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05/05/2023 06:00:00

"Ma il Pd di oggi è pacifista nel solco tracciato da La Torre ..." 

Caro direttore,
come mi capita spesso con i suoi scritti, ho letto “Il Pd in Sicilia: l’addio di Chinnici, ed una strada … "con attenzione e interesse. Ne condivido la maggior parte dei punti e in particolare quello che riguarda la crisi politica, etica e morale che affligge i militanti e gli elettori del partito democratico siciliano. Gli stessi che si sono mobilitati prima nelle primarie e poi durante le elezioni regionali per far vincere Caterina Chinnici come presidente. Gli stessi che per due volte l’hanno sostenuta come candidata al parlamento europeo nelle proprie liste. Sono d’accordo con lei che la questione dei diritti e dei valori non negoziabili accampati dalla stessa, è inaccettabile per legittimare il suo addio al Pd e avere il salvacondotto per entrare in Forza Italia: il partito Di Renato Schifani e di Antonio D’Alì. Un cambio di casacca che induce a riflettere in generale. Ma questo passaggio, che è stato compiuto dalla figlia di Rocco Chinnici - il padre del maxi processo che “pagò il più terribile degli attentati la sua lotta a Cosa nostra” – non sappiamo se produrrà in futuro qualche problema “in chi ha deciso in questi anni, che il peso del cognome contasse più della coerenza”, dimenticando o fatto finta di dimenticare che l’euro parlamentare era già stata assessore della giunta di Raffaele Lombardo. Ma la vera “crisi psicotica” che aleggia nel già malmesso centro sinistra siciliano discende anche dal fatto che la “Chinnici è stata per il Pd una specie di santina, una delle tante, per autoassolversi nell’impegno antimafia”.

Nella seconda parte dell’articolo, è stato opportunamente segnalato l’arrivo in Sicilia della segretaria del Pd Elly Schlein: il 30 aprile per ricordare Pio La Torre e il Primo Maggio recandosi nel luogo della prima strage di Stato, a Portella della Ginestra, portando il Pd siciliano “nel cuore della sua vera storia”.

Quanto a Pio La Torre - che era un pacifista convinto per aver condotto, nel 1981, la sua battaglia contro le istallazioni degli euromissili nucleari Cruise della Nato a Comiso - sono pienamente in linea con quanto sostenuto da lei. Ma non sono più d’accordo quando afferma che il Pd oggi sembra aver perso quella bussola. Siccome nell’editoriale si fa solo un vago cenno al conflitto in atto, credo di poter affermare che le posizioni assunte dall’attuale segretaria sulla guerra di aggressione Russa nei confronti dell’Ucraina sono in continuità sia con la precedente direzione del Pd e sia con il governo Draghi di cui il Pd faceva parte. Se vogliamo, si può persino asserire che è anche in perfetta coerenza con quanto già, nel 1986, il segretario generale del Pci Enrico Berlinguer sosteneva che sarebbe stato meglio per il suo partito e per l’Italia restare sotto l’ombrello del Patto Atlantico. Una presa di posizione rivelatasi negli anni non solo coraggiosa, per i vincoli in cui il Pci era legato al Pcus, ma anche lungimirante e anticipatrice rispetto a quella che oggi spinge il Pd e la sinistra riformista a schierarsi contro Putin e a favore della resistenza del popolo ucraino per aiutarlo, compreso l’invio delle armi e l’adozione delle sanzioni. Che sono sì necessari alla resistenza del popolo aggredito ma non sufficienti se nel contempo viene meno la possibilità di percorrere tutte le strade utili per un negoziato che serva a far cessare il conflitto senza umiliare l’Ucraina che è il paese aggredito. Persino Cina e India, che finora non avevano condannato l’invasione dell’Ucraina, hanno votato una risoluzione dell’Assemblea dell’Onu in cui si fa esplicito riferimento “alla aggressione della Federazione russa dell’Ucraina”. Nella recente intervista rilasciata alla Stampa, la segretaria del Pd ha dichiarato: “Da quando è scoppiata l’invasione criminale di Putin nei confronti dell’Ucraina abbiamo sempre tenuto la stessa posizione: sostenere il diritto alla difesa del popolo ucraino”.

Per chiudere con un filo di speranza devo sottolineare che mentre la guerra continua la diplomazia è al lavoro. Così come dimostra la “missione in corso” a cui ha accennato papa Francesco di ritorno dall’Ungheria.

Filippo Piccione