20:00

Matteo Messina Denaro, il suo impero, la rete di fiancheggiatori

 A quanto ammonta l’impero di  Matteo Messina Denaro? Gianni Dragoni (giornalista de il Sole 24 ore) nell’ultima edizione di Servizio Pubblico di Michele Santoro ha ricostruito la mega rete di interessi economici di Messina Denaro. In 21 anni il valore dei beni sequestrati a suo nome ammonterebbe a 3,5 miliardi di euro. Secondo Forbes, Messina Denaro è ben piazzato anche nella classifica dei più ricchi del pianeta: tra i primi 400 del mondo e il nono in Italia, davanti a Miuccia Prada o Patrizio Bertelli per intenderci. Il video lo potete vedere di fianco a questo articolo. 

Matteo Messina Denaro, 54 anni, è latitante da quando aveva 31 anni e viaggiava in Porsche in Sicilia. L’Fbi l’ha incluso tra i dieci maggiori ricercati del mondo: nel 2008 il primo era Osama Bin Laden, e il quinto Messina Denaro.

Qualche giorno fa Francesco Viviano su La Repubblica ha scritto  della rete di fiancheggiatori insospettabili che proteggerebbero la latitanza del super boss di Cosa Nostra. Una rete formata da imprenditori, medici, commercianti, ma anche semplici pensionati.

C’è un’informativa dei carabinieri che contiene nomi e cognomi di molti dei fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro.  Informazioni, si legge su Repubblica, che sarebbero state fornite da una fonte considerata “attendibilissima”, in un documento inspiegabilmente mai consegnato all’autorità giudiziaria da dieci anni a questa parte. Solo poche settimane fa è stato trasmesso a due magistrati di Palermo: il procuratore aggiunto Teresa Principato, che segue le indagini su Messina Denaro, e il sostituto procuratore Nino Di Matteo, pubblica accusa del processo trattativa Stato-mafia.
L’informativa indicherebbe le generalità di alcuni componenti della rete di protezione di Messina Denaro: tra questi ci sarebbero due primari ospedalieri, tre imprenditori, un commercialista e un gioielliere. Tra i nomi contenuti anche quelli di personaggi mai finora sfiorati da inchieste, tra cui soggetti che fecero da “postini” per trasmettere i “pizzini” del boss di Castelvetrano agli altri capimafia: tra loro anche un ex dipendente delle ferrovie di Stato oggi in pensione e una donna.
L’informativa è stata consegnata da Nicolò Gebbia, generale dei carabinieri oggi in pensione, in passato comandante provinciale dei carabinieri di Palermo e prima ancora comandante della compagnia dei carabinieri di Marsala, che seguiva le indagini su Messina Denaro. Ora la Procura di Palermo ha avviato alcuni accertamenti, dato che rimane inspiegabile il perché l’informativa sia rimasta in un cassetto per tutti questi anni. Gebbia è stato interrogato qualche giorno fa da Di Matteo: a verbale ha dichiarato di aver lasciato l’informativa nelle mani del generale Gennaro Giglio, prima di diventare comandante provinciale a Venezia. Giglio, all’epoca comandante della Regione Carabinieri Sicilia, è morto il 9 maggio 2004 in un incidente stradale con il suo autista, e da quel momento dell’informativa si sono perse le tracce.
Contenuta all’interno del documento anche la questione del sequestro di Luigi Corleo, esattore e suocero di Nino Salvo, imprenditore legato a Cosa nostra. Corleo fu rapito dai corleonesi di Totò Riina nel 1975 e mai più ritrovato. Secondo l’informativa il corpo sarebbe interrato in un territorio di campagna appartenente ad uno dei personaggi che si occupa della latitanza di Messina Denaro. Gebbia ha riferito di aver saputo che poco dopo il sequestro Corleo Nino Salvo contattò telefonicamente Giulio Andreotti, all’epoca Presidente del Consiglio, così da ottenere un permesso per Gaetano Badalamenti, in quel momento al confino al nord Italia. Il permesso sarebbe servito per far arrivare il boss in Sicilia in modo da aiutare a liberare Corleo, ma questo non arrivò, e fu motivo di astio nei confronti di Andreotti. L’informativa precisa tra l’altro ai carabinieri di evitare le fughe di notizie che sarebbero potute arrivare a Messina Denaro, e questo evitando di coinvolgere le forze dell’ordine operanti nel trapanese. Forse perché il boss di Castelvetrano poteva disporre di “talpe” al loro interno.