12/12/2019 06:00:00

Marsala: la storia di Mariano Licari, le dinamiche e l'evoluzione da vecchia a nuova mafia

 Continuiamo su TP24 la storia di uno dei più potenti boss della mafia marsalese, Mariano Licari, (qui potete leggere la prima parte). Oggi, tra le altre cose, approfondiremo le dinamiche in cui si muoveva nel territorio, gli interessi comuni agli altri affiliati e alle varie cosche della città e i contrasti e la lotta per il predominio che sfociavano, e si risolvevano, con fatti di sangue. Inoltre, vedremo come è cambiata la mafia con l'ascesa al potere di Licari, passando dal latidonfo alle nuove attività commerciali, ai sequestri e ai furti.

Mariano Licari e le diverse interpretazioni sulla sua pericolosità – A gennaio del 1958, Mariano Licari è diffidato dalle autorità di pubblica sicurezza considerato che si associa a pericolosi pregiudicati del luogo e che, per il suo tenore di vita, è da ritenere che viva abitualmente col provento di delitti. Dopo alcuni mesi, il questore di Trapani scrive al comando del gruppo carabinieri ed al commissariato di di Marsala: « Tenuto conto del tempo trascorso ed in considerazione che in questi ultimi tempi è Mariano Licari è stato fortemente indiziato quale autore di abigeati, si prega di far riesaminare la di lui posizione giuridico-morale, perché venga avanzata, se si reputerà necessario, nuova proposta per l'irrogazione di una più grave misura di prevenzione ». Lo stesso funzionario di pubblica sicurezza che aveva senza mezzi termini bollato il Licari come « elemento pericolosissimo per la società», risponde il 13 novembre 1958: « ... dalla data in cui gli è stata inflitta la diffida, ha mantenuto buona condotta in genere, senza dar luogo a lamentele di sorta ». Anche il comandante del gruppo carabinieri di Trapani non ravvisa l'opportunità di un più rigoroso provvedimento, in quanto « ... si ha motivo di ritenere che egli abbia intrapreso la via del ravvedimento ». Qualche perplessità suscita anche il fatto che nella scheda informativa, redatta ben sei mesi dopo il suo arresto, i carabinieri della stazione di Marsala Porto, abbiano risposto alla domanda quale considerazione godesse nell'ambiente locale. Quale seguito avesse e perché): « Prima del suo arresto per gli ultimi reati, in questo pubblico, l'interessato godeva stima e reputazione. Non ha séguito; tuttavia, per ragioni di parentela, mantiene stretti rapporti con Pietro Bua, Nicolò e Domenico Curatolo, Domenico Di Vita ».

Scarso interesse di Licari verso la politica – Sugli elementi in possesso dell'Arma perché il soggetto possa essere considerato « mafioso ») venne data la seguente risposta: « Questo comando non è in possesso di elementi utili perché il soggetto possa essere indicato come mafioso ». Riguardo al fatto se Licari avesse svolto o svolgeva attività politica e per quale partito, si rispose così: «In questo centro, apparentemente, si dimostra disinteressato alla vita dei partiti politici. E però orientato per il partito della Democrazia cristiana».

L’arresto di Mariano Licari e della sua banda per l'omicidio di Giuseppe Valenti - Intanto, il 13 febbraio 1963, il sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Trapani aveva ordinato la cattura di Mariano Licari (già fermato alla fine di gennaio), di Pietro Bua, dei fratelli Nicolò, Vincenzo e Domenico Curatolo, di Vito Di Maria, di Antonino Bianco, di Domenico Di Vita e di Giuseppe Bianco, imputati di associazione per delinquere, porto abusivo di armi e munizioni, di numerosi omicidi commessi nel periodo 1948-1963, di truffa e falsificazione di documenti. L'arresto di Mariano Licari e soci rappresentava « la conclusione di una clamorosa indagine di polizia giudiziaria »: era infatti accaduto che il 20 gennaio 1963 Giuseppe Valenti era stato aggredito da uno sconosciuto, che aveva esploso contro di lui alcuni colpi di arma da fuoco, ferendolo gravemente. Ricoverato in ospedale, il Valenti restò in vita per sei giorni, durante i quali chiese numerosi colloqui agli organi di polizia e all'autorità giudiziaria, rivelando l'esistenza di una associazione a delinquere di tipo mafioso che faceva capo a Mariano Licari, a Pietro Bua, ai fratelli Vincenzo, Domenico e Nicolò Curatolo e a Domenico Di Vita.

