07/04/2017 06:00:00

Castelvetrano e le case abusive a Triscina. Facciamo il punto tra legge, proteste e favori

Triscina (frazione di Castelvetrano) ha sempre ricevuto l’attenzione dei media, non perché i giornalisti ce l’hanno con la città, ma perché rappresenta un caso unico in Italia. Non si tratta del solito comune funestato da una certa percentuale di abusivismo (più o meno alta), ma di un’intera borgata fondata sull’illegalità. Più di 6000 abitazioni, tutte abusive. Chilometri di costa offesa dal cemento, che nessun condono potrà mai cancellare.

Molti tratti di spiaggia oggi ospitano detriti di muretti e stradine asfaltate che arrivano a pochi metri dal mare. Quel mare che ogni inverno toglie con le mareggiate la sabbia sotto alle case, tentando di riprendersi ciò che è suo.
Certo, le responsabilità appartengono ai politici che hanno tenuto gli occhi chiusi per decenni, ma anche a chi ha infranto la legge costruendo senza autorizzazione.

Però tutto si mischia, si confonde. Perfino il numero delle case abusive a meno dei 150 metri dalla battigia diminuisce di centinaia di unità nel corso degli anni: 800 nel 2010, 400 nel 2013, 180 nel 2017.
E dal 2014 ad oggi sarebbero stati demoliti 8 immobili in tutto il territorio di Castelvetrano. Ma nella fascia dei 150 metri a Triscina, il numero è zero, se si escludono le demolizioni di facciata come quella piccola abitazione di 50 metri quadri, chiusa da più di vent’anni. Per buttarla giù, nel dicembre del 2016, c’è voluto un monitoraggio iniziato nel 2013, in modo da “individuare gli immobili allo stato rustico abusivamente realizzati nelle frazioni, al fine di attivare la rimessa in ripristino dello stato dei luoghi”. Insomma furono individuati 16 scheletri di case, la cui demolizione non ha mai impensierito nessuno, permettendo al sindaco di essere “in regola” sia con la procura di Marsala che con gli abusivi interessati alle proprie case.

Il caso di Licata è diverso. Lo si è visto dalla trasmissione di Giletti a Rai Uno del 2 aprile. Lì sono state abbattute case rifinite, arredate e abitate pienamente durante il periodo estivo.
Ecco perché il sindaco Angelo Cambiano aveva scritto una nota ai deputati dell’Ars, soprattutto a quelli agrigentini, in modo che uniformassero in tutta la Sicilia l’esecutività delle demolizioni “dando il senso della giustizia e delle regole uguali per tutti”.
Perché alla base della rabbia dei licatesi, fondamentalmente c’è il non capire perché loro sì e gli altri comuni dell’isola no.
Se una richiesta simile fosse stata fatta dal sindaco di Castelvetrano Felice Errante, sarebbe finita nella scrivania del deputato Giovanni Lo Sciuto, il quale pochi anni fa aveva tentato (senza successo) di cambiare le cose con una proposta di legge dal titolo promettente “Salvaguardia delle coste”, in cui da un lato proponeva l’allungamento della fascia di inedificabilità a 300 metri, ma dall’altro consentiva il “recupero dell’esistente” non demolendo nemmeno un muretto. Curiosamente, il disegno di legge era stato elaborato in collaborazione con il comune di Castelvetrano ed in condivisione con il sindaco Felice Errante.

Insomma, un altro mondo rispetto alle vicende che hanno toccato Licata e messo in pericolo l’incolumità del suo primo cittadino Angelo Cambiano.
Sembra quasi di vedere “L’ora legale”, il film di Ficarra e Picone in cui il neo sindaco Natoli mette in pratica tutte le azioni di legalità promesse in campagna elettorale, attirandosi alla fine l’odio di tutti i cittadini.
La Rai ha intervistato più di una persona a Licata e ne è venuto fuori uno spaccato non certo incoraggiante, soprattutto se si pensa che questo non è affatto un film.
“Non abbiamo un sindaco”, “Questo signor sindaco s’è messo nei guai lui stesso”, “Se ne doveva lavare le mani quando è arrivata questa sentenza, per essere col cittadino”, ha risposto qualcuno.
E quando il giornalista ha chiesto: “Deve difendere il cittadino in una situazione di illegalità?”, la risposta è stata: “Certo! Anche nell’illegalità! E se tutto è stato disposto dalla magistratura, tu ti dimetti. Magari poi (alle demolizioni, ndr) ci penserà qualcun altro. Bene, però tu sei pulito”.
Qualcun altro, pensando di parlare a telecamere spente, si è abbandonato a previsioni allucinanti.
“Per ora le persone non fanno niente. Per ora si stanno calme. Nel momento opportuno lo tirano”.
“Cioè lo fanno fuori?”
chiede l’inviato.
“Certo! Lui pensa che sarà a vita scortato, ma appena scadono i 5 anni e finisce la scorta, sicuramente… Oppure deve sparire da Licata… perché qua non può stare”.
Adesso cosa rischia? “Rischia che l’ammazzano” risponde il tizio, aggiungendo una risatina agghiacciante.

