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17/05/2026 06:00:00

Bucaria assolto e l’architetto Gentile condannato. Stessa sezione, destini opposti, le parole di Ingroia

 In queste ultime settimane, il panorama giudiziario trapanese è stato scosso da due decisioni diametralmente opposte. Da un lato, il “colpo di spugna” definitivo che restituisce la libertà a Matteo Bucaria, assolto dall’accusa di essere il mandante di un tentato omicidio. Dall’altro, la pesantissima condanna inflitta all’architetto Massimo Gentile per associazione mafiosa, una decisione che la difesa non ha esitato a definire “assurda”.

Il 13 maggio 2026, la Corte d’Appello di Palermo ha messo fine al caso di Matteo Bucaria. L’imprenditore, accusato di aver ordinato nel 2013 l’eliminazione del cognato Domenico Cuntuliano per dissidi economici, è stato assolto con la formula piena: “per non aver commesso il fatto”.

La sentenza ribalta anni di processi e una precedente condanna a 15 anni, accogliendo le tesi difensive che evidenziavano “insanabili contraddizioni” nelle accuse. Tra i punti chiave, l’inattendibilità del sicario Gaspare Gervasi e la perizia su una pistola consegnata per l’agguato che, in realtà, è risultata inutilizzabile. Per Bucaria, dopo un lungo periodo tra carcere e domiciliari, è arrivata la rimozione del braccialetto elettronico.

Certo, sono persone diverse e fatti diversi, ma è difficile non confrontare quest’assoluzione con la condanna in Appello di Massimo Gentile. Si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un paradosso giudiziario, soprattutto perché i due opposti verdetti proverrebbero, in parte, dallo stesso collegio giudicante che, severissimo e rigorosissimo, condanna l’architetto Gentile considerando prove inoppugnabili quegli elementi di cui abbiamo scritto in un altro articolo, assolvendo invece Bucaria, per non aver commesso il fatto.

Sono abbastanza stupito di questa sentenza di assoluzione che ritengo ingiusta – ha commentato Antonio Ingroia, avvocato di parte civile nel processo - Ci auguriamo che la Procura Generale faccia ricorso in Cassazione. Nel caso di Gentile, mi è sembrata una condanna ingiusta: non si sono valutate adeguatamente le prove a discarico e le ipotesi ricostruttive alternative del fatto. Invece, nel caso di Bucaria, la Corte d’Appello ha inteso aderire in toto alla precedente indicazione della Cassazione che, a mio parere, era entrata eccessivamente nel merito delle prove. Evidentemente non se la sono sentita di scostarsi da quelle indicazioni”.

 “La decisione su Gentile – ha aggiunto Ingroia, legale dello stesso - è qualcosa di abbastanza assurdo. Confermare la partecipazione all’associazione mafiosa con questi elementi è davvero spiazzante. Per lui e la sua famiglia è stata una doccia fredda sulle loro aspettative di giustizia”.

La mia speranza – ha proseguito – è che un futuro ricorso in Cassazione possa trovare una sezione ‘altrettanto disponibile’ a valutare le prove come accaduto per l’imprenditore trapanese”.

 

In un sistema che dovrebbe garantire uniformità, la percezione di ‘due pesi e due misure’ rischia di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Da una parte un’arma inutilizzabile che scagiona un presunto mandante, dall’altra una condanna per mafia con elementi che sembrano davvero privi di riscontri, insieme ad un maxi sequestro che, come abbiamo  scritto, di maxi non aveva proprio nulla.

 

Egidio Morici



Giudiziaria | 2026-05-16 11:58:00
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