La cosca Licari e le rivelazioni del Valenti – Il gruppo criminale guidato da Licari come rivelava il Valenti aveva commesso numerosi delitti nell'arco di una ventina d'anni nel territorio di Marsala e dintorni ed era responsabile, fra l'altro, della scomparsa del figlio del Valenti, Biagio, avvenuta il 4 marzo 1962, del ferimento dello stesso Giuseppe Valenti e di numerosi altri omicidi.
Gli omicidi Fici, Giubaldo, Sammartano e Patti - In particolare, il Valenti affermò che il figlio Biagio aveva fatto parte della cosca mafiosa del Licari, ad opera della quale era stato soppresso perché non aveva voluto sottostare a soprusi nella ripartizione degli utili tratti dai vari furti e abigeati commessi e che l'associazione doveva ritenersi responsabile, per motivi dettagliati che rivelò, dell'omicidio di Nicolò Fici avvenuto il 18 maggio 1948, dell'omicidio di Giuseppe Giubaldo avvenuto il 18 aprile 1953, dell'omicidio di Vito Sammartano avvenuto il 14 giugno 1961, dell'omicidio di Luciano Patti, avvenuto il 13 marzo 1962, del tentato omicidio in danno di Antonino Lombardo avvenuto il 20 maggio 1962, di numerosi furti, abigeati, estorsioni e delitti di vario genere commessi nella zona.

La testimonianza di Lombardo e gli altri omicidi - Le sue rivelazioni trovarono conferma in una serie di appunti che lo stesso Valenti aveva via via annotato in un memoriale e nelle deposizioni di alcuni testimoni, fra cui quelle del Lombardo Antonino che, vittima nel 1962 di un tentato omicidio, aveva riconosciuto e denunciato gli autori della aggressione. Le indagini di polizia e quelle del giudice istruttore del tribunale di Trapani, dottor Giuseppe Alcamo - che richiamò numerosissimi incarti processuali relativi a quasi tutti i fatti delittuosi verificatisi nel periodo postbellico (compresi alcuni procedimenti che erano stati archiviati per essere rimasti ignoti gli autori del reato), dispose una indagine bancaria per accertare i rapporti esistenti fra gli « associati », escusse numerosi testimoni incriminando quelli che ritenne reticenti - permisero di mettere a fuoco l'attività della pericolosissima cosca capeggiata dal Licari, alla quale furono imputati, oltre i delitti sopra specificati, l'omicidio di Ignazio Pellegrino (con conseguente soppressione di cadavere) avvenuto nel maggio-giugno 1960 e l'omicidio di Antonino Barbera (con conseguente soppressione di cadavere) avvenuto intorno al 27 maggio 1960. Il giudice istruttore richiamò anche gli atti dei procedimenti, già definiti con sentenza di non doversi procedere perché ignoti gli autori del fatto, per gli omicidi di: Gaspare Paladino, Antonino Sorrentino, Catarinicchia Vito, Arcabascio Salvatore e Di Blasi Grazia, Parisi Giacomo, Angileri Giuseppe, Bruno Vincenzo, Cafiso Vito, Catalano Domenico, Ferrandello Vita, Cascio Vito e Randazzo Francesco commessi fra il 1945 e il 1961 in Marsala, Partanna, Roccamena, Mazara del Vallo e Castelvetrano.

Nessuna indagine su decine di omicidi - Ma, come specifica la sentenza istruttoria del 3 aprile 1967, « in ordine a tali procedimenti il procuratore della Repubblica non ritenne di promuovere l'azione penale ». La requisitoria prosegue criticando tanto le indagini di polizia svolte all'epoca dei fatti, quanto l'atteggiamento dei magistrati che si erano a suo tempo occupati dei diversi omicidi: « Tali nessi (fra alcuni degli omicidi in questione) ... non consigliarono tuttavia ad alcuno dei magistrati istruttori la riunione dei procedimenti che per un certo tempo furono coesistenti per cui ciascuna indagine proseguì il suo corso con ovvii danni per le indagini stesse. Nessuno completò le indagini in ordine alle accuse ripetutamente, anzi, ostinatamente mosse dal Fiorino, dal Catarinicchia e dal Sorrentino nei confronti di Patti Antonino, in particolare, nonché nei confronti di Agate Paolo, Lombardo Giuseppe, Li Vigni Vincenzo, i fratelli Gandolfo Mario e Gandolfo Giuseppe, detti “Catineddra”, e Giubaldo Giuseppe... Dopo quasi 20 anni l'indagine interrotta è stata continuata, ma le lamentate lacune non sono state colmabili ».

