L’errore giudiziario e il teorema del rischio
Abbiamo già scritto del caso di Massimo Gentile quando ci siamo occupati del maxi-sequestro di beni che, a conti fatti, di maxi non aveva proprio nulla. Secondo l'accusa, l'architetto Gentile, condannato in primo grado a 10 anni e 6 mesi per associazione mafiosa, avrebbe prestato la propria identità per far acquistare a Matteo Messina Denaro un'auto e una moto. Tutto però sembrerebbe avere le caratteristiche dell'errore giudiziario, reggendosi su delle basi debolissime che pur hanno trovato accoglimento nel giudizio di primo grado. Il pilastro fondamentale dell'impianto accusatorio si baserebbe sull'assunto che un latitante del calibro di Matteo Messina Denaro non avrebbe affidato la propria libertà di movimento ad un soggetto non consapevole. Della serie “non poteva non sapere”. Mentre, tra le prove ritenute “schiaccianti”, c'è il fatto che nel 2016 Gentile avrebbe effettuato di persona la rottamazione della moto BMW, fino ad allora in uso al latitante.
Le perizie tecniche e la sostituzione di persona
Peccato che Gentile a firmare quella rottamazione non ci sia mai andato. L'avvocato Antonio Ingroia, nel suo atto d’Appello, demolisce questa ricostruzione parlando di un processo fondato su una narrazione suggestiva che ha ignorato dei dati oggettivi. Il cosiddetto “elemento cardine” della rottamazione, a parte la totale assenza di testimonianze che collocano l'architetto in agenzia intento a firmare, crolla davanti alle perizie grafologiche: nessuna delle firme sulla pratica di demolizione (ma nemmeno sui documenti assicurativi) appartiene a Gentile. Certo, il nome è quello suo, ma a chi appartiene la grafia? Secondo le perizie della dott.ssa Katia Sartori (e le successive informative depositate), la sigla apposta sul certificato di rottamazione della moto BMW sarebbe di Andrea Bonafede, così come in alcune firme delle polizze assicurative della Fiat 500. Si tratta del tizio che andava a ritirare le ricette mediche per l'anonimo cugino (classe '63) di cui beneficiava però Matteo Messina Denaro. Lo stesso Bonafede, interrogato, ha ammesso che in quel periodo ha avuto la disponibilità dei documenti di Gentile.
E come mai? Semplice: un rapporto di lavoro stagionale
Tra ottobre e novembre del 2016, massimo Gentile lavorò come operaio agricolo per la raccolta delle olive presso i terreni di Bonafede (o dell'impresa della moglie di quest'ultimo). Bonafede richiese i documenti di riconoscimento di Gentile (carta d'identità e patente) con il pretesto di dover sbrigare le pratiche amministrative per la sua assunzione formale. Assunzione che fu poi effettivamente registrata a decorrere dal 1° gennaio 2017. Questa disponibilità temporanea dei documenti avrebbe permesso a Bonafede di utilizzarli all'insaputa di Gentile. Insomma, lui glieli consegnò tra ottobre e novembre 2016 e la rottamazione della BMW che usava Messina Denaro (fatta con i dati di Gentile) avvenne il primo dicembre 2016. Lo stesso Andrea Bonafede, durante il suo interrogatorio, ha ammesso di aver avuto i documenti di Gentile per ragioni legate all'assunzione lavorativa, ma non sarebbe stato esplicito nel confessare di averli usati per rubarne l'identità. “Inoltre - sottolinea Ingroia - Non c'è nessuna prova che sia stato consegnato l’originale. La fotocopia che è stata acquisita della pratica di rottamazione è una fotocopia praticamente illeggibile... fa pensare che sia una copia di una copia. E’ evidente che quegli stessi documenti, un mese dopo essere stati nella disponibilità del Bonafede, venivano usati all’insaputa del mio assistito per chiudere la pratica del mezzo del boss”. “È curioso - sottolinea Ingroia - come il giudice di primo grado abbia ‘sorvolato’ su queste risultanze tecniche, preferendo basarsi sulla deduzione logica del ‘rischio inaccettabile’ per il latitante”.
