Dalle zone rosse, diario dal disastro. L'Italia si risveglia
di Domenico Cacopardo
17 marzo 2020
Ieri, d’improvviso, s’è risvegliata l’Italia. Alle 11, poco prima di andare a dormire, è sorto come un mormorio che lentamente s’è impadronito di via Nino Bixio, dove abito, sino a diventare un coro generale: «Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta …» Via Nino Bixio è uno degli assi fondamentali del quartiere Oltretorrente, quello che nell’agosto del 1922 si oppose all’assalto degli squadristi (oltre 10.000 contro cui si batterono alcune migliaia di Arditi del popolo e di formazioni operaie) guidati da Italo Balbo sino a costringerli a desistere e a passare la mano al Regio Esercito che sottopose a stato d’assedio la città.
La scritta a caratteri cubitali «Balbo t'è pasè l'Atlantic ma miga la Pèrma», cioè “Balbo, hai passato l’Atlantico ma non la Parma” (il torrente Parma, che divide in due la città) campeggia ancora sugli edifici che si affacciano sul corso d’acqua, talché chi percorre -anche in auto- il lato opposto non può fare a meno di vederla.

Ebbene, forse per la prima volta nella storia della città, alle 23 di lunedì 16 marzo, si sono spalancate all’unisono migliaia di finestre, si sono popolati i balconi, le terrazze, le altane perché tutti volevano testimoniare l’amore per il proprio Paese, quell’amore dimostrato da coloro che si battono contro il Corona virus negli ospedali, nei triage dedicati e non, nelle strutture di assistenza. Da coloro che passano per le case di malati o di anziani a portare cibo, medicine, una parola affettuosa o, semplicemente, il fatto, indiscutibile che “noi ci siamo e vi stiamo vicini”.
L’abnegazione in azione, ovunque a dispetto dei pericoli ovunque celati.
Un sentimento patriottico così diffuso che, finalmente, fa strame delle piccole beghe di cortile che, ancora in questi giorni, vengono alimentate da politici senza vergogna, senza sentimento nazionale, senza senso di responsabilità.
Questo è il momento della mobilitazione degli animi, della disciplina, della voglia di fare il proprio dovere. Anche restandosene chiusi in casa ad aspettare che il picco della pandemia passi, fra un paio di settimane.
Non guardiamo alla decina di giorni o poco più che ci attendono, pensiamo alla decina di giorni che abbiamo già trascorsi in casa in attesa di notizie sempre poco confortanti, sempre peggiori. Già gli ultimi bollettini recano il segno di un allentamento della crescita, più una speranza che la certezza che il Covid-19 stia cedendo, che la reazione degli italiani inizia ad avere un qualche successo.
E i bollettini, mano a mano che i giorni di autoreclusione si inanellano nella spirale della vita, diventano sempre più elenchi di eroismi, cui oggi non possiamo rendere onore ma che domani intendiamo tutti onorare come meritano.
La battaglia è in corso. E a fatica stiamo tamponando le cavallerie del male che sono dilagate in varie parti d’Italia. Non è vinta ancora, né sarà vinta tra due settimane: non illudiamoci. Quando festeggeremo il flesso dei contagi, una diminuzione verticale in stile cinese, proprio allora dovremo stare attenti ai colpi di coda di un subdolo nemico capace di annidarsi anche in una tazzina di caffè.
Ma amici miei, amati italiani da Lilibeo al Gran San Bernardo, permettetemi di alzarmi e di inchinarmi al vostro coraggio. Un coraggio di cui parleranno i libri di storia.
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