Continuiamo il nostro approfondimento in quella che è l’indagine Scrigno dello scorso marzo. Tra le figure citate nell’indagine anche se non figura tra le 29 persone indagate dopo l'avviso di conclusione delle indagini, firmato dai pm della Procura antimafia di Palermo, c’è Giuseppe Costa di Custonaci.
Oltre che per i rapporti con i fratelli, Pietro e Francesco Virga, è di grande spessore criminale la figura di Costa che ha scontato una lunga pena detentiva dal gennaio 1997 al febbraio 2017 per aver preso parte, in concorso con altri uomini di cosa nostra, al sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo di anni 13, figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo. Sequestro con il quale si voleva far ritrattare il pentito delle dichiarazioni già rese e l'interruzione degli interrogatori che lo stesso stava rendendo alle Procure di Palermo e Caltanissetta sulla strage di Capaci e su altri reati riconducibili agli appartenenti a cosa nostra.
Sono le indagini svolte all’epoca e supportate dalle dichiarazioni di diversi collaboratori, che hanno confermato che Costa, come lo zio della moglie, Vito Mazzara, uomo d'onore e killer della famiglia mafiosa di Valderice, aveva avuto un ruolo di non secondaria importanza nel prolungamento del sequestro del piccolo Di Matteo, trattato in modo disumano e destinato alla morte.
Costa, infatti, aveva messo a disposizione la sua casa della di Purgatorio, frazione del Comune di Custonaci, a disposizione della cosca mafiosa trapanese, che ne aveva fatto richiesta a Mazzara, ben sapendo che in tale luogo doveva essere tenuto un bambino e che i carcerieri erano personaggi di spicco della mafia.
Fu Vito Mazzara, per la sua posizione sovraordinata rispetto a Costa, a curare gli iniziali rapporti con il proprio capo provincia, Matteo Messina Denaro, e con gli organizzatori del sequestro, prendendo contatti con i mafiosi Giuseppe Monticciolo e Antonino Mangano, l'uno emissario di Giovanni Brusca, l'altro di Leoluca Bagarella, cognato del "capo dei capi " Salvatore Riina.
Il ruolo di Costa nella tragica vicenda Di Matteo - Ha fornito, prima, la massima assistenza ai muratori nella fase di realizzazione della cella dove è stato rinchiuso il bambino e poi ai carcerieri dopo, a favore dei quali si è adoperato per rendere loro il soggiorno confortevole, foraggiandoli di tutto punto e non facendo loro mancare la sua assidua presenza.
La storia del piccolo Giuseppe Di Matteo - La vittima Giuseppe Di Matteo con uno dei suoi carnefici, Giovanni Brusca, ha giocato a lungo nella sua casa di Altofonte, come fosse un fratello maggiore. Ma nel 1993, per 779 giorni, lo terrà prigioniero fino a quando, insieme a dei complici, gli strappera’ la vita così prematuramente. Tutto iniziò in un maneggio, dove Giuseppe andava a cavallo, sognando di diventare un fantino. È lì che il 23 novembre 1993 si è presentato un gruppo di poliziotti della DIA (Direzione investigativa antimafia). «Ti portiamo da tuo padre» gli dicono. «Me patri, sangu mio!» risponde il bimbo entusiasta. Ma quelli, scopre presto, non sono della DIA. Tantomeno si tratta di poliziotti. Sono invece mafiosi travestiti da agenti, e lo stanno portando via per sempre. Vogliono usarlo come arma di ricatto. Il padre di Giuseppe, infatti, si chiama Santino, detto Mezzanasca. Ed è uno dei primi pentiti dell’ala corleonese. Sta raccontando ai magistrati cosa è successo a Capaci, quando il 23 maggio 1992, il giudice Giovanni Falcone e la sua scorta sono saltati per aria. E Brusca è l’uomo che li ha fatti esplodere. Tenendone in pugno il figlio, i boss pensano così di farlo ritrattare.
«L’abbiamo legato come un animale – dirà in aula molti anni più tardi il pentito Gaspare Spatuzza - e l’abbiamo lasciato nel cassone di un furgoncino. Lui piangeva, siamo tornati indietro perchè ci è uscita fuori quel poco di umanità che ancora avevamo».
