Mattarella contro Salvini e Di Maio: «No a diktat sui ministri»
Mattarella è molto irritato con Salvini e Di Maio per le loro pressioni sulla scelta dei ministri – su tutti Savona all’Economia – e ha reso nota questa sua irritazione attraverso la dichiarazione di un suo collaboratore all’Ansa.
«Il tema all’ordine del giorno non è quello di presunti veti», hanno fatto sapere dal Quirinale «ma, al contrario, quello dell'inammissibilità di diktat nei confronti del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica nell’esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce a tutti e due».
Il riferimento è all’articolo 92 della Costituzione che, tra le altre cose, recita: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri».
Ieri il premier incaricato Giuseppe Conte ha passato tutta la giornata nella Sala del governo della Camera incontrando i rappresentanti di tutti i partiti.
Come previsto, Meloni e Berlusconi hanno ribadito che non voteranno la fiducia al governo. Già oggi Conte potrebbe sciogliere la riserva e tornare da Mattarella.
Intanto lo spread continua a salire: dopo un picco che l'ha visto arrivare a 195 punti base, ha chiuso a 191. In rosso Piazza Affari (-0,7), come tutte le Borse europee.
Retroscena de La Stampa:
«Salvini sospetta che si sia già creato un asse tra Mattarella, Conte e Di Maio. Sente che i 5 Stelle non sono compatti su Savona ma teme che possa prevalere il pragmatismo del leader anche per evitare una grana al premier incaricato e un dispiacere per il Capo dello Stato. Una soluzione, ha proposto qualcuno dal M5S, potrebbe essere una dichiarazione pubblica dell’economista, magari attraverso un’intervista al Financial Times, che parli all’Europa, alle cancellerie e ai mercati, che rassicuri sulla stabilità dei conti e sulla moneta unica. Sembra che glielo abbiano suggerito e che Savona abbia dato prova del suo ruvido carattere. Di fatto, dichiarazioni del genere avrebbero sollevato il Colle, ma avrebbero anche contraddetto anni di tesi e pubblicazioni che hanno sempre messo nel mirino l’euro e il dominio economico tedesco».
Altro retroscena dal Messaggero:
«I Cinquestelle non rinunceranno alla regola del divieto del terzo mandato elettivo, come pure fino a qualche giorno fa pareva certo. La decisione sta avendo pesanti riflessi sulla trattativa per la composizione del governo. A questo punto Luigi Di Maio è certo che non sarà rieletto e dunque, tramontata l'ipotesi di Palazzo Chigi, insiste sull'accorpamento dei ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro. Per averli entrambi. La logica è questa. Un ministero come quello degli Esteri è prestigioso, e perfetto per chi nelle legislature successive aspiri a fare il premier. Ma a che cosa serve ricoprirlo ora, se poi - ecco la tagliola del doppio mandato che resta impossibile - non si sarà ricandidati? E a che serve avere un ministero che dà lustro ma non popolarità? Sedendo nella doppia poltrona dello Sviluppo e del Lavoro, Di Maio crede di poter diventare un difensore del popolo e una star nazionale. Visto che grazie a quell'accorpamento potrà occuparsi sia delle crisi aziendali, che sono tante e che danno visibilità (ma il sospetto che invece ci si possa bruciare tra centomila difficoltà e proteste Di Maio non ce l'ha?) , sia del reddito di cittadinanza che è il punto fondamentale della predicazione grillina. In realtà non è chiaro se si tratterà di un accorpamento vero e proprio con l'unificazione delle due strutture, oppure se Di Maio guiderà i due ministeri che resteranno separati. L'importante per lui è mettere a segno la doppietta».
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