L’ascesa di Mariano Licari e il passaggio dalla "vecchia" mafia alla "nuova" - La figura di Mariano Licari, uscita dagli atti della questura e dei carabinieri sfocata e incomprensibile per lo scarso interessamento nei suoi confronti, di cui è testimonianza il silenzio dei fascicoli personali fino al 1956, diviene comunque il punto centrale di una indagine compiuta dalla magistratura su un numero sempre più esteso di persone e di fatti fino a delineare nel modo più completo possibile l'attività e l'evoluzione della cosca che a lui faceva capo e che era stata attivissima per un intero ventennio. Viene così precisata, in primo luogo, la evoluzione che l'aggregato di mafia ha subito: l'uccisione di Fici Nicolò, avvenuta nel 1948, ha costituito infatti - secondo quanto risulta dalla sentenza istruttoria « il momento iniziale del processo di transizione dalla vecchia mafia alla nuova ».

I fratelli Gandolfo, detti “Catineddra”, lasciano la guida del sodalizio mafioso a Mariano Licari - « Come annotò nel suo quaderno-memoriale Giuseppe Valenti, l’omicidio Fici fu l'occasione per l'abbandono della attività mafiosa da parte dei fratelli Gandolfo, Giuseppe e Mario - parenti dell’avvocato Gandolfo, per anni rappresentante di Libera e successivamente dell’associazione Antiracket di Marsala (Giuseppe era il nonno) -, il cui gruppo verosimilmente da quel momento venne dominato dai fratelli Curatolo, da Di Vita Domenico e a da altri, sui quali prevalse certamente Licari Mariano. «Intorno a tale gruppo avviene la ristrutturazione dell'associazione la quale ad un certo punto comprenderà, oltre a Licari Mariano, Bua Pietro, Curatolo Domenico, Curatolo Nicolò, Curatolo Vincenzo e Di Vita Domenico, altri di cui alcuni, già facenti parte della vecchia mafia, costituiscono dei sopravvissuti che tuttavia riescono ad inserirsi nella nuova struttura dell'aggregato: Anselmi Giovanni, Marino Giuseppe, Barraco Vincenzo, Lombardo Giuseppe, Patti Antonino, Sammartano Vito, Impiccichè Giovanni, Montalto Angelo, Barraco Gaspare, Patti Luciano, Tortorici Giuseppe, Valenti Biagio, Di Maria Vito, Bianco Antonino, Bianco Giuseppe, Gucciardi Vito e numerose altre persone non identificate». Dal canto suo il pubblico ministero, nelle richieste avanzate in vista della sentenza istruttoria, precisa: « impenetrabile ad ogni indagine, il periodo postbellico costituisce una svolta decisiva nella vita di Mariano Licari.

Cambia il business della mafia a Marsala. Dal latifondo alle estorsioni, ai sequestri, alle nuove attvità commerciali - Da questo momento la mafia dei latifondi intravede nelle estorsioni, nei sequestri e nelle attività commerciali nascenti altre possibilità di arricchirsi e sviluppa metodi nuovi che la vecchia guardia non era in grado di intraprendere. La nuova mafia comincia a delinearsi intorno al 1949, ma il processo di consolidamento si completa solo alla vigilia degli anni sessanta. Bisogna dire che non si è trattato della eliminazione della cosca preesistente ad opera di un'altra, ma dello enuclearsi di un nuovo gruppo di potere all'interno della stessa cosca madre, tanto che si può parlare di nuova mafia solo per la nuova fisionomia assunta dal gruppo in evoluzione, non già perché diversi fossero stati i componenti del gruppo stesso, che, anzi, quasi tutti erano stati uomini d'onore.

L’affronto ai Gandolfo e la loro vendetta - Il passaggio di potere da un gruppo all'altro dell'aggregato mafioso (nel suo memoriale, il Valenti parla di « seggia nova ») avviene, come detto, in occasione della uccisione di Nicolò Fici: questi, mafioso della cosca dei Gandolfo, aveva osato sfidare il prestigio dei capi affrontando in piazza uno dei due fratelli Gandolfo, Giuseppe, schiaffeggiandolo e rifiutandosi di sottostare alle imposizioni della cosca che - come accadrà anche in altri casi - aveva preteso che il Fici consegnasse tutta la refurtiva. «L'atteggiamento di insofferenza e di intolleranza della vittima nei confronti dei fratelli Gandolfo - precisa la sentenza istruttoria - determina la reazione di costoro, i quali ne decidono la soppressione per motivi di vendetta connessi alla esigenza di salvaguardia del loro prestigio di uomini d’onore, dal Fici pubblicamente calpestato e posto in discussione. « L'occasione viene sfruttata abilmente da Curatolo Vincenzo, da Di Vita Domenico e dal gruppo dagli stessi capeggiato, in seno al quale prenderà il sopravvento Mariano Licari. « Costoro, quale contropartita della esecuzione della soppressione del Fici, ottengono dai fratelli Gandolfo, che fino ad allora ne erano stati i capi, la guida dell'associazione per delinquere ». Di fatto, portato a buon fine l'omicidio Fici (che viene organizzato secondo le migliori regole di mafia, affidandone cioè la esecuzione ad un amico, Giovanni Anselmi, che è l'unico che può condurre il Fici, con un pretesto, in un luogo appartato senza insospettirlo), le nuove leve succedono nella guida della cosca ai Gandolfo, che si ritirano a vita privata. Non si tratta, però, di un puro e semplice cambio della guardia, giacché, in omaggio « ad una nuova concezione più aderente al tempo sopravveniente », l'attività della cosca si fa assai più articolata, « meno ancorata alla campagna ed alle tradizionali fonti di profitto (precipua in Marsala quella della distillazione clandestina dell'alcool) ».