Il caso della PEC e le incongruenze investigative
Poi c'è la vicenda della PEC, emersa durante il processo di primo grado. Si tratta di una notifica inviata dall'Agenzia delle Entrate a Massimo Gentile nell'agosto 2022, contenente una cartella esattoriale per il mancato pagamento del bollo di circolazione della moto BMW utilizzata dal latitante Matteo Messina Denaro. Secondo la Procura (e il giudice di primo grado), la ricezione di questa PEC sarebbe la “prova definitiva” della consapevolezza di Gentile: dato che l'architetto non ha contestato un addebito relativo a un mezzo che non sapeva di possedere, allora non può che voler dire che era perfettamente a conoscenza del “prestito” della propria identità al boss. Diversamente, avrebbe sporto denuncia per sostituzione di persona. L'avvocato Ingroia però definisce l'introduzione di questa prova un “piccolo trucchetto da PM tirato fuori dal cilindro il giorno della replica”, impedendo una piena contro argomentazione. “Ad ogni modo, in sede penale - spiega Ingroia - la ricezione di una PEC non equivale alla conoscenza del contenuto: non c’è prova che il file sia mai stato aperto o scaricato”. Ma la cartella conteneva diverse voci di tributi che Gentile stava già rateizzando; è quindi plausibile che la singola voce sulla moto possa essere sfuggita o ritenuta un errore materiale. “Se Gentile fosse stato un complice consapevole – osserva ancora Ingroia - avrebbe pagato subito il bollo per evitare controlli delle autorità che avrebbero potuto mettere a rischio la latitanza del boss”. “Ecco perché la Sentenza di primo grado – argomenta Ingroia - è contraddittoria: da un lato, sostiene che sia impensabile che Matteo Messina Denaro corra il rischio di usare l’identità di un soggetto non complice per timore di imprevisti (controlli, multe, tasse). Dall’altro, accetta che i presunti complici (come Gentile) abbiano fatto correre al latitante rischi ben più gravi, dimenticando di pagare le tasse automobilistiche o, peggio, rifiutandosi di pagarle anche dopo aver ricevuto un avviso di accertamento”. Ma di cose rimaste senza una spiegazione plausibile ce ne sono altre. Per esempio, Matteo Messina Denaro si presentava personalmente in agenzia di assicurazione (che non si trovava a Mazara, come scritto nella sentenza, ma a Campobello, altra svista) dove l'agente conosceva il vero Gentile, rischiando di essere riconosciuto. Senza contare le carte d'identità con dati palesemente erronei (come date di scadenza che non coincidevano con la nascita), che avrebbero potuto far saltare la copertura a ogni controllo.
La crisi della magistratura e la speranza nella giustizia
Come è potuto succedere che una ricostruzione fatta in modo così superficiale, possa aver determinato una condanna di primo grado a 10 anni e 6 mesi di reclusione? Davvero si è andati oltre ogni ragionevole dubbio prima di privare un uomo della sua libertà, separandolo da sua moglie e dai suoi due bambini? A pochi giorni dalla sentenza di Appello, quanto senso ha avuto far trascorrere a Gentile più di due anni di carcere? L'abbiamo chiesto ad Ingroia. Ci ha risposto così: “Si è cercato a tutti i costi l'insospettabile ‘colletto bianco’ che facesse da ponte tra la Sicilia e la Lombardia. Inoltre, credo ci sia stato un abissale calo di professionalità dei magistrati pubblici ministeri rispetto a un tempo. Spesso accade che i magistrati diventino avvocati delle forze di polizia, limitandosi ad avallare le loro narrazioni investigative, omettendo gli approfondimenti necessari che, nel caso di Massimo Gentile, avrebbero permesso di scoprire subito l'estraneità dell'architetto ai fatti. E il giudice del primo grado?. “Totalmente appiattito sulle posizioni della procura, operando un sostanziale copia-incolla delle tesi accusatorie”. In vista della sentenza d'appello, prevista tra qualche giorno, la famiglia Gentile vive sospesa in quello che la moglie, Vitalba Caltagirone, ha definito sui social un “incubo lucido, dove la verità è lì, evidente, sotto gli occhi di chiunque voglia davvero guardare, ma continua a non essere ascoltata. E mentre vedi crollare tutte le certezze che ti davano la motivazione per guardare al presente e al futuro, non ti rimane che sperare e avere fiducia affinché quella giustizia che hai sempre creduto giusta sia, oggi, veramente giusta”.
Egidio Morici