15/09/2019 09:49:00

Il 15 Settembre del 1993 la mafia uccideva a Palermo Don Pino Puglisi

 Era il 15 settembre del 1993, nel giorno del suo compleanno, quando Padre Giuseppe Puglisi, comunemente conosciuto come Don Pino, fu assassinato dalla mafia
Sono trascorsi ventisei anni dalla morte di Giuseppe Puglisi, il Parroco che sfidò Cosa Nostra e salvò tanti ragazzi dalla spirale della criminalità organizzata.

Chi era Giuseppe Puglisi?
Nacque in un quartiere periferico di Palermo, Brancaccio, il 15 settembre del 1937.


I suoi genitori erano degli umili artigiani. Suo padre, Carmelo Pugliese era un ciabattino. Sua madre, Giuseppa Fana era una sarta.

Nel 1953, all’età di sedici anni, Giuseppe Puglisi entrò in seminario, dove sette anni dopo e precisamente, il 2 luglio 1960 fu ordinato sacerdote.

L’anno seguente fu nominato vicario cooperatore nella chiesa del Santissimo Salvatore, ubicata nel quartiere di Settecannoli, che non era distante dal suo quartiere di origine.

Nel 1963, divenne cappellano all’orfanotrofio Roosvelt all’Addaura, borgo marinaro, situato a sud-est della celebre e conosciuta spiaggia di Mondello.

Successivamente divenne vicedirettore del seminario arcivescovile minorile e prese parte ad una missione a Montevago, piccolo comune dell’agrigentino, colpito da terremoto.

In quegli anni, scoprì la vocazione per l’educazione dei ragazzi e divenne insegnante in varie scuole.

Il suo impegno per la lotta per la legalità
Nel 1990, venne nominato Parroco a San Gaetano, nella sua Brancaccio.

Il quartiere era gestito dalla famiglia dei Gaviano, legata al boss Leouluca Bagarella.

Nella parrocchia di San Gaetano, iniziò la sua lotta antimafia, che aveva uno scopo preciso, quello di evitare che i giovani del quartiere vedessero i boss come modelli di vita.

Il suo fu un impegno costante, profondo ed incessante.

Insegnò ai ragazzi l’amore ed il rispetto per loro stessi e gli altri, senza la necessità di essere dei criminali.

Don Pino Puglisi fu assassinato perché riuscì a togliere i ragazzi dalla strada, sottraendoli alla manovalanza mafiosa.

I boss locali, videro in Don Pino, una minaccia da cancellare.

Alle 22.45 di quel maledetto 15 settembre 1993, la mafia decise di eliminarlo fisicamente. Fu brutalmente assassinato davanti al portone della propria abitazione.

Dopo varie indagini, si accertò che l’autore materiale dell’assassinio fu Salvatore Grigoli, autore di più di quaranta omicidi.

Nell’efferato ed ignobile atto, venne coadiuvato da quattro persone: Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Cosimo Lo Nigro e Nino Mangano.

I mandanti, i fratelli Giuseppe e Filippo Gaviano furono condannati all’ergastolo.

I funerali di Don Pino si tennero il 17 settembre e il suo corpo riposa presso il cimitero palermitano di Sant’Orsola.

Il processo di beatificazione e il suo insegnamento
Il 15 settembre 1999, l’allora arcivescovo di Palermo, il cardinale Salvatore De Giorgi, diede il via alla causa di beatificazione, proclamandolo Servo di Dio.

Il 28 giugno 2012, l’attuale Papa Emerito, Benedetto XVI, permise la promulgazione del decreto di beatificazione, che avvenne il 25 maggio del 2013.

“Educando i ragazzi secondo il Vangelo li sottraeva alla malavita”. Questa frase, pronunciata da Papa Francesco, racchiude la vita e la missione di Don Pino Puglisi.

Egli volle iniziare la sua opera dai giovani, perché vedeva in loro il futuro di una società ed un futuro migliore ed erano pronti al cambiamento.

Lui che viveva la sua vocazione, anche quando insegnava, non smetteva mai di dire ai giovani di leggere e studiare, per non essere soggiogati dal male e dalla prepotenza della mafia.

L’assassinio di don Pino Puglisi, come detto da Don Luigi Ciotti, fondatore dell’Associazione Libera, ci ricorda che sconfiggeremo le mafie solo quando saremo capaci di fare pulizia attorno e dentro di noi.

Quando supereremo gli egoismi, i favoritismi, i privilegi e l’inevitabile corruzione che questo modo d’intendere la vita porta con sé e solo quando avremo il coraggio di riconoscere anche le nostre responsabilità.

Responsabilità non solo dirette ma indirette, riferibili a quel peccato di omissione che consiste nell’interpretare in modo restrittivo e puramente formale il nostro ruolo di cittadini.