Marsala, definitiva la condanna per l'infermiere che abusava sui pazienti. La storia
Con la pronuncia della Cassazione nel processo all’ex infermiere marsalese Giuseppe Maurizio Spanò, condannato a 9 anni e un mese di carcere per violenze sessuali su pazienti sedati per dolorosi esami diagnostici (gastroscopie, colonscopie, etc.), si è chiusa, almeno sul piano giudiziario, una delle vicende più scabrose degli ultimi anni della cronaca marsalese.
La Suprema Corte ha condiviso quanto già sentenziato in primo grado dal giudice delle udienze preliminari di Marsala Riccardo Alcamo e poi dalla terza sezione penale della Corte d’appello di Palermo. Quest’ultima, il 28 novembre 2018, aveva addirittura aumentato di un mese la pena detentiva. Ciò perché l’accusa mise sul tavolo un’altra querela che in primo grado non risultava essere stata presentata.
Severo, nelle motivazioni, giudizio espresso dai giudici di secondo grado: “Non vi sono elementi seri, concreti ed effettivamente riscontrabili, dai quali evincere una volontà di resipiscenza o di ravvedimento, che possa giustificare una modifica in melius del trattamento sanzionatorio”.
Teatro dei fatti contestati: lo studio medico privato di via Sanità, a Marsala, del noto gastroenterologo Giuseppe Milazzo, per anni presidente nazionale dell’Aigo.
Due i filoni d’indagine confluiti nello stesso procedimento: quello relativo alla prima denuncia sporta da una donna che si risvegliò dalla sedazione prima del previsto e quello avviato per i sei casi di abusi filmati dalle telecamere poi installate dai carabinieri, che il 15 marzo 2016 hanno posto l’infermiere agli arresti domiciliari. Tra le vittime anche un uomo. Si aggiunsero, poi, diverse altre querele.
La difesa (avvocati Marco Siragusa e Stefano Pellegrino) puntava sulla “parziale” incapacità di intendere e volere dell’imputato. Ciò sulla base di una consulenza di parte redatta dallo psichiatra Giuseppe Sartori e dalla psicologa Silvia Spanò. Sia il giudice Alcamo che la Corte d’appello, però, hanno escluso il “vizio parziale di mente”. Confermato, quindi, fino al terzo grado di giudizio, l’impianto dell’accusa. Come invocato anche dai legali di parte civile: gli avvocati Vincenzo Forti, Ignazio Bilardello, Calogera Falco e Nicolò Doria. Ben 25 le parti civili, tra vittime degli abusi sessuali in stato di incoscienza e loro familiari. Nel corso del processo, è venuto fuori pure che sul telefono cellulare di Spanò, nonché nel cluster del computer del dottor Milazzo in uso anche all’infermiere (“Io non so usare il computer” ha detto il medico agli inquirenti), c’erano foto e video relativi ad altre violenze sessuali, complete, su pazienti sedati risalenti addirittura al 2015 e al 2012. O comunque, che sarebbero state “salvate” in quegli anni. Questo, per l’accusa, dimostra, oltre alla “reiterazione” del reato, anche la “premeditazione e la lucidità” dello Spanò. E quando, nel febbraio 2016, i carabinieri perquisirono lo studio medico di Milazzo, trovarono una microcamera installata nel bagno della sala Endoscopie in cui lavorava Spanò. I pazienti, quindi, oltre ad essere abusati, probabilmente venivano anche spiati in momenti di intimità.
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