08/07/2020 06:00:00

Ricostruire l'universo di Renzo Arbore. Intervista a Vassily Sortino

di Anna Fici

Non lo sapevo. Non l’ho fatto apposta. Il caso ha voluto che il giorno in cui ho incontrato Vassily Sortino, il 24 giugno scorso, fosse anche il compleanno di Renzo Arbore. Ed è davvero una curiosa coincidenza perché l’incontro con Vassily era appunto finalizzato a fare due chiacchiere in merito al suo libro Renzo Arbore e la rivoluzione gentile, uscito recentemente per Leima, una casa editrice palermitana.

Avrei potuto limitarmi a scrivere un articolo sul libro: corposo, pieno di contributi e di stimoli. Ma ho voluto incontrare Vassily, che conosco da tanti anni, per farmi raccontare dalla sua viva voce, come ha convissuto con questo progetto negli ultimi diciotto anni. Si, perché, come lui stesso dice spesso scherzandoci su, questo è un libro maggiorenne. L’avvio risale infatti agli anni dell’università. Vassily, allora studente di Scienze della Comunicazione con specializzazione in giornalismo, lo propose al suo relatore come tesi di laurea. Si trattava di un giornalista di spessore: il compianto Etrio Fidora che, in virtù della sua grande esperienza presso il Giornale L’Ora di Palermo (e non solo di quella), aveva una disciplina a contratto all’interno del corso. In realtà, Vassily come giornalista avrebbe amato occuparsi di politica. (L’interesse per lo spettacolo era, per così dire, ancora in fase nascente). E fin dalla tesi di laurea gli era venuta anche un’idea per un lavoro sulla comunicazione politica… Ad ogni modo, le proposte al relatore furono tre, in origine: «L’esperienza di Radio Deejay», «Arbore e la sua ‘rivoluzione gentile’», oppure… «Come ha fatto Bettino Craxi a rendersi tanto antipatico». La franca risposta di Fidora fu: «Per Radio Deejay sono troppo vecchio, per quanto riguarda la famiglia Craxi non vorrei litigare con i figli… Facciamo un lavoro su Arbore!»

E così andò! Io ne ho memoria, perché ero in commissione. Fa una certa impressione assistere al tempo che passa e rendersene conto attraverso il passaggio delle generazioni…, i loro successi, i loro problemi… Ma non siamo qui a parlare di me e del mio fare i conti con gli anni.
Il primo incontro con Arbore – mi racconta Vassily – risale al 2002. L’occasione fu una festa della Provincia, organizzata al Teatro di Verdura. Un evento di un certo rilievo, anche perché in quella occasione Arbore e Nino Frassica si sarebbero rincontrati sul palco dopo circa tredici anni. L’ultimo spettacolo insieme era stato Indietro tutta, andato in onda su Rai2 tra l’87 e l’89.

Accostatolo nel dietro le quinte, Vassily gli ha annunciato l’intenzione di scrivere una tesi di laurea su di lui. La reazione di Arbore, mi racconta, fu molto simpatica perché disse di essere felice che qualcuno volesse fare un lavoro su di lui, essendo lui ancora in vita. Da buon napoletano d’adozione, una risposta che suonava come uno scongiuro. Dunque dal 2002 Valssily si è immerso nel «mondo arboriano». Lo definisce così ed io penso al concetto di «arboreo». Penso alle numerose ramificazioni che il lavoro di Arbore ha prodotto nel mondo dello spettacolo. Un mondo che ha abbracciato interamente: radio, tv, musica, teatro.

Il volume di cui stiamo parlando ha seguito e restituito ai lettori l’intera chioma dell’albero che Arbore ha piantato nel nostro imaginario. Tutti i personaggi che lo hanno coadiuvato, gli artisti, gli amici: da Frassica a Simona Marchini, da Luciano De Crescenzo a Gianni Boncompagni, solo per citarne alcuni. Il pregio di un lavoro del genere è anche quello di offrirci i commenti, le considerazioni di chi non c’è più. D’altra parte, un lavoro portato avanti per diciotto anni, gode di una indiscutibile ricchezza. E sono proprio questi diciotto anni di stesura che mi hanno spinta a voler parlare con Vassily, perché in un mondo di instant book e di velocità mi è sembrata un’impresa titanica che mi dovevo fare a tutti i costi raccontare.

