Massimo Pastore racconta "Antigone" e l'esigenza della "disobbedienza civile"
Ci sono due voci. Lei, Antigone, figlia di un re incestuoso e parricida, vuole seppellire il corpo di suo fratello morto da traditore della patria. Lui, Creonte, suo zio, nuovo re della città, vieta per legge che venga data sepoltura al traditore. Ma Antigone disubbidisce all’editto del re.
«CREONTE: Perché compi questo gesto, allora? Per gli altri, per chi ci crede? Per aizzarli contro di me? ANTIGONE: No. CREONTE: Né per gli altri, né per tuo fratello? Per chi altri allora? ANTIGONE: Per nessuno. Per me».
Nell’epoca breve di Matteo Salvini ministro dell’Interno, spesso ci siamo chiesti: e allora che facciamo? Cosa fare di fronte a un politico che trattiene come ostaggi su una nave, nel deserto delle acque del Mediterraneo, centinaia di persone scappate da guerra, fame, torture? Perché non disobbedirgli?
Dovevamo trovare un modo. E forse perché ci sembrava più diretto, più immediato, abbiamo subito cominciato a usare su facebook e su twitter l’hashtag #noninmionome. «Salvini chiude i porti... #noninmionome». Come se fosse già sufficiente così. Abbiamo trasformato il dissenso sociale in dissenso social. Rendendo evanescenti le idee e smaterializzando i corpi di chi sentiva davvero necessario dissentire dalle disumane presunzioni politiche di un tiranno dalla camicia ben stirata.
Ora arriviamo alle parole di Antigone, riprese dalla rivisitazione del classico scritta dal drammaturgo Jean Anouilh che il regista Massimo Pastore ha voluto mettere in scena ieri nel giardino del Parco archeologico di Lilibeo - Marsala, per la rassegna InMito al Parco.
La disobbedienza civile - sostiene Antigone nelle sembianze della giovane attrice Raysi Santana - è innanzitutto un’istanza individuale, fisica, un modo per tracciare il perimetro del proprio stare nel mondo. E l’aratro che incide quella traccia, che fa solchi profondi e ci libera dalle angherie dei sovranisti, è il sistema di valori che unisce l’umanità, è il sentire etico che risiede in ciascuno di noi e ci permette di riconoscerci uomini e donne desiderosi di appartenere a una comunità. Ecco come l’io che disubbidisce diventa il noi che ci accomuna. Secondo ciò che aveva detto un contemporaneo di Anouilh, il filosofo Albert Camus: «Mi ribello, dunque siamo».
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