La famiglia Di Matteo, all’oscuro di tutto, lo cerca per ospedali e in giro, fino a quando, il primo dicembre, giunge a casa un bigliettino con scritto «Tappaci la bocca». Insieme ci sono due foto di Giuseppe che tiene in mano un quotidiano di due giorni prima: è chiaro ora che è stato sequestrato. E che il motivo sta nella collaborazione con la giustizia del padre. Il pentito sa che quelle persone fanno strage di innocenti in ogni dove. Non c’è pietà, non c’è nulla. Ma, per quanto angosciato, Santino prosegue la sua collaborazione. Prova anche a cercarlo, invano. La prigionia va avanti a lungo. Per tanto, tantissimo tempo, finchè arriva la condanna per Brusca. L’ira sale. Giuseppe viene strangolato con una corda. E sciolto nell’acido. Sono in tre: Vincenzo Chiodo, che gli stringe una corda intorno al collo; Enzo Salvatore Brusca, fratello minore del boss, che lo tiene per le braccia; Giuseppe Monticciolo, che lo ferma per le gambe e mentre muore gli dice: «Mi dispiace, ma tuo papà ha fatto il cornuto». Per il delitto più infame di Cosa Nostra sono stati comminati plurimi ergastoli. Ma non per loro. Diventati tutti collaboratori di giustizia
Ma torniamo al ruolo operativo di Giuseppe Costa per le regionali del 2017 - Il primo episodio d'interesse, riguardo alla raccolta voti, è della fine di ottobre del 2017, quando Costa va presso il negozio "Lo scrigno 2”, dove incontra i fratelli Pietro e Francesco Virga, oltre a Leonardo Russo.

Gli inquirenti notano la consegna a Costa di un pacco bianco che, dopo averlo ricevuto, si allontana definitivamente.
Il 3 novembre 2017, Costa partecipa ad un incontro riservato direttamente con Antonino D’Aguanno. Quella mattina D'Aguanno, il marito dell’ex assessore trapanese Ivana Inferrera, accompagnato dal fidato Antonio Anguzza, si era recato a Castellammare del Golfo per incontrare alcuni potenziali elettori della propria consorte, tra i quali Stefano La Rocca. Sui partecipanti all'incontro, a parte Mario Mazzara, Stefano La Rocca e Antonino D’Aguanno, gli inquirenti hanno certezza della presenza di Costa.
Il giorno dopo, il 4 novembre, Giuseppe Costa, ha la necessità d'incontrare Pietro Virga, per informarlo dell'incontro avuto con D'Aguanno e avvalendosi del fidato e inseparabile braccio destro Paolo Magro e così organizza un appuntamento con Virga. Magro, durante gli anni della detenzione di Costa, si è quasi sempre occupato della madre del detenuto, accompagnandola a periodici colloqui in carcere o rendendosi disponibile anche per l'espletamento delle normali incombenze quotidiane.
Sull'attualità dei rapporti con Giuseppe Costa, gli inquirenti registrano l'addio al celibato dello stesso, festeggiato in un immobile in contrada Purgatorio a Custonaci, il 18 settembre 2017, immobile trovato per l'occasione proprio da Paolo Magro.
All'evento hanno partecipato anche, i fratelli Pietro e Francesco Virga e Francesco Peralta.
Durante il convivio, sempre grazie all'intercettazione sullo smartphone di Francesco Virga, veniva captato uno stralcio di dialogo tra quest'ultimo e Paolo Magro, nel corso del quale i due rievocavano compiaciuti uno pseudonimo "Gerardo", noto ad entrambi e utilizzato dal primo quando era detenuto per comunicazioni riservate.
Magro Paolo: "Ciccio, un giorno volevo conoscere a Franco, no, allora sono andato direttamente da lui, no, entro saluto e gli ho detto: "Sei Gerardo? ", lui mi guardava e mi dice: "No No Franco ", "No sei Gerardo, dice: "No hai sbagliato".
