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Mafia a Marsala, la storia di Mariano Licari: "L'uomo della pace"/1

 A partire da oggi e per tre puntate su Tp24 vi parleremo della mafia degli inizi del secolo scorso a Marsala, e in particolare di Mariano Licari, boss a capo di un gruppo criminale dedito alla produzione di alcool, ma anche all’intermediazione immobiliare, all’allevamento e furto di bestiame e tanto altro. La storia di Mariano Licari, fu, tra l'altro, tra gli argomenti al centro della relazione della Commissione Parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia nella seduta del 16 giugno 1971.

Figlio di Giovanni Vito Licari e Gaetana Marino, il boss definito “l’uomo della pace”, perché veniva chiamato da tutti per risolvere contese e discussioni, e mettere la pace tra due fazioni opposte. Nacque a Marsala il 14 giugno 1893. Riguardo al lavoro che svolgeva, sono diversi i mestieri che di volta a volta gli vengono attribuiti: pastore, proprietario, agricoltore, ma in un documento del regio ufficio di pubblica sicurezza di Marsala, viene definito “trafficante”.

Gli inizi della sua carriera criminale - La lunga carriera mafiosa di Mariano Licari inizia nel 1913. Il 23 aprile di quell'anno, fu arrestato per abigeato di 60 pecore e 15 agnelli e per mancato omicidio. Arruolato in un reggimento di fanteria a Ravenna, con il grado di caporal maggiore, nel 1917 è dichiarato disertore in tempo di guerra. Il 2 settembre 1918 il tribunale di guerra di Bologna lo assolve per non provata reità. Nel 1921 Licari sposa Caterina Di Vita, appartenente ad una famiglia di malviventi, così come malviventi non mancavano nella famiglia dello sposo (gli zii, denominati “Mangiafave”, ed un fratello che, all'epoca, si trovava in carcere. Nel 1923 viene indicato dalla voce pubblica come esecutore materiale dell'omicidio di Angelo Di Stefano, campiere del fondo Pellegrino. Già allora, la mafia utilizzava il metodo della “Lupara bianca”, cancellando le tracce delle proprie vittime. Di Stefano, infatti, non si ebbe più notizia, e non fu mai più trovato iò suo corpo.

I primi processi tra proscioglimenti e condanne - Il 26 febbraio 1927 la corte di appello di Palermo - sezione di accusa - lo proscioglie per insufficienza di prove dalle imputazioni di quadruplice omicidio e di associazione per delinquere. Il 23 settembre dello stesso anno è però incriminato e ristretto in carcere per due rapine e quadruplice omicidio, consumati nel 1924; ma nel 1929 è assolto per insufficienza di prove. Il 5 febbraio 1929, inoltre, la corte di assise di Trapani esprime verdetto negativo per il reato di associazione per delinquere ed altro.

Ecco come lo descrive la stazione dei carabinieri di Marsala, che il 13 agosto 1929 scrive all’ufficio di pubblica sicurezza in merito all’assoluzione di Licari: « Dai precedenti e dalla condotta tenuta, si rileva la sua innata ed incessante tendenza a delinquere. Di natura aggressiva e violenta, delinquente capace di commettere qualsiasi delitto, dalla popolazione viene additato per un soggetto molto pericoloso ed affiliato alla mafia. Delinquendo si è creata un'ottima posizione economica, mentre è notorio a tutti che le sue condizioni in precedenza erano piuttosto misere. È in ottima relazione di amicizia con soggetti di dubbia moralità e principalmente col pericoloso capomafia Figuccia Francesco, recentemente assegnato al confino. «Poiché il Licari, come sopra si è detto, è un continuo pericolo per la pubblica sicurezza e per la tranquillità dei pacifici cittadini, si rende necessario che egli sia assegnato al confino di polizia e ciò perché è sicuro convincimento di questo comando che non appena il Licari sarà rimesso in libertà, continuerà nel suo proposito delittuoso».

