11/07/2020 08:09:00

Marsala – Abusivismo edilizio, falso e abuso d’ufficio: pm invoca nove condanne

 Condanne a pene tra un anno e mezzo e quattro anni di carcere sono state invocate dal pubblico ministero Giulia D’Alessandro per sette tecnici del Comune di Marsala accusati di avere consentito a un privato (Manfredo Natale Spadaro, di 54 anni, anche lui imputato, con l’accusa di abuso edilizio e, insieme al suo tecnico, Andrea Pellegrino, di 55, anche di falso ideologico) di mantenere, nonostante un’ordinanza di demolizione, opere abusive realizzate ampliando parti dell’abitazione.

Il processo si celebra davanti il Tribunale di Marsala (presidente del collegio: Lorenzo Chiaramonte, giudici a latere Andrea Agate e Francesca Maniscalchi). Quattro anni sono stati invocati per Francesco Angelo Patti, di 65 anni, ex dirigente dei settori Urbanistica e poi Servizi pubblici, adesso in pensione. A lui si contesta di aver consentito a Spadaro (marito di un magistrato del Tribunale di Marsala) il mantenimento delle opere secondo l’accusa “abusive” nonostante un “diniego di sanatoria”. Avrebbe dovuto, quindi, emettere una ordinanza di demolizione. Il pm ha parlato di “omissione di ordinanza di rimessa in pristino”. Due anni e mezzo sono stati, poi, chiesti per l’architetto Filippo Maggio, di 63 anni, che diede un parere favorevole, e per Bernardo Giuseppe Giacalone, di 62. Due anni per Giovanni Barraco, di 59, per aver omesso la sospensione delle opere abusive, Vincenzo Figuccia, di 63, e Mario Stassi, di 64. Un anno e mezzo è stata la richiesta per Vito Angileri, di 58. Quest’ultimo è accusato di falso ideologico, mentre i primi sei di abuso d’ufficio. Per altri due tecnici comunali, l’ingegnere Giuseppe Giacalone, di 64, responsabile dell’Edilizia privata, e Alberto Angileri, di 65, il pm ha invece chiesto l’assoluzione. Per il primo, difeso dall’avvocato Giacomo Frazzitta, per “non aver commesso il fatto”, per il secondo “perché il fatto non costituisce reato”. Un anno e mezzo, invece, è stato chiesto per Manfredo Natale Spadaro e Andrea Pellegrino. Il caso è relativo ad alcuni lavori effettuati in un’abitazione a due piani di via Trieste (contrada Amabilina), alla periferia di Marsala, di proprietà dello Spadaro, imputato quale “committente delle opere abusive”. L’indagine è scattata a seguito della denuncia di una vicina di casa, l’avvocato Valentina Scarrone, figlia del defunto giudice Renato Scarrone (morto diversi anni fa in un incidente stradale), che aveva portato alla parziale demolizione delle opere realizzate, mentre per la restante parte il proprietario aveva avanzato richiesta di sanatoria agli uffici comunali.

“Questa non è una vicenda come tutte le altre – ha detto il pm D’Alessandro - La Scarrone ha attirato l’attenzione dei funzionari del Comune in tempo reale e questi avrebbero fatto bene a fermarsi. E invece no. Ciò dimostra l’atteggiamento di potere dei funzionari. Il Comune avrebbe dovuto agire in autotutela. La difesa ha parlato di opere precarie, ma non è così. I testi Scarrone e De Luca sono attendibili”. Gli ampliamenti “abusivi” contestati sono stati realizzati al secondo e al terzo piano dell’immobile. Al secondo piano, la cucina acquista maggiore dimensione spostandosi verso la terrazza. Per il pm “c’è aumento di volumetria”. Idem al al terzo con un pergolato sulla veranda che viene fenestrato e coperto. Tutte opere che per l’accusa sono “non sanabili”. Nel processo, Valentina Scarrone, che abita al primo piano dello stesso edificio, è parte civile. A rappresentarla è l’avvocato Loredana Lo Cascio, che ha affermato che la sua cliente “al Comune di Marsala ha trovato un muro di gomma”. Aggiungendo che il “geometra Vulpetti, che si oppose, venne messo in un angolo dagli altri tecnici del Comune”.

Momenti di grande tensione in aula si erano, intanto, registrati nell’udienza dello scorso 29 giugno, quando l’ingegnere Patti ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee e tra lo stupore generale (soprattutto del presidente Chiaramonte) ha sostanzialmente affermato che lui ha agito in quel modo, cioè non ordinando demolizione delle opere abusive, non certo perché si trattava della casa abitata da un magistrato. Tanto che, ha aggiunto, e qui arriva il fatto clamoroso, in passato ha bocciato un progetto presentato da uno dei tre magistrati (Agate) componenti il collegio giudicante di questo processo. A questo punto, il presidente Chiaramonte, ovviamente abbastanza irritato, ha fatto notare al difensore di Patti, l’avvocato Giuseppe Cavasino, che quelle dichiarazioni erano a dir poco fuori luogo.

Il 13 e il 16 luglio parola alle difese, rappresentate, oltre che dai già citati Giacomo Frazzitta e Giuseppe Cavasino, anche dagli avvocati Paolo Paladino, Stefano Pellegrino, Antonina Bonafede, Carlo Ferracane.



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