Virga Francesco: "Gli ho detto: "Secondo me ha sbagliato lei, cercava a qualcun altro gli ho detto: "Secondo me ha sbagliato, a chi cerca qua".
Magro Paolo: "A Gerardo " gli ho detto io".
Virga Francesco: "E poi c'è stato ...inc... è entrato che cercava a Gerardo, gli ho detto: "Qua non abbiamo a Gerardo".
Alla fine della serata, durante il tragitto del ritorno a Trapani, Francesco Virga e Peralta, nel commentare la serata appena trascorsa, prima si soffermavano sulla fedeltà e sull'incondizionata disponibilità che Paolo Magro aveva sempre espresso a favore di Giuseppe Costa, occupandosi durante la sua detenzione dell'anziana madre, accompagnandola ai colloqui in carcere e pagando, a volte, anche il costo dei biglietti per il viaggio. "Questo Peppe, in 20 anni non l'ha lasciato mai... a sua madre presa e pure i biglietti lui".
Continuando, poi, Francesco Virga chiariva il significato e l'utilizzo dello pseudonimo "Gerardo", spiegando al suo interlocutore che veniva utilizzato da Costa e da Magro, nei loro scambi epistolari quando si riferivano a lui "Si scrivevano tutti e due e quando parlava di me gli metteva Gerardo".
In un'altra registrazione Paolo Magro richiama Pietro Virga, lo invita a seguirlo, al fine di incontrare Giuseppe Costa lontano da occhi indiscreti. L'incontro è avvenuto il 4 novembre 2017 quando veniva notato transitare il furgone Citroen Berlingo, di colore bianco, intestato e in uso Paolo Magro, con lo stesso alla guida e un soggetto seduto sul lato passeggero.
Magro eseguiva una chiamata telefonica ad un conoscente senza ottenere alcuna risposta. In sottofondo, prima che terminasse la chiamata, si percepivano chiaramente le voci di Magro e Costa Giuseppe che parlavano tra loro della raccolta di olive che avrebbero eseguito in giomata.
Sempre il 4 novembre 2017 era Stefano La Rocca, - soggetto che aveva organizzato il primo incontro tra D’Aguanno, Giuseppe Costa e Mazzara Mario - che chiamava direttamente Antonino D'Aguanno, al quale ricordava di chiamare in giornata Mario Mazzara, poiché stava positivamente "lavorando " per perorare la campagna elettorale a favore di sua moglie Ivana Inferrera.
E sempre nella stessa giornata Pietro Virga chiama Paolo Magro e, simulando di volerlo aiutare nella raccolta delle olive, preannunciava allo stesso il suo arrivo. Sulla contestuale presenza di Costa, si aveva contezza da uno scambio di battute tra Magro e Virga, con il primo che, indicando Costa come "la metà mia" gli riportava una richiesta espressa da quest'ultimo "la metà mia dice di portare il caffè e di non scassare la minchia". Virga replicava dicendo a Magro di riferire che il caffè doveva pagarlo Costa perché lui si stava recando nel suo territorio, ossia Custonaci "gli dici che il caffè lo paga lui perché sono a casa sua!".
Sulla fiducia che Antonino D'Aguanno nutriva nei confronti dei referenti di Custonaci, tra i quali appunto Costa e Mazzara si aveva conferma nella mattinata del giorno delle elezioni, quando, confrontandosi con la moglie Ivana Inferrera sul possibile esito elettorale, le confida a che a Custonaci, con Mazzara, era certo di raggiungere i risultati concordati perché in quel Comune, Mazzara era temuto "con Nino Mazzara cugino di Mario, ma li ha poco di tagliare perché gli tagliano i coglioni parla"
Il giorno dopo le elezioni, il 6 novembre 2017, Giuseppe Costa ansioso di conoscere l'esito dello spoglio elettorale, contatta una sua conoscente, Maria Sansica, alla quale prima chiedeva se avesse seguito le sue indicazioni in merito al voto e, successivamente, spiegazioni su quale sito consultare per verificare il numero delle preferenze raggiunto dai candidati.
Costa Giuseppe: Ieri sei andata a votare?
Sansica Maria: Si vita mia, ho fatto come mi hai detto tu, stai tranquillo.