Questo è invece il giudizio che dà di Mariano Licari il commissariato di pubblica sicurezza di Marsala che, nell'agosto del 1929, dopo aver specificato che il Licari «... dovrebbe quindi ora essere restituito in libertà ed essergli permesso di continuare ad offrire spettacolo punto edificante e di continuare a dirigere, per quanto più cautamente, le fila criminose » aggiunge tra l'altro: « ... il Licari non si appalesò mai delinquente passionale, ma sì ideatore freddo e sempre agì associato con altri delinquenti d'istinto, cui fu lecito per parecchio consumare delitti impunemente o quasi... Fu ed è campiere del feudo Capofeto; anzi a dire il vero, ne è quasi il factotum... Possiede ora terreni di molto valore e anche un vistoso capitale... Che il Licari era capeggiatore di mafia si apprende dalla voce pubblica, dai processi svoltisi anche a carico di altri delinquenti e dal fatto che dopo stabilitosi a Marsala gli vennero uccisi a schioppettate alcuni capi bovini per vendetta. Ma egli, che sa tacere, tacque e gli autori di sì grave reato rimasero ignoti. Tale essendo l'individuo, che risulta fosse pure anco amico del famoso capobanda Anselmi Alberto, testé assassinato a Chicago », il funzionario lo segnala al rappresentante della magistratura in seno alla commissione provinciale per i provvedimenti di pubblica sicurezza « perché voglia degnarsi di proporlo per lo speciale confino di polizia cui al regio decreto 15 luglio 1926, n. 1254, nella durata massima ».

La moglie di Licari offre alla stessa commissione provinciale un'altra interpretazione dei fatti: «vero è che nel certificato penale è segnato pure un proscioglimento della sezione di accusa per il reato di associazione e quadruplice omicidio, ma dallo stesso processo risulta nel modo più luminoso che l'imputazione fu conseguenza di un errore materiale. Infatti il Licari, pur essendo denunciato per reati così gravi, non fu affatto arrestato, non essendo stato spedito contro di lui mandato di cattura. « Ciò è la prova più chiara dell'assoluto difetto di ogni indizio a carico. Ma vi è di più. In quello stesso processo, e precisamente a foglio 108, vi ha una nota del maresciallo dei reali carabinieri Schilirò che escludeva che il Licari avesse rapporti con la mafia! « ... Se il Licari non ebbe fino al 1926 rapporti con la mafia, come è possibile che li abbia avuti successivamente, quando la mafia più non esisteva sotto il regime fascista ?! ».

Soggiorno obbligato a Lampedusa - In risposta a tale quesito, la commissione provinciale, con ordinanza del 26 agosto 1929 lo invia al soggiorno obbligato per la durata di anni quattro nel comune di Lampedusa.

Nell'ottobre 1931, Mariano Licari, ricordando al ministro dell'interno « che è stato combattente e ferito di guerra » avendo espiato ventisette mesi, prega caldamente che gli venga accordato il beneficio della condizionale per il rimanente della pena. La prefettura di Agrigento « in considerazione della buona condotta tenuta dal confinato e delle prove di ravvedimento dallo stesso fornite, esprime parere favorevole al proscioglimento ». Ma il commissariato di pubblica sicurezza di Marsala esprime parere contrario poiché «pur tenuto conto della buona condotta tenuta nella colonia di Lampedusa, i suoi precedenti sono tali da far presumere che egli non possa essersi effettivamente ravveduto » e « il provvedimento farebbe anzi cattiva impressione nel pubblico, essendo il Licari notoriamente un mafioso e delinquente, temuto per scaltrezza e audacia ». Il capitano dei carabinieri, Corigliano, afferma invece che « i coniugi Licari sono nullatenenti e vivono nella miseria » ed esprime parere favorevole a che il rimanente confino sia commutato in ammonizione « considerato che egli ha dato prove di ravvedimento e tenuto conto che un eventuale benevolo trattamento in di lui favore produce buona impressione nel pubblico ».

Il Ministero dell'interno respinge la istanza. È abbastanza singolare che il Licari non abbia rivolto altre petizioni o cercato, attraverso licenze, di ritornare a Marsala. Sul rimanente periodo del soggiorno non si hanno notizie, eccettuata la comunicazione del questore reggente di Agrigento in data 5 agosto 1933: « ... il confinato in oggetto, in data andante, ha terminato di espiare il periodo di anni quattro di confino inflittogli da questa commissione provinciale. Egli, che fu assegnato a Lampedusa, esercita da tempo l'industria della esportazione del pesce fresco, sì da consentirgli lavoro duraturo: e perciò, su analoga istanza dell'interessato, quel direttore di colonia ha autorizzato il Licari a rimanere là ». Poi, negli archivi della questura e dei carabinieri cadono venticinque anni di silenzio sull'attività svolta dall'ex confinato.

