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23/03/2018 06:00:00

La famiglia mafiosa di Matteo Messina Denaro. Nomi, relazioni, parentele

  La terra bruciata attorno al latitante Matteo Messina Denaro sembra non finire mai. Non è il capo di Cosa nostra, ma rappresenta la provincia di Trapani.

E la rappresenta per “successione”, dal padre Francesco (Don Ciccio), che concluse la sua latitanza iniziata nell’ottobre del 1990, con la propria morte naturale. Alle undici di sera del 30 novembre 1998, il fratello della moglie, andò dalla polizia a segnalare il ritrovamento del cadavere nelle campagne tra Mazara del Vallo e Castelvetrano.

 

Don Ciccio Messina Denaro aveva le mani giunte, il vestito scuro, i mocassini quasi nuovi. “Sulu mortu lu putistivu pigghiari”, aveva urlato la moglie Lorenza Santangelo.

Il padre di Matteo sarebbe diventato capomafia della provincia di Trapani a ridosso degli anni ’80. “In una cantina dei cugini Ignazio e Nino Salvo, durante una riunione – racconta il pentito marsalese Antonino Patti – Francesco Messina Denaro venne eletto capo provinciale”. Negli anni precedenti, il capo era stato invece Nicola Buccellato di Castellammare, che però era finito in carcere ed era stato “posato” nel 1983.

Nella sua latitanza, durata otto anni, Don Ciccio Messina Denaro era stato accusato di vari omicidi, con diverse condanne (tra le quali un ergastolo nel 1997), oltre alle sospette responsabilità nelle stragi di Milano, Firenze e Roma.

 

La caratura criminale di Matteo Messina Denaro sembra invece superare quella del padre, dal momento che è stato condannato a diversi ergastoli per svariati omicidi. La sua latitanza, cominciata dopo una vacanza dorata a Forte dei Marmi nel 1993, dura ancora oggi, tra coperture istituzionali e consenso locale.  E sulle stragi, quelle che per il padre erano “solo” sospetti, per lui si sono trasformate in altri ergastoli.

 

La cosca mafiosa di Castelvetrano ha sempre trovato la sua forza nelle relazioni di parentela che riportiamo schematicamente di seguito.

 

Salvatore Messina Denaro è il fratello del latitante castelvetranese.

Fu arrestato per la prima volta nel 1998 (operazione “Progetto Belice”), insieme ad altre 24 persone. In quel periodo lavorava alla Banca Commerciale Italiana di Sciacca, mentre fino al 1991 aveva lavorato come funzionario alla Banca Sicula di Castelvetrano. Nel 2004 fu condannato definitivamente a 9 anni per “associazione per delinquere di stampo mafioso pluriaggravata, danneggiamento seguito da incendio aggravato in concorso e tentato incendio pluriaggravato in concorso”.  Avrebbe eseguito gli ordini del fratello, veicolando i “pizzini” ai mafiosi. E per questo è stato arrestato nuovamente nel marzo del 2010. Nel novembre del 2013 è stato condannato in via definitiva a 7 anni per associazione mafiosa. Il 2 Marzo scorso ha lasciato la casa di lavoro di Tolmezzo dove in regime di 41 bis stava scontando la misura di sicurezza, appunto, dell'assegnazione ad una casa di lavoro. 

 

Anna Patrizia Messina Denaro è una delle sorelle.

E’ stata condannata in appello a 14 anni e sei mesi. Nell’operazione Eden del 2013 finì in carcere anche per aver dimostrato di avere la possibilità di incontrare fisicamente il fratello, del quale avrebbe gestito i rapporti con l’organizzazione mafiosa, in assenza del marito Vincenzo Panicola, in carcere per mafia dal 2010 (operazione “Golem 2”).

 

Vincenzo Panicola. Cognato.

Per aver sposato, appunto, Anna Patrizia. Figlio del defunto patriarca mafioso ed ex consigliere provinciale della Dc Vito Panicola. Era uno dei principali collegamenti tra il superlatitante ed il resto dell’organizzazione, prima di finire in carcere nel 2010. Nel 2011, l’ex re dei supermercati Giuseppe Grigoli aveva detto di essere stato vittima del sistema estorsivo di Matteo Messina Denaro. E dato che nell’ambiente carcerario in molti avevano sospettato un possibile “pentimento”, a fine aprile del 2013 Vincenzo Panicola, per capire se davvero le dichiarazioni di Grigoli fossero state autorizzate dal capomafia di Castelvetrano, aveva chiesto alla moglie di accertare presso il vertice come stessero davvero le cose. Risposta che arrivò in tempi record, lasciando ipotizzare che Patrizia Messina Denaro (arrestata poi nel dicembre successivo) potesse aver incontrato fisicamente il fratello capomafia.

