Dalle zone rosse, diario dal disastro. La cultura che ci salva
di Domenico Cacopardo
12 marzo 2020
«#laculturanonsiferma», un grande palcoscenico virtuale, con concerti, spettacoli, eventi, visite virtuali ai musei, reading in biblioteca, film, documentari e interviste ai protagonisti del mondo del cinema e dello spettacolo. Con questo hastag, la Regione Emilia-Romagna dà il suo contributo al mantenimento della vita culturale delle sue popolazioni, che da sempre la coltivano, avendone fatto parte essenziale della loro esistenza. Domani, chi volesse, potrà collegarsi al sito www.emiliaromagnacreativa.it e assistere o partecipare all’iniziativa. Di sicuro, troverà compagnia, una compagnia di qualità che lo aiuterà a trascorrere le interminabili ore di una volontaria (ma non tanto) detenzione a domicilio.
Vittima del naturale oblio che spetta alle cose e agli uomini normali, il poeta siciliano Giovanni Meli (Puisii siciliani, 1884, Palermo, Luigi Pedone Lauriel editore), fra l’altro, presago, scriveva: «Amuri poi vinciu; di lu so’ pettu/la crudiltà d’un subitu scacciau». E Cesare Pavese (Lavorare stanca, 1943, Torino, Giulio Einaudi editore) «… nessuno cammina per la strada. Il ragazzo vorrebbe uscir fuori così nudo -la strada è di tutti- e affogare nel sol… ». E, infine, il mio amato Salvatore Quasimodo, anch’egli vittima di un ingiusto oblio, lui secondo Premio Nobel siciliano dopo Luigi Pirandello, «Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.»
E se, dopo la sera, c’è la nottata e l’alba, non possiamo che contare sulla naturale ripetizione delle fasi del giorno e della vita. Certo - e qui, a Parma, ce ne rendiamo conto in ogni minuto - il ritmo dell’epidemia travolge i numeri apprestati dalla sanità. I letti non bastano e non bastano nemmeno le postazioni di terapia intensiva.
Questa, la ragione fondamentale del blocco dell’Italia, nel tentativo di frenare il ritmo dei contagi e, perciò, degli afflussi nei vari Pronto soccorso dedicati.
E ciò che qualche giorno fa sembrava una sorta di crudele decimazione imposta da medici inesorabili, diventa un’esigenza vitale, legata alla naturale sopravvivenza della specie: nella scelta di chi soccorrere con la terapia intensiva i giovani hanno priorità. I vecchi in coda.
È doloroso, ma necessario.
La vita è l’unica sindrome con prognosi letale. Non ci si può opporre, in fin dei conti.
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