I processi del 2023 a Marsala: si ricomincia dalla Angioni. E poi ...
Al Tribunale di Marsala, la stagione dei processi, dopo la pausa natalizia, riprenderà nello stesso segno con cui si era conclusa. E cioè con un processo all’ex magistrato Maria Angioni, che dopo la condannata ad un anno, pena sospesa, per false informazioni al pm, dal 12 gennaio si dovrà difendere dall’accusa di diffamazione, aggravata dal mezzo stampa, in danno di un ispettore di polizia del commissariato di Mazara, Vincenzo Tumbiolo.
Secondo l’accusa, l’avrebbe diffamato dichiarando in tv che questi, nell’ambito delle ricerche della piccola Denise Pipitone, sarebbe stato uno degli uomini delle forze dell’ordine che l’1 settembre 2004 si recarono nella palazzina dove abitava Anna Corona, entrando però nell’appartamento di un’altra persona. “Così insinuando – sostiene l’accusa – nuovamente irregolarità nello svolgimento di tale accesso”.
Tra quei poliziotti, però, secondo l’accusa, non c’era l’ispettore Tumbiolo, in quanto “sospeso dal servizio dal luglio 2002 al 2 febbraio 2005, in seguito ad una misura cautelare emessa nell’ambito di un’indagine in materia di prostituzione della quale era titolare proprio la dottoressa Angioni”.
Tra gli altri processi in corso a Marsala, anche quello che vede imputato anche il boss latitante Matteo Messina Denaro. E’ quello che vede alla sbarra sette delle 15 persone coinvolte (due arrestate e 13 denunciate) nell’operazione antimafia “Ermes 3”, scattata il 20 giugno 2020. Imputati, oltre a Messina Denaro, sono Vincenzo La Cascia, Giovanni Onofrio Beltrallo, Leonarda Furnari, Melchiorre Vivona, Domenico Salvatore Zerilli e Antonino Stella. I reati a vario titolo contestati dalla Dda di Palermo sono associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi e favoreggiamento della latitanza di Messina Denaro. Nel corso del blitz operato dalla Squadra mobile di Trapani è stata ancora una volta perquisita, a Castelvetrano, la casa della madre del latitante. Ad essere arrestati, per associazione mafiosa ed estorsione, furono Giuseppe Calcagno e Marco Manzo, che con altri hanno scelto l’abbreviato. C’è, poi, in fase finale, il “Musso Vito + 3”. Accuse: rapina e lesioni personali, con l’aggravante di avere favorito Cosa Nostra. I quattro imputati sono Vito Musso, Giuseppe Pipitone, Giovanni Pipitone e Vito Leone. Non meno rilevante è il dibattimento che vede al cospetto della giustizia il castelvetranese Tommaso Geraci, fratello di Francesco Geraci (noto per aver custodito i gioielli “di famiglia” di Totò Riina, poi arrestato e quindi pentitosi), la moglie Maria Lucrezia Roccafiorita, i figli Antonino e Irene, nonché il marsalese Nicolò Marcello D’Alberti. Tutti a vario titolo accusati dei reati di riciclaggio, appropriazione indebita e false fatturazioni per 675 mila euro finalizzate all’evasione fiscale. E poi ancora il “Maniscalco Nicola Marcello + 16” (lunga serie di truffe) e sempre per truffa, in questo caso all’Inps, il “Di Dia Giovanni + 40”, con alla sbarra imprenditori edili e operai per indennità di disoccupazione percepite sulla base, secondo gli investigatori, di “falsi contratti” di lavoro. E quindi non dovute.
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