Dalle zone rosse, diario dal disastro. Chiudere tutto
di Domenico Cacopardo
13 marzo 2020
È facilmente immaginabile l’effetto della pandemia di Corona-virus su Parma 2020, la manifestazione attuativa del conferimento alla città del titolo di Capitale italiana della cultura. Ieri, peraltro, mentre tutte le attività programmate sono state sospese - compresa l’opera prevista per domani al Teatro Regio, «Pelleas e Melisande» (una produzione parmense, attesa in tutto il mondo degli appassionati) -, l’Assessore alla cultura del comune di Parma, Michele Guerra (docente di storia del cinema nell’università ducale), ha annunciato che la manifestazione Parma 2020 slitterà a tutto il 2021. Il modo giusto per vivere l’oggi pensando al domani, a quando il virus sarà stato vinto e l’Italia avrà ripreso la sua normalità, scontri politici compresi.
Si discute anche qui, in Padania, della possibile chiusura delle aziende. Un tema raccolto da Maurizio Landini, il sindacalista radicale assurto alla direzione della Cgil. Le posizioni delle parti in causa (datoriale e sindacale) tuttavia sembrano improntate alla ragionevolezza. Alla decisione caso per caso azienda per azienda. Una decisione da prendersi anche alla luce delle attività di sanificazione intraprese o meno dalle direzioni aziendali. A Parma, fra le tante grandi imprese, spicca la farmaceutica Chiesi. Nel rapporto 2018 dell’Unione europea la Chiesi è al 1° posto tra le aziende farmaceutiche italiane per R&S (Ricerca e Sviluppo), al 13° tra le aziende europee, e, infine, al 2° tra le imprese manifatturiere italiane. Un caso come questo deve essere trattato con concretezza e serietà, soprattutto perché l’impegno in ricerca e sviluppo riguarda, ovviamente, anche il Corona-virus. Per questa ragione la minaccia di uno sciopero generale è da respingere, optando per un caso per caso gestibile dalle regioni.

C’è anche una ragione politica in una scelta del genere. Poiché la politica è territorio del cinismo, se la scelta di chiudere fosse del governo, in tutta Italia i suoi avversari avrebbero agio di accusarlo di mettere in ginocchio l’economia italiana. Se invece le decisioni saranno assunte caso per caso, provincia per provincia, sotto il cappello del coordinamento regionale, le specifiche responsabilità che ci saranno potranno essere addebitate alle regioni e alle forze politiche che le dirigevano.
In definitiva, sembra questo ciò che spinge Matteo Salvini e Giorgia Meloni ad accusare il governo di timidezze, pretendendo a parole la chiusura totale dell’Italia.
Il vecchio detto «A pensar male si fa peccato ma non si sbaglia mai» in questo caso vale di più e rappresenta l’evidente strumentalità delle campagne di propaganda aperte proprio ora che l’Italia avrebbe bisogno di unità e solidarismo.
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