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09/09/2019 07:57:00

Marsala, oggi riapre Otium: ospiti d'onore i fratelli Mancuso

di Marco Marino


Quando nel 2012, in via XI Maggio n.43, nacque “Otium” si doveva trovare un motto, dei versi che sintetizzassero lo spirito con cui quella nuova realtà voleva innestarsi nel torpore culturale della città di Marsala. La scelta ricadde sulla strofa finale di una celebre poesia di Gaio Valerio Catullo: “L’ozio, o Catullo, ti tormenta;/ nell’ozio ti esalti e in eccesso folleggi!/ L’ozio in passato perdette anche re/ e fiorenti città”.

 

Erano stati trascritti in corsivo nero su alcune tavole di legno verniciate di bianco. E messi all’ingresso, sulla destra, così che tutti potessero leggere le intenzioni di quello spazio: accendere una “guerriglia culturale” capace di restituire ai marsalesi momenti di riflessione alternativi alle sempiterne e irrinunciabili presentazioni con gli autori. Agli inizi della storia di “Otium” gli scrittori coinvolti erano quasi tutti estinti. Si parlava di Pasolini, Machado, Lorca, Sciascia e lo si faceva senza alcun piglio accademico; la vera e unica istanza era quell’intimo piacere che si avverte quando qualcuno racconta una storia che ancora non si conosce o legge una poesia mai ascoltata prima.

 

Questa è stata l’associazione “Otium” nella prima fase della sua vita. Oggi, però, si apre una nuova stagione per lei. Alle nove (di sera) del giorno nove - del mese nove - del 2019 (se la numerologia produce i suoi effetti, di sicuro stasera non mancheranno magarìe e sortilegi) assisteremo alla tanto attesa rinascita dell’associazione in un luogo diverso, Casa Damiani, il vecchio Circolo di Cultura. Che si trova sempre in via XI Maggio, ma al numero 158.

 

Ad inaugurare questo sperato cominciamento ci saranno due ospiti d’eccezione, Enzo e Lorenzo Mancuso, compositori di fama internazionale. Parleranno con Vincenzo Fugaldi del libro “Sfrimma” (Mesogea, 2019), che raccoglie i versi originari di molte loro canzoni.

 

Con Enzo Mancuso, autore dei versi di «Sfrimma», ci siamo intrattenuti a discutere sui motivi della sua poesia.

 

Vorrei iniziare questa nostra conversazione confessandole lo straniamento che ho provato mentre leggevo «Sfrimma». Conoscevo come canzoni molti dei testi presenti nel libro, ma vederli in versi è stata tutta un’altra cosa...

 

Il lavoro di scrittura si accompagna sempre alla musica. Con «Sfrimma», però, ho voluto separare i due momenti, perché avevo l’impressione… perché volevo correre il rischio di pensare che il verso e la parola avessero sufficientemente peso per potere rimanere impressi sulla pagina. E distaccarsi, per un momento, dalla musica. È stato un tentativo, una sfida con cui mi sono voluto cimentare.

 

Tanto è sentito il suo legame con la poesia che, una volta, per un libro di poesie s’è ritrovato addirittura a perdere un treno.

 

Ero davvero piccolo quand’è successo. E testimonia il fatto che questo amore per la poesia lo coltivo da sempre. Come scriveva WisĹ‚awa Szymborska, ho trovato nella poesia “la salvezza del corrimano”. Lei precisamente dice: “ma cos’è mai la poesia?... non lo so, e mi aggrappo a questo come all’àncora d’un corrimano”. E in molti casi della nostra esistenza - ne sono convinto - la poesia può avere quel ruolo e darci quell’aiuto.

 

Lei e suo fratello siete stati emigranti, costretti a lasciare la Sicilia per lavorare come operai metalmeccanici in Inghilterra. Quanto è presente il motivo del viaggio nella vostra produzione?

 

Il viaggio convive dentro di noi con il suo duplice aspetto. Da una parte, spirituale, è una condizione permanente che abita nella nostra interiorità. Dall’altra, materica, ha coinciso con esigenze di pura sopravvivenza. Ecco, questo doppio volto del viaggio è uno sguardo che continuiamo ad avere nella nostra vita. In questi anni, certo, la nostra esperienza è cambiata ma come tutti assistiamo al dramma dell’emigrazione di chi oggi cerca un futuro, una condizione di vita migliore. E il ricordo di quelle difficoltà che abbiamo vissuto da ragazzi si trasforma in un atto di sentita partecipazione, di grande solidarietà. Veniamo da una famiglia dove tutti i figli prima o poi hanno dovuto lasciare la propria terra, i propri affetti e confrontarsi con questa condizione di emigranti… il viaggio è un tema cruciale, cui ritorniamo sempre nella nostra scrittura e nella nostra musica.

 

Fortemente legato al tema del viaggio è quello dell’isola.

 

L’isola è ogni volta l’occasione per parlare alla parte più misteriosa di noi stessi. Nei versi della poesia “Timidi l’isuli su” ho cercato di dire questo: nel fondo del fondo dell’animo di tutti i siciliani si deposita una sorta di mistero e, al tempo stesso, una percezione del fatto che siamo staccati dalla terra e quindi abbiamo qualcosa che non possiamo condividere col resto dell’altra umanità. Che non è vissuta o non è nata su un’isola come noi. “Timidi l’isuli su” mi ha dato modo di parlare di questa condizione dell’isola, che è insieme interiore e geografica. E lo spunto - a proposito del viaggio di cui prima parlavamo - sono stati i tanti viaggi fatti con il ferry-boat. Quando staccavano le carrozze e il treno si infilava dentro il traghetto e... e per chi passava quel passaggio, quella lingua di mare significava la percezione fisica del lasciare l’isola.

 

“Sfrimma/ lu sìcchiaru di l’arma” ovvero “Apri/ la serratura dell’anima”. Con cosa? Forse con le parole dell’antico dialetto che usa, che in questi versi si fa lingua universale?

 

Sempre che questa lingua universale resti legata alla lingua della nostra intimità. Più noi riusciamo ad entrare nella nostra intimità più siamo in grado di toccare la sensibilità degli altri, di toccare la natura del mistero che condividiamo col genere umano. La poesia, sempre alla ricerca di quel linguaggio universale, trova le parole giuste per rompere l’incantesimo e permette di aprire la nostra intimità.

 

Per farlo bisogna tornare al passato, però.

 

Non tornare al passato, ma recuperare le parole che hanno un suono preciso. Un suono che possa smuovere ciò che è statico all’interno del nostro animo. La poesia è anche suono, è anche voce, non è solo significato. Anzi il senso deve necessariamente essere accompagnato dal suono: attraverso il suono possiamo recuperare e intendere significati che una stessa parola non pensavamo potesse avere.

 

Nell’anno dell’anniversario dell’allunaggio, si impone una domanda sulla luna, elemento sempre molto citato nelle sue poesie. Come vive la sua relazione lunare?

 

A volte io e mio fratello, per la nostra condizione di vita, per il lavoro che abbiamo scelto di fare, spesso ci siamo sentiti abitanti di un altro pianeta. Qualcuno ci ha definito “orfani cosmici”. Sarà per il modo di cantare, di stare in scena, di affrontare certi temi e metterci la voce. Sarà perché la nostra condizione di vita vuole allacciare un rapporto diretto con la parte più spirituale e meno terrestre e terrena della nostra sensibilità.