31/01/2017 16:05:00

"Dove l'orchestra un fiato", di Giorgio Caproni

 Il 13 ottobre 2016 l’Accademia di Svezia assegna il Premio Nobel alla Letteratura a Bob Dylan per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana. Subito iniziano le contestazioni: può la canzone essere considerata una forma di poesia? Il dibattito è ancora aperto, a nostro modo cerchiamo di rispondere alla questione con Dove l’orchestra un fiato (da Cronistoria, 1938-1942) di Giorgio Caproni

La poesia di Caproni è elementare e musicale. Elementare perché affonda nell’universo dei sensi per riscoprire gli elementi primigeni della vita, in fitto dialogo soprattutto con la dimensione aerea (“i miei versi sono nati in simbiosi con il vento”). Ma in cosa si traduce questo dialogo con l’aria se non in una voce che tenta di armonizzare e mettere a spartito le sincronie delle Nature che ospitano l’uomo?

Da bambino Caproni studiò violino e composizione e fu proprio nell’esercizio di aggiungere le parole alle note di una partitura che quest’ultime caddero, lasciando ai grafemi una musicalità intima e privata come se vi fosse rimasta dentro la loro anima lirica.

Oggi non riusciamo a dire se la canzone può essere o no poesia, eppure forse possiamo sostenere che la poesia è sempre musica.

 

 

Dove l’orchestra un fiato

dava a dolci figure

sopra la scena, ancora

mi conduce al tuo lato

la tua insistenza – al rosso

buio che appena in fuoco

liberava il tuo volto.

Io non ero in ascolto

di quelle note: l’ore

le bruciava l’odore

della tua maglia - il vento

lieve che la tua bocca

senza colore, nel rosso

del teatro librava

il tuo sudore - l’aria

del tuo petto commosso.