Dal campierato agli affari lucrosi della città - « Il programma originario dell'aggregato mafioso - specifica la sentenza istruttoria è consistito nel dominio e nello sfruttamento delle campagne, soprattutto mediante il campierato. I vari proprietari terrieri hanno dovuto accettare tutta una serie di campieri e soprastanti imposti dalla mafia e, ovviamente, quasi sempre mafiosi, diventandone le vittime e, nel contempo, i protetti ». Invece « ... il programma odierno, evoluto, della mafia è strettamente vincolato alla vita della città, indubbiamente più lucrosa... », anche se « ... ove l'imposizione del campiere è ancora possibile, di solito costituisce un omaggio che il capomafia rende ad un affiliato, già di rispetto ma non più di rilievo ». Non si tratta, però, solo di un omaggio poiché, come nota la stessa sentenza, « ... il campiere, il soprastante, l'amministratore imposti dalla mafia realizzano una rete efficacissima di ricettatori della refurtiva e dei proventi di furti, rapine ed estorsioni e di favoreggiatori ».

“Da nullatenenti a possidenti il passo è breve...” - L'indagine giudiziaria consente di avere un'idea abbastanza chiara (anche se, ovviamente, non completa) della intensissima attività criminosa posta in atto dalla cosca del marsalese, cui sono da imputare « abigeati, furti di bestiame in genere, truffe, estorsioni, minacce e violenze private... che costituiscono la principale fonte di reddito per gli associati ». Ed è proprio sotto il profilo patrimoniale che - come nota la sentenza istruttoria più volte citata - si realizza una specifica diversificazione fra la « vecchia » mafia e le nuove leve: « i fratelli Gandolfo, nullatenenti nel 1920, mediante numerosi acquisti effettuati da tale data sino al 1948, hanno realizzato un notevole patrimonio immobiliare, produttivo di un reddito ragguardevole... «L'arresto dell'incremento patrimoniale successivamente alla data indicata può spiegarsi con il ritiro dei Gandolfo dall'attività mafiosa e con la tendenza a nuovi investimenti di ricchezza diversi da quelli tradizionali. L'evolversi, infatti, delle attività della mafia, originariamente legata al feudo e tendente quindi alla acquisizione di beni immobiliari, verso altre speculazioni economiche porta come naturale conseguenza nuove prospettive di investimenti più produttivi e meno appariscenti.

Le diverse attività imprenditoriali di Mariano Licari - Personalmente e con riferimento alla proprietà immobiliare, è quasi nullatenente. Dagli accertamenti eseguiti presso istituti bancari, tuttavia, è emerso che egli è titolare di molteplici conti correnti. Da altre fonti è risultato che il Licari è socio parassitario di varie società, rappresentante di vendita di vari prodotti, concessionario della Coca Cola, dell’Acqua Minerale San Pellegrino, e mediatore autorevole nel ramo delle compravendite immobiliari dell'ambiente marsalese. In altra parte della sentenza, il giudice istruttore, dottor Alcamo, ha specificato che gli accertamenti compiuti presso gli istituti bancari hanno consentito di rilevare « la tortuosità, la oscurità, la frequenza e l'importanza dei rapporti economici intercorsi tra alcuni degli indiziati di appartenenza all'aggregato mafioso, anzi fra parecchi di essi », esprimendo altresì il convincimento che quei rapporti, non giustificati adeguatamente dagli imputati ed anzi a volte negati anche contro l'evidenza dei fatti, dimostrassero la illiceità del vincolo fra loro esistente e fossero determinati dal duplice scopo del « reperimento comune dei fondi e della distribuzione degli utili derivanti dalle attività illecite della cosca ». La Commissione intende tuttavia fermare la propria attenzione su un aspetto particolare che emerge da quella indagine, quello, cioè, dei rapporti assai complessi che sono intercorsi per più di un decennio tra il Licari, gli istituti di credito e le ditte cui egli risulta direttamente obbligato; e ciò anche per dimostrare l'intreccio di connivenza in un settore particolarmente importante della vita pubblica. Continua....