La banda di Mariano Licari - Nel novembre 1957, ultima di una lunga serie, una lettera anonima diretta alla prefettura di Trapani, sollecita l'interessamento degli uffici di pubblica sicurezza nei confronti di Pietro Bua, i fratelli Vincenzo, Domenico e Nicolò Curatolo, indicati quali autori di numerosi abigeati commessi nel marsalese, e componenti di una banda capeggiata dal Licari. Il commissario Camilleri conferma che detti individui sono pregiudicati e che la loro capacità delinquenziale è ben nota. Tuttavia « le indagini esperite in questo centro, in collaborazione con il locale comando compagnia, benché condotte con impegno e diligenza, non hanno portato sinora ad alcunché di positivo ». Il questore di Trapani « sulla scorta dei precedenti penali » ritiene opportuno che il Licari venga diffidato e chiede al funzionario competente di « esaminare la figura giuridico-morale del predetto, trasmettendo dettagliato rapporto informativo con relativa proposta per il provvedimento della diffida, qualora concordi sulla sua pericolosità sociale ».

Gli elementi acquisiti sul conto del Licari sono illustrati nel rapporto informativo del commissariato di pubblica sicurezza di Marsala del 27 dicembre 1956. Ecco alcuni passaggi più significativi: « Il nominato in oggetto è uno degli elementi più in vista della delinquenza marsalese e fa parte integrante della cosiddetta "mafia locale".  “Il Licari a parte il passato burrascoso, rappresenta oggi in città il compositore di tutti i privati dissidi, l'uomo astuto che sotto gli occhi delle autorità, col ricavato di azioni delittuose, ha saputo dal nulla crearsi una posizione invidiabile. Apparentemente non esercita attività di sorta, ma il suo nome è legato ad affari più o meno illeciti che si svolgono in una cerchia ristretta di persone, pregiudicati come lui, mafiosi, dediti alle speculazioni più infami ed ai ricatti più obbrobriosi”.

Il sequestro di un industriale - Negli anni che seguirono la seconda guerra mondiale, all'insorgere di numerose bande armate, il nome di Licari fu legato ai sequestri di vari possidenti ed industriali del luogo; si dice fu proprio la macchina di sua proprietà che ebbe a trasportare, dopo il sequestro, il ragioniere Antonino Rallo, industriale del luogo. Le indagini, allora, furono dirette dal gruppo carabinieri di Trapani ed il Licari, pare, non fu neanche denunciato in quanto ebbe la possibilità di provare che la macchina fu da lui prestata ad un amico che gliene aveva fatta richiesta giorni prima.

La produzione di alcool clandestino - « La "cricca", di cui faceva parte allora il Licari, controllava tutta la produzione dell'alcool clandestino e quei disgraziati che, col rischio della galera, ne affrontavano la fabbricazione, dovevano loro una percentuale sugli utili, in cambio della " protezione ". « La riscossione di tali "diritti" non avveniva sempre con la tranquillità sperata. I più si assoggettavano all'imposta, ma i più coraggiosi cercavano di togliersi di dosso quell'ingiusto peso. Il tentativo non aveva altro risultato che far sollevare le ire dei protettori i quali, nei casi più lievi, si accontentavano di dare una "giusta lezione" al fedifrago, buttandogli per terra il frutto delle lunghe nottate insonni o bastonandolo a morte. Se la lezione non aveva il frutto sperato, allora si decretava la pena capitale per colui che aveva osato ribellarsi al "massimo consesso”.

Le proprietà e i tanti affari di Mariano Licari ricordati nel rapporto del commissariato di Marsala: « Egli è proprietario della casa di abitazione composta di 17 vani, ben arredata, intestata alla moglie. « È depositario, in esclusiva, della " Birra Messina ", dell'acqua minerale San Pellegrino e del Carbon Fossile della ditta Serraino Vulpitta di Trapani. Recentemente ha ottenuto il deposito della nafta, che preleva, a mezzo autocisterna di sua proprietà, a Palermo. « A proposito di quest'ultima attività, corre insistente voce che egli acquisti il carburante a Palermo a bassissimo prezzo facendoselo rivendere dai proprietari di motopesca che ricevono la nafta in assegnazione. « Egli la rivende a Marsala, praticando prezzi che rimangono molto al di sotto della concorrenza. Tale circostanza ha suscitato varie lamentele tra i distributori locali di detto carburante. « Egli commercia anche in bovini che macella per conto proprio, rivendendo la carne immediatamente ai macellai del luogo. « ... Il Licari è ritenuto elemento pericolosissimo per la società. Egli, oltre ad essere stato parte operante negli omicidi per vendetta verificatisi nell'immediato dopoguerra nella nostra provincia, è elemento che sa trarre profitto da tutte le più sordide speculazioni ». L'autore del rapporto così conclude: « La pacifica popolazione di questo centro pensa con terrore alle sue malefatte e non si spiega come per un delinquente di tale risma, non sia stato adottato adeguato provvedimento di polizia, che qui sarebbe accolto con vivo sollievo ». continua...