Come era prevedibile, gli altri licatesi sono insorti perché è stata data un’immagine distorta della loro città, intervistando le persone sbagliate. Ed in questo non possono che avere la comprensione dei Castelvetranesi, vittime di quella famosa intervista di La 7 a quel tizio che avrebbe voluto Matteo Messina Denaro come sindaco. Certo, in quel caso si registrò più indignazione per l’intervista che per i numerosi arresti di fiancheggiatori perfettamente immersi nel tessuto sociale della città. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare.

A Castelvetrano però, forse qualcuno aveva già dato un segnale inquietante proprio nel periodo in cui si parlava di demolizione delle case di Triscina.
Nel settembre 2013, c’era stata un’altra puntata de “L’arena”, dove l’assessore regionale al Territorio e Ambiente Mariella Lo Bello, aveva annunciato: “Saranno abbattute! La Sicilia ha bisogno di una classe politica che faccia rispettare le regole”.
Proprio in quei giorni, tagliarono le gomme all’auto del castelvetranese Pasquale Calamia, vicecapo gabinetto dell’assessore Lo Bello che, guarda caso, il venerdì precedente si trovava in città per parlare col sindaco Errante dell'abbattimento delle case abusive entro i 150 metri dal mare.

Oggi, l’impressione è che quasi tutti i sindaci dell’isola stiano facendo melina, nascondendosi dietro procedure, mandati amministrativi di demolizioni, atti propedeutici e tempi burocratici, per evitare di fare sul serio.
E se Errante aveva cominciato ad impegnarsi per demolire gli scheletri di edifici abbandonati da anni, il sindaco Giuseppe Castiglione di Campobello di Mazara, nella scorsa puntata de L’Arena, ha precisato di aver dato mandato agli uffici del suo Comune, in modo da poter adempiere alle demolizioni. Da 10 anni però nel suo comune non si abbatte una casa.
Ma non è colpa sua se è sindaco “solo” dal dicembre del 2014. E poco importa se ha fatto il presidente del consiglio comunale dal 2006. Anche perché dal 2011 al 2014 c’è stata la commissione prefettizia a causa di infiltrazioni mafiose. E quindi, come dire, nonostante la “buona volontà”…

Di fatto, al di là delle ragioni giuridiche del dottor Biagio Sciacchitano, proprietario di un edificio abusivo a Triscina, distante 100 metri dal mare, circondato da altre case in regola (ma ancora più vicine al mare) perché costruite prima del ’76, Triscina rimane la capitale di un abusivismo siciliano fatto di 122 comuni e 55 mila immobili che insistono sulla fascia di inedificabilità assoluta.
Il sindaco di Licata però in 9 mesi ha dato esecuzione alla legge, permettendo la demolizione di 48 case; il sindaco di Castelvetrano, dal 2014 ad oggi, ne ha demolite 8; quello di Campobello di Mazara, nello stesso periodo, ne ha demolite zero.

E l’Imu? Chi la paga?
Castiglione non ha dubbi e, dalle telecamere di Rai Uno, assicura: “Queste case pagano l’Imu regolarmente”.
Ma nel maggio del 2013, sempre da Giletti, il sindaco Errante aveva invece detto che gli immobili insanabili non la pagavano perché acquisiti tutti dal Comune, creando un particolare malcontento in studio e portando lo stesso Errante a chiedere di poter “esplicitare il ragionamento”, che riportiamo di seguito:

Quegli immobili sono abusivi e insanabili, del che vanno in qualche maniera attivate tutte le procedure però per realizzare una sorta di legalità sostanziale, perché questo spazio temporale al quale facevo riferimento io pocanzi, crea inevitabilmente una criticità del sistema ed una stortura fortissima anche nei confronti del dettato costituzionale”.

Un ragionamento che forse avranno capito in pochi. In tanti però, sulle mancate demolizioni, capirono l’intervento molto diretto di Klaus Davi: “Perché sono voti, no? Sono voti anche quelli! Scusi sindaco, un amministratore responsabile e corretto come lei dovrebbe avere il coraggio di dire: io su questa cosa non speculo. Sono voti? Non mi interessa, deve primeggiare la legalità!”. Errante rispose che "nel bilancio di previsione del mio Ente, già quest’anno abbiamo previsto delle somme per la demolizione degli immobili abusivi insanabili".
Da allora sono passati circa tre anni, per arrivare nel dicembre del 2016 – come si diceva prima - alla demolizione di una casetta di 50 metri quadri, abbandonata da più di vent’anni. Mentre dalla metà di marzo, gli ispettori del ministero dell’Interno sono in una stanza del comune di Castelvetrano (della quale solo loro hanno la chiave) a spulciare tutti i documenti dal 2012 (e forse anche prima) per valutare eventuali infiltrazioni mafiose.

Oggi, le case di professionisti, imprenditori e amici del potere politico, perfettamente consapevoli di quello che stavano facendo, sono ancora lì, prima di quei 150 metri. Si tratta di persone nascoste in ultima fila, perché nella prima ci sono coloro che non sapevano, a cui si è permesso di costruire per poi metter loro il cappio alla gola: vota per me che ti salvo la casa dalla demolizione.
E allora, cosa rimane? Forse rimane l’eccellente sintesi fatta da quel signore, nel servizio Rai di Michele Santoro, nel 2000: “Triscina è nata come cucca politica!”.

Egidio Morici