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03/05/2018 06:00:00

Mafia, la storia di Silvio Badalamenti. Ucciso a Marsala il 2 giugno del 1983

In Sicilia ci sono dei cognomi pesanti che evocano immediatamente mafia, malaffare e morte. Uno di questi cognomi è Badalamenti. Don Tano Badalamenti capo della cosca di Cinisi e mandante dell’omicidio di Peppino Impastato, è stato a capo della commissione di Cosa nostra dal 1974 al 1978, prima dell’ascesa al potere dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Legata alla figura di questo personaggio così ingombrante c’è quella del nipote, Silvio Badalamenti, direttore dell’esattoria di Marsala, ucciso a 38 anni mentre stava andando al lavoro, in un agguato di mafia avvenuto il 2 giugno del 1983 in via Mazzini.

Silvio Badalamenti - Prima e dopo l'arresto in Spagna di Gaetano Badalamenti (nel 1984) la ritorsione dei «corleonesi» si scatenò contro 14 parenti diretti e molti suoi fedelissimi. Tra questi familiari c'era anche Silvio, figlio di un fratello del boss di Cinisi. A farlo uccidere fu Gioacchino Calabrò, boss di Castellammare del Golfo. Così ha stabilito, vent'anni dopo il delitto, la Corte d' assise di Trapani. Calabrò, condannato all'ergastolo, era stato inchiodato dalle rivelazioni del pentito marsalese Antonino Patti, condannato a 30 anni nell'ambito del processo alle cosche trapanesi denominato Omega.

Le ipotesi sull'omicidio - A trentacinque anni dalla morte di Silvio Badalamenti ci sono comunque molti dubbi su chi lo uccise realmente. A sollevare questi dubbi ci ha pensato Maria Badalamenti, la figlia, che ha scritto un libro autobiografico, un memoir dal titolo “Sono Nata Badalamenti”, nel quale racconta la sua vita e quella della sua famiglia, travolta da un destino crudele, e la verità sulla tragica fine del padre. Scrive che il padre non c’entrava nulla con gli affari mafiosi dello zio e che in molte occasioni lo stesso Tano Badalamenti manifestava la sua contrarietà per il comportamento del nipote. La figlia di Silvio Badalamenti nel suo libro dice chiaramente che a far uccidere suo padre sia stato lo stesso Gaetano Badalamenti. In una delle pagine più drammatiche, racconta di essere andata negli Stati Uniti prima della morte del boss - avvenuta nel penitenziario di Devens nel Massachusetts -, per insultarlo di persona per aver voluto la morte del genitore.

L'arresto e l'interrogatorio di Falcone - Undici mesi prima di essere ucciso Silvio Badalamenti era stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta su un traffico internazionale di stupefacenti seguita da Giovanni Falcone. Successivamente era stato scarcerato per mancanza di indizi. Falcone lo liberò subito dopo averlo sentito e gli disse di andarsene dalla Sicilia. Ma lui non volle farlo. E neanche sua figlia Maria ha voluto farlo.

Maria Badalamenti - Nata a Palermo nel 1973, Maria Badalamenti ha vissuto un’infanzia felice a Marsala, in una famiglia comune, ma con un cognome ingombrante che gli condizionerà tutta l’esistenza a cominciare da quella stessa giornata nella quale, ad appena nove anni, le fu strappato per sempre l’affetto e l’abbraccio del suo papà. Dopo quel giorno, Maria, con la madre e la sorella si trasferirono a Palermo, dove subirono il pregiudizio e il disprezzo per quel cognome che evoca criminalità. Queste le sue parole oggi: “Mio padre decise di rimanere in Sicilia nonostante in quegli anni si uccidesse chiunque portasse il cognome Badalamenti. E questa è una scelta che io voglio ribadire, perché è un ‘no’, seppure vissuto nell’intimità della famiglia, che lui disse alla mafia. Al ricatto dei Corleonesi che lo volevano fuggiasco nonostante fosse estraneo agli affari mafiosi. Ed è un 'no' che disse ai Badalamenti che gli chiedevano favori e lo volevano coinvolgere nei loro affari”. Secondo la figlia del nipote di Badalamenti i suoi eredi, Leonardo (latitante) e Vito (già condannato per associazione mafiosa), dopo la morte del padre continuano ad avere un forte potere criminale e sociale.

L'Associazione Peppino Impastato - Per dovere di cronaca,  bisogna ricordare anche l’altra faccia della medaglia della storia di Silvio Badalamenti che è il pensiero opposto dell’associazione Peppino Impastato. Alcuni anni addietro, ci fu una sentenza del Tar che mirava alla riabilitazione della sua figura annullando il rifiuto del Ministero dell’Interno di inserire lo stesso tra le vittime di mafia e terrorismo.Affermiamo che nessun cittadino che abbia un minimo di senso civico e di giustizia potrebbe mai concordare con questa decisione – fu il commento dell’associazione Peppino Impastato”.

Per l’associazione, Silvio Badalamenti aveva curato alcuni affari dello zio durante la sua latitanza. Fu chiamato anche in causa durante il processo Impastato in quanto, in base alle dichiarazioni del pentito Siino, era ampiamente informato sulle circostanze che avevano determinato l’omicidio di Peppino.

L’elenco delle vittime di mafia e terrorismo non può associare i nomi degli appartenenti alle famiglie mafiosecosì si concludeva l’intervento dei responsabili dell’associazone - e di figure collaterali agli ambienti della criminalità organizzata, più o meno coinvolti negli affari illegali ed eliminati durante le faide, a quelli di coloro hanno lottato con tutta la loro determinazione contro il fenomeno mafioso e ci hanno anche rimesso la vita: sarebbe l’ennesima pesante vergogna per lo Stato Italiano”.

Per la figlia Maria, il papà Silvio Badalamenti fu ucciso per il suo dire “no” alla mafia. Per chi è stato vicino a Peppino Impastato e ha voluto testimoniare e continuare la sua opera, invece, non fu così, era una persona contigua alla criminalità e a quello zio che ordinò la morte di Peppino.

Cliccando qui potete leggere una replica di Maria Badalamenti inviata alla nostra redazione