«Il primo passo – inizia Vassily – è stato il cercare di capire se lo potevo fare. Ne ho parlato con quello che si può considerare il figlio putativo di Arbore: Gegè Telesforo. Dopo una approfondita intervista a lui ho capito che questa avventura poteva diventare qualcosa di concreto, anche perché mancava una pubblicazione sul lavoro di Arbore. E questo poteva essere considerato sia un problema che una condizione favorevole, una opportunità. Ho dovuto quindi raccogliere materiale dal vivo attraverso testimonianze, giornali, periodici, registrazioni televisive…Tieni conto che quando ho cominciato non c’erano i social, né YouTube… E’ stato un inseguimento di fonti che oggi riposano a casa mia in circa quattro scatoloni di materiale cartaceo, videocassette e nastri audio».

Gli chiedo chi gli abbia fatto da apripista. Perché si sa, per ottenere ascolto da certi personaggi, bisogna pur cominciare da qualche parte. «Da apripista, come ho già detto, Gegè Telesforo. Poi, per ogni programma di Arbore ho voluto intervistare almeno una persona legata a quel programma. Al contempo, colui che mi ha ispirato tutto, al di là di Telesforo e di Arbore stesso, è stato Walter Veltroni quando, citando Papa Giovanni XXIII, sosteneva che le grandi rivoluzioni non fossero quelle fatte con la rabbia e con l’odio ma con il sorriso e l’allegria. Così, ho voluto sentire anche lui che aveva sempre apprezzato l’approccio innovativo di Arbore. Ed anche l’opposta campana, cioè Alberto Abbruzzese che nell’intervista ha messo in dubbio che una ‘rivoluzione gentile’ Arbore l’abbia veramente fatta, sostenendo che probabilmente è stato soltanto politicamente corretto».

Mi riprendo la parola per porre a Vassily una domanda che aiuti il lettore a capire in che senso il suo approccio sia stato rivoluzionario ma gentile. Rivoluzionario rispetto a che cosa? Nel libro - gli chiedo - ha intervistato anche Pippo Baudo come anti-Arbore. E dietro questa scelta si cela una precisa lettura della storia radio-televisiva italiana. «Nella mia teoria – mi risponde – la storia della televisione italiana gira intorno a tre metodi: quello classico di Antonello Falqui a cui si può associare Pippo Baudo, quindi Studio Uno, ideato secondo un preciso schema e con il presentatore-dittatore; poi abbiamo il metodo surreale di Enzo Trapani, quindi del programma No Stop dove non c’è nessuno che svolga il ruolo del presentatore ma tanti artisti che si alternano sul palco; a unire questi due metodi arriva Arbore con il suo metodo improvvisato. In Arbore il presentatore si fa spalla per tutti i vari artisti che devono saper improvvisare rispetto a un canovaccio che c’è e non c’è. Sia Quelli della notte sia Indietro tutta non avevano un copione. Lo racconta molto bene Simona Marchini nella sua intervista. Con il tempo, Pippo Baudo ha abbandonato la rigidità degli esordi e si è messo un po’ a giocare, per esempio con Benigni durante il Sanremo del 2002. E i tre generi si sono definitivamente ibridati».

Questo, commento io, è sicuramente il segno che Arbore una rivoluzione l’ha fatta perché senza L’altra domenica certi personaggi, come lo stesso Roberto Benigni, non sarebbero mai emersi.

Passo a chiedere a Vassily quando ha sentito che la sua ricerca fosse diventata un vero prodotto. «Intanto quando ho avuto l’assenso di Arbore. Io gli mandavo man mano tutto ciò che andavo producendo e lui, con i suoi tempi – (colgo tra le righe un’allusione al fatto che i tempi di Arbore abbiano contribuito ai diciotto anni di stesura. Ma questo ufficialmente questo Vassily non lo ha detto) – mi rispondeva. Non ha mai toccato nulla. Talvolta si è limitato a correggere qualche data. Diciamo che ho saputo attendere. Ma un grosso problema sono state, a lavoro finito, le case editrici perché, non essendoci nessun precedente volume su Arbore, volevano soltanto o un volume firmato da Arbore o da uno dei personaggi famosi che a lui sono stati legati. Ma Renzo ha sempre detto di non avere il tempo di scriverlo in prima persona e ha chiesto che accettassero me che scrivevo di lui. Le grandi case editrici hanno rifiutato ma abbiamo trovato la disponibilità di Leima, una casa editrice piccola e indipendente che però ci ha creduto».

A margine dell’intervista all’autore, vorrei spendere due parole sul libro. In trecentosedici pagine non viene raccontata soltanto l’esperienza di un artista e del suo stile unico e trasgressivo ma del costume italiano. Si ricostruisce la storia del nostro gusto in fatto di fruizione mediale, attingendo ad una grande pluralità di voci rilevanti che raccontano aneddoti significativi e talvolta si spingono a fornire teorie e chiavi di lettura. Lo stile di Vassily è piano e scorrevole e lui sembra sparire dietro le pagine, come tocca a tutti i bravi giornalisti.

 



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