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10/10/2018 06:00:00

L’omicidio del maresciallo Mirarchi, l’indagine continua

C’è il fumus della falsa testimonianza nelle dichiarazioni di alcune persone ascoltate nel corso del processo svoltosi davanti la Corte d’assise di Trapani e che lunedì pomeriggio si è concluso con la condanna all’ergastolo del 47enne marsalese Nicolò Girgenti per l’omicidio (in concorso con ignoti) del maresciallo dei carabinieri Silvio Mirarchi.

a Corte, infatti, ha ordinato la trasmissione degli atti del processo alla Procura di Trapani “in relazione alle dichiarazioni rese da Abate Vincenza Rosa, Sciuto Claudia, Angileri Antonino, Barbera Giacomo e Magro Simone”.

I giudici, quindi, hanno il sospetto che questi testimoni potrebbero non aver detto la verità. O comunque tutta la verità sui fatti dei quali sarebbero a conoscenza. E se la magistratura inquirente condividerà, a loro carico potrà essere avvivato un procedimento per falsa testimonianza.

Rosa Abate è la donna con cui Girgenti è andato a convivere dopo essersi separato dalla moglie e lo scorso novembre, in aula, sui alcuni fatti ha fornito versioni differenti da quelle del fratello Vincenzo Abate. Tanto che il presidente Grillo si è visto costretto a disporre un confronto tra i due testimoni, che però sono rimasti sostanzialmente rimasti sulle loro posizioni. Angileri e Barbera sono, invece, due fornai della zona di Ventrischi, la contrada dove fu ferito a morte il maresciallo Mirarchi. Nell’udienza del 27 novembre 2017, hanno raccontato che la sera del 31 maggio 2016, transitando sulla strada lungo la quale fu assassinato il sottufficiale, videro Girgenti che lungo quel tragitto che procedeva lentamente con la sua auto. “Pertanto – sottolineò, quindi, l’avvocato difensore Genny Pisciotta - non si dava di certo alla fuga”. I due fornai hanno, inoltre, affermato di essersi anche fermati a parlare qualche minuto con il bracciante, per poi procedere verso casa. C’è, poi, il capitolo dell’indagine volta a scoprire chi è l’altro uomo che la sera del 31 maggio 2016 ha premuto il grilletto. E probabilmente proprio nel tentativo di far luce in questo cono d’ombra, la Corte d’assise, contestualmente alla sentenza, ha ordinato anche la trasmissione degli atti del processo alla Procura di Marsala “per le valutazioni di sua competenza”. In giugno, infatti, in aula, il pentito palermitano Sergio Macaluso, ex boss mafioso del quartiere di Resuttana, dichiarò: “Francesco Lojacono mi disse che aveva messo degli uomini armati a lui vicini a guardia delle serre di marijuana che aveva impiantato tra Marsala e Trapani”. Lojacono è genero del partinicese Francesco D’Arrigo, al quale, circa tre mesi prima della sparatoria che costò la vita a Mirarchi, proprio Girgenti cedette le serre dove furono scoperte 6 mila piante di cannabis.