15/01/2017 06:20:00

Libri, luoghi e letteratura. Intervista ad Andrea Cortellessa

Un libro di viaggi, o meglio di luoghi: si intitola Con gli occhi aperti. 20 autori per 20 luoghi (Exòrma, 2016), un’antologia di narratori e poeti che si misurano sulla possibilità di rendere visibile ciò che non lo è, scoprendo dei siti che hanno tracciato le pieghe della loro coscienza artistica.

Ne parliamo con il curatore del volume, Andrea Cortellessa, docente universitario e critico militante.

Come si inserisce la sua antologia nel panorama critico italiano che in questi ultimi anni spesso ha legato la pagina scritta ai luoghi fisici?

Oggi è difficile per alcuni luoghi prescindere dalla memoria letteraria. I luoghi sono luoghi comuni, nel senso che noi comuniamo, leghiamo, colleghiamo quella che è la nostra esperienza diretta con quanto su quel luogo insiste già prima di noi. Questa collisione, questo annodarsi di punti di vista fa parte ormai in maniera inestricabile della nostra esistenza e ha dato vita ad una grande angoscia di accumulazione che il postmodernismo ha cercato di esorcizzare ostentandola, facendo della scrittura di viaggio, o di luogo - come preferisco definirla -, una sorta di repertorio tautologico di ciò che già si conosce.

In realtà, come provo a dire in questo libro, siamo di fronte ad una letteratura di viaggio del terzo tipo cioè il tentativo di mettere in relazione, come se fosse un testo a fronte, la memoria culturale con l’esperienza diretta e scorgere che le due fruizioni possibili dello stesso luogo non collimano mai esattamente. C’è sempre una commessura, c’è sempre un’intermittenza, c’è sempre una faglia più o meno ampia che però fa sì che ci sia una distanza. Credo che gli scrittori che si propongono di lavorare sui luoghi siano perfettamente consapevoli che non è possibile restaurare un rapporto primo, vergine, originario con il luogo, che aveva fatto del viaggio il grande mito della modernità: la scoperta dei luoghi e la scoperta di noi stessi nel visitarli. Viviamo una situazione ibrida e non è un caso che i testi che si legano ai luoghi siano a loro volta testi ibridi, non semplici reportage né semplici racconti ma il più delle volti prodotti di fusione e confusione di questi due generi, naturalmente in percentuali e sfumature molto diverse.

Leggo a pagina 29: «la letteratura di viaggio nasce da una predisposizione quasi genetica dentro il campo della letteratura cosiddetta d’invenzione» (Raffaele Manica). Se il genere si è irrimediabilmente ibridato, è ancora possibile parlare di letteratura di viaggio?

Come tutti i generi letterari la letteratura di viaggio è un’astrazione, un’astrazione utile in alcuni casi a fare chiarezza su certi problemi, ma non deve essere feticizzata: un genere letterario non è un oggetto reale, un genere letterario è sempre una costruzione storica e uno strumento mentale, cognitivo, ma ciò che è reale sono i singoli testi. I testi esistono, mentre le categorie con le quali li leggiamo e li studiamo nel tempo sono categorie che si modificano più velocemente di quanto pensiamo. Io, ad esempio, preferisco parlare di relazione con i luoghi, c’è una specificità nella letteratura chiamiamola di luogo che è proprio questo rapporto asimmetrico con la memoria, con la memoria culturale ma anche con la memoria individuale. Quanta parte della memoria individuale è utilizzabile in un testo d’invenzione, come può rappresentarne un ostacolo o un carburante, un materiale di lavoro? Francesco Pecoraro (autore del racconto Anzio 1962 contenuto nell’antologia, ndr) ricorda che prima di scrivere il suo romanzo La vita in tempo di pace ha dovuto disboscare, fare spazio nella forma paradossale del regesto, del catalogo, dell’enumerazione caotica, appunto convocare la memoria individuale per affrancarsene, fare spazio per l’invenzione di qualcosa di diverso. Questo meccanismo non è proprio di un genere letterario, ma della letteratura in generale.

Per quanto riguarda il rapporto fra letteratura di luogo e d’invenzione non c’è dubbio che la storia dei due generi abbia proceduto in parallelo. Un turning point è Cuore di tenebra di Joseph Conrad, forse il testo più esemplare della letteratura dell’altrove dove l’altrove modernisticamente è sempre una metafora dell’interiorità che cambia: cuore di tenebra è il cuore dell’Africa, ma è contemporaneamente quello dell’animo umano. Se noi confrontiamo il diario reale del viaggio sul fiume Congo di Conrad con la rielaborazione che lui stesso ne fa in forma mitologica in Cuore di tenebra, ci rendiamo conto di quelli che sono i meccanismi fondamentali dell’invenzione narrativa che non è mai vera invenzione o forse è invenzione etimologicamente: scoperta di quello che già sempre abbiamo saputo.

E se i luoghi descritti non esistessero davvero?

C’è tutta una tradizione di luoghi d’invenzione. La letteratura ha sempre costruito delle utopie. In questo libro l’ultimo testo, I Paesi invisibili di Franco Arminio, è alla lettera un’utopia, un non-luogo, un’invenzione molto verosimile che ricorda i paesi visibili che lui ha catalogato nella sua opera precedente. L’utopia è sempre un po’ l’altro versante del luogo reale, non esiste forse l’utopia assoluta, è sempre una specie di proiezione dai luoghi reali che, a quei luoghi, in qualche misura allude. Nemmeno la letteratura di fantascienza è mai, o quasi mai, una pura invenzione, è sempre una specie di trasfigurazione della realtà in cui ci troviamo. Ovviamente lo spostarci nel tempo significa anche spostarci nello spazio, spostarci nelle categorie di reale, però questo non toglie un rapporto intrinseco con l’esistenza che conosciamo o crediamo di conoscere. Quindi penso che l’invenzione narrativa sia sempre in qualche misura utopica, si sposta sempre, magari di pochissimo, dal referente reale e proprio in questo spostamento rinvia al referente reale, è proprio quella la vera forma del realismo che ci consente di scoprire qualcosa di nuovo e di diverso in quello che già pensavamo di conoscere integralmente.

Marco Marino



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