Gaspare Como.  Cognato.

Per aver sposato Bice Maria, altra sorella del latitante. Fu arrestato nell’aprile del 1998 (operazione “Terra bruciata”) e condannato a 10 anni di reclusione. Arrestato nuovamente nel 2015 per intestazione fittizia di beni, fu invece assolto perché “il fatto non sussiste”.

 

Rosario Allegra. Cognato.

Per aver sposato Giovanna Messina Denaro. Ex presidente regionale della Cna, ex assessore all’agricoltura e all’artigianato al comune di Castelvetrano, nel luglio del 1992 fu arrestato per istigazione alla corruzione in una vicenda di cooperative fantasma che ricevevano dalla regione parecchi finanziamenti. Nell’aprile del 1998 finì di nuovo in carcere (operazione “terra bruciata”),  insieme ad altre 15 persone con l’accusa di essere stato “il referente dell’organizzazione sia per il controllo dell’estrazione degli inerti, che per l’attività estorsiva”, ricevendo una  condanna nel marzo del 2000 ad 11 anni di reclusione da parte del Tribunale di Marsala.

 

Filippo Guttadauro. Cognato.

Per aver sposato Rosalia Messina Denaro. Fu arrestato nel marzo del 1994 e condannato per associazione mafiosa. Poi fu arrestato di nuovo  nel luglio del 2006 e condannato in Appello a 14 anni: l’aggravante di essere il capo della cosca di Castelvetrano era caduta e i 18 anni del primo grado non vennero riconfermati. Il suo pseudonimo nei pizzini tra Matteo Messina Denaro e Bernardo Provenzano era “121”.  

 

Francesco Guttadauro. Nipote.

Figlio di Filippo. E’ in carcere in seguito all’arresto nell’operazione “Eden 2” del novembre 2014, condannato in Appello a 16 anni di reclusione. Sarebbe stato investito ufficialmente dal latitante Matteo Messina Denaro, attraverso dei “pizzini”, nel ruolo di riorganizzatore della struttura criminale minata dalle varie operazioni dei carabinieri. 

 

Girolamo Bellomo. Nipote acquisito.

Detto “Luca”, marito di Lorenza Guttadauro (figlia di Filippo), anche lui arrestato nell’operazione Eden 2 e condannato a 10 anni in Appello. Da Palermo gestiva direttamente il traffico di droga, imponeva le ditte edili e pianificava le estorsioni per controllare il territorio.

 

Lorenzo Cimarosa. Cugino acquisito.

Per aver sposato la figlia della sorella di Francesco Messina Denaro. Fu uno dei personaggi di spicco ad essere arrestato nel 1998 nell’operazione “Terra bruciata”. E poi nell’operazione “Eden” del 2013. Il primo (e forse l’ultimo) componente della famiglia che è diventato collaboratore di giustizia. Le sue preziose rivelazioni sono risultate molto utili per gli inquirenti, che hanno potuto ricostruire diverse dinamiche interne alla famiglia mafiosa. E’ deceduto per una lunga malattia nel gennaio dello scorso anno.

 

Mario Messina Denaro. Cugino del capomafia castelvetranese, in quanto i loro nonni erano fratelli.

Arrestato nell’ operazione “Golem” del 2009 e condannato con patteggiamento a 5 anni di reclusione. Secondo gli inquirenti aveva il ruolo di estortore all’interno della cosca. Fu arrestato di nuovo nel 2013 (operazione “Eden”) con l’accusa di tentata estorsione in danno dell’imprenditrice di Castelvetrano Elena Ferraro, titolare della clinica Hermes, che lo denunciò. E per questo fu condannato ad altri 4 anni e 2 mesi di carcere.

 

Giovanni Filardo. Cugino.

Figlio della sorella di Lorenza Santangelo, madre di Matteo Messina Denaro.

Condannato in via definitiva per mafia a 12 anni e 6 mesi (operazione “Golem 2”), con relativa confisca di beni per 3 milioni di euro. Anche lui, secondo gli inquirenti, si sarebbe occupato di pizzini, estorsioni, reinvestimento illecito di capitali.

 

Matteo Filardo. Cugino.

Fratello di Giovanni. Anche lui arrestato nell’operazione Golem 2, accusato di una tentata estorsione, è stato poi assolto con formula piena. E’ attualmente indagato dalla Dda di Palermo, insieme ad altre 29 persone, nell’ambito di una serie di perquisizioni finalizzate alla cattura del boss latitante, in un blitz avvenuto nel dicembre scorso.